Mohamed Fatih ha un sorriso aperto, occhi fieri e voce pacata. È presidente del Centro Islamico Cosenza-Rende, un’associazione nata nel 2011 nei locali dismessi dell’ex ferrovia di via Popilia. «All’inizio erano spazi abbandonati. Parlandone tra noi, abbiamo ricevuto l’autorizzazione a creare un centro per ritrovarci e pregare. Da lì è partita la nostra storia», racconta. Oggi gli iscritti sono più di 500. «Attivi, partecipi. E ogni venerdì, che per noi equivale alla domenica cristiana, ci riuniamo per la preghiera comunitaria, la più importante».

Un modello di convivenza

Fatih sottolinea che la convivenza nell’area urbana di Cosenza è serena: «Religiosamente non abbiamo perso nulla. Dal 2015 partecipiamo al gruppo interreligioso di Cosenza, nato con Stella Cometa, il Moci e altri. Insieme abbiamo costruito un dialogo forte. C’era anche suor Susanna, una figura fondamentale che purtroppo è venuta a mancare». Le esigenze della comunità, spiega, non sono di tipo religioso, ma sociale: «Il vero problema sono le lungaggini burocratiche sul rinnovo dei documenti. Ma a Cosenza conviviamo in pace: siamo cosentini a tutti gli effetti».

Il presidente del Centro Islamico Cosenza-Rende racconta oltre dieci anni di attività: «Siamo più di 500, conviviamo serenamente. Ora sogniamo un centro culturale aperto a tutti».

Il caso della foto su Viale Mancini

Recentemente una foto che ritraeva centinaia di fedeli in preghiera all’aperto ha fatto discutere. «Non è stata scattata né pubblicata da noi. Quel giorno era festa nazionale, quindi più persone del solito hanno partecipato. Abbiamo usato tappetini antiumidità e pregato per un quarto d’ora, in condizioni dignitose. Ma mi ha ferito che da una foto non autorizzata sia nato un conflitto, anche online, con commenti spiacevoli», afferma Fatih. «Abbiamo sempre cercato l’integrazione e non volevamo attirare polemiche».

Una moschea? «Meglio un centro culturale»

Alla domanda se la comunità desideri una moschea, Fatih è chiaro: «La moschea è una cosa, il centro culturale un’altra. Il nostro sogno è creare un luogo dove poter accogliere anche i non musulmani, far conoscere la nostra fede, magari offrire un tè e un libro, un piccolo coffee shop gratuito. Ma ci vogliono locali adeguati e collaborazione istituzionale».

Cimitero per i musulmani e rapporti istituzionali

C’è già un progetto per un’area cimiteriale a Tarsia: «Ne abbiamo parlato con la Regione ai tempi di Oliverio. È un progetto che esiste». Sul fronte dei rapporti con i sindaci di Cosenza e Rende, Fatih dice: «Non ho avuto ancora il piacere di incontrarli. Spero accada presto».

Fede in crescita e Ramadan

La fede islamica, racconta, è in crescita: «Siamo partiti in meno di 100. Ora siamo oltre 500, e non tutti sono praticanti. Come tra i cristiani, ci sono anche musulmani meno osservanti». Sul Ramadan spiega: «È una purificazione. Si digiuna non solo da cibo e acqua, ma anche da cattivi pensieri e parole. Se un malato continua il digiuno contro il parere medico, commette peccato. Il benessere fisico viene prima».

Nessun problema con l’Islam

A chi vede l’Islam come un problema, Fatih risponde pacatamente: «Non riesco a capire dove sia il problema. Quando si ragiona con calma, si capisce che la paura nasce dall’ignoranza. Tutte le religioni, purtroppo, sono state usate per fini diversi nel corso della storia».

La sua storia: «Da Casablanca a Piano Lago»

Fatih è arrivato in Italia nel 1999. «Avevo appena compiuto 19 anni. Studiavo in Canada, poi sono venuto in vacanza da mia sorella in Sicilia. Mi sono innamorato del Sud, ho girato tutta l’Italia ma alla fine sono rimasto in Calabria. Ora vivo a Piano Lago, i miei figli sono italo-marocchini. Quando torno in Marocco, dopo venti giorni mi manca casa. E casa è qui».

Due lavori e un sogno

Oggi Fatih fa l’interprete e l’ambulante. E continua a lavorare per il sogno di un centro culturale: «Quel posto in via Popilia ha un potenziale enorme. Convivono associazioni e religioni diverse. È un modello. Il mio obiettivo è aprirlo al dialogo con tutti, far conoscere meglio l’Islam e abbattere i pregiudizi. Perché la conoscenza è la strada più sicura per la pace».