Il progetto “Storm naming” vede la luce in Europa nel 2015, per identificare le tempeste più violente così come accade in America. Nella nostra regione ci siamo abituati a questa pratica in questi primi mesi del 2026, ma alcune denominazioni vengono da lontano
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Il sole, finalmente. Dopo aver passato i primi tre mesi del 2026 a chiamare per nome il maltempo che ha devastato, da una provincia all’altra, la Calabria, finalmente possiamo deporre gli ombrelli e un elenco che sembrava non arrivare mai alla riga finale. Harry, Ulrike, Nils, Oriana, Pedro, Jolina, Deborah ed Erminio. Li abbiamo conosciuti così i cicloni mediterranei che tra gennaio e marzo hanno messo a dura prova il nostro già fragile territorio con piogge violente, raffiche di vento potentissime e impetuose mareggiate. Una natura furibonda che ha spaventato e fatto danni da miliardi di euro, mettendo a nudo tutte le inefficienze accumulate negli anni in termini di prevenzione. Frane, fiumi esondati, coste erose e gente costretta a chiudere le proprie attività commerciali o ad abbandonare le proprie case.
Il clima cambia, avvertono gli esperti. E quelli che prima erano eventi eccezionali diventano sempre più frequenti. Ne abbiamo avuto prova. E con il clima cambia anche la comunicazione di questi fenomeni. Non semplice maltempo, ma tempeste con un’identità precisa.
Dare dei nomi non è una novità. Nei posti del mondo più soggetti a questi fenomeni se ne sono sentiti tanti. Uno su tutti: Katrina, l’uragano che nel 2005 sfigurò New Orleans causando 1.800 vittime.
Le scelte non sono casuali, ma stabilite da organizzazioni meteorologiche internazionali e nazionali. Il sistema principale è coordinato dalla World Meteorological Organization. La pratica è nata per rendere più chiara ed efficace la comunicazione del rischio.
In Calabria non ci eravamo abituati. Il temporale arrivava senza troppe presentazioni. Poi, negli ultimi mesi, abbiamo cominciato ad annotare un nome dietro l’altro mentre facevamo i conti di volta in volta con una nuova allerta e con tutto quello che portava con sé: scuole chiuse, disagi, allagamenti, danni su danni.
Perché dare un nome
Da Harry in poi è stato tutto un fioccare di nomi. Nomi che non sono stati inventati al momento, ma facevano già parte di liste stabilite nell’ambito di una rete europea coordinata da Eumetnet (European Meteorogical Services Network), organizzazione intergovernativa il cui obiettivo è facilitare la cooperazione tra i Servizi meteorologici e idrologici nazionali d'Europa. Nel 2015 ha pertanto istituito il progetto “Storm naming”, per denominare le tempeste più intense come già avviene negli Stati Uniti d’America per gli uragani.
«Dal 28 settembre 2021 il Servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare – è spiegato sul sito dell’Aeronautica – nomina le tempeste più intense che colpiscono l’Italia, in coordinamento con i paesi del “Gruppo del Mediterraneo centrale”, formato da Arso Meteo (Slovenia), Dhmz (Croazia), Yxmp (Macedonia del Nord), l’Ufficio Meteo dell’Aeroporto Internazionale di Malta e l’Ihms (Montenegro)».
Ma perché dare un nome? Lo spiega ancora il Servizio meteorologico dell’Aeronautica: «È stato dimostrato che una denominazione univoca e ufficiale delle tempeste favorisce una comunicazione di massa più efficace di fronte a un episodio di meteo estremo, aumenta la consapevolezza del maltempo prima che colpisca, migliora di conseguenza l’informazione e l’allertamento dei cittadini. Infatti la popolazione risulta essere più attenta alle allerte meteo e alle raccomandazioni sulla sicurezza quando la minaccia è chiaramente identificata e associata al nome della tempesta».
Da dove vengono i nomi “calabresi”
Ogni stagione ha la sua lista, con nomi brevi, facili da pronunciare e riconoscibili in più lingue. L’Italia partecipa con il proprio servizio meteorologico, assieme ad altri Paesi del Mediterraneo. Vengono pubblicati ogni anno nel mese di settembre dal Servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare in coordinamento con i Servizi meteorologici nazionali degli altri Paesi appartenenti al gruppo del Mediterraneo centrale. Prevedono un’alternanza tra i generi.
Il meccanismo è preciso: una tempesta viene nominata solo se è sufficientemente intensa; il nome viene assegnato dal primo Paese che ne prevede l’impatto significativo; una volta dato, il nome resta per tutta la vita del ciclone. E se la tempesta arriva in Italia dopo essere stata nominata altrove, il nome viene mantenuto.
Ecco com’è andata per i cicloni che abbiamo conosciuto da vicino da inizio anno a oggi.
Harry. È il primo nome che segna la stagione degli eventi estremi. Un ciclone che colpisce duramente la Calabria, con piogge eccezionali e criticità in diverse aree. Il suo nome diventa rapidamente familiare, forse più di tutti gli altri perché associato a uno dei fenomeni più intensi. Lo abbiamo toccato con mano, Harry. Il nome, però, arriva da lontano: dalla Spagna.
Ulrike. Dopo Harry è la volta di Ulrike. Piogge, vento e mareggiate riportano instabilità su una regione che ancora sta tentando di rialzarsi, a fatica, dalla precedente ondata di maltempo. Il nome, questa volta, lo assegna l’Italia.
Nils. Il terzo ciclone riporta agli onori delle cronache immagini di esondazioni, allagamenti e litorali deturpati. Come Harry, lo abbiamo sentito molto “nostro”, ma ad attribuire il nome è la Spagna.
Oriana. Quarto ciclone che, in Calabria, apre una fase di maltempo più lieve ma ancora presente. Anche stavolta il nome viene dalla Spagna.
Pedro. Una breve tregua per la nostra regione, poi di nuovo piogge intense, venti forti e mare mosso. Il nome è spagnolo e, neanche a farlo apposta, ad assegnarlo è proprio la Spagna.
Jolina. Un ciclone meno violento ma che porta avanti la lunga scia di maltempo. E che mostra una caratteristica peculiare rispetto alla consuetudine: era nato come Samuel, così nominato dal servizio meteorologico di Andorra, poi la Germania lo ribattezza Jolina.
Deborah. Riporta l’inverno quando la primavera è ormai ufficialmente iniziata, costringendoci a tirare di nuovo fuori dagli armadi i piumini. La neve torna a imbiancare i social. Il nome stavolta lo dà la Francia.
Erminio. L’ultimo, prima di un sospiro di sollievo per Pasqua e Pasquetta. Ancora pioggia e vento e temperature basse. Ma le feste, almeno, sono salve. Il nome? Italianissimo, in tutto e per tutto.
Una scelta comunicativa
E così, anche la Calabria ha imparato a chiamare per nome i suoi fenomeni meteorologici non più eccezionali. Una questione di efficacia nell’informazione ai cittadini, spiega l’Aeronautica. Ma non solo. «Dopo l’evento è molto più facile far riferimento ad esso se possiede un nome univoco assegnato da una fonte autorevole, essendo in questo modo maggiormente riconoscibile a livello europeo dai media, ma soprattutto dalla comunità scientifica».
Dare un nome a un ciclone significa renderlo riconoscibile. Una scelta tecnica, ma soprattutto comunicativa, perché permette di riferirsi a esso con chiarezza e di ricordarlo nel tempo. Da Harry a Erminio, le tempeste che hanno sferzato la Calabria in questo primo quarto del 2026 non sono semplici etichette, ma parte viva del racconto di una stagione difficile che difficilmente dimenticheremo.

