Il trombettista originario di Cassano si racconta tra il grave lutto che lo ha colpito e la fuga dalla Calabria nel 2007 dopo una minaccia. Oggi trasforma la sofferenza in solidarietà. E parla dell’emozione di tornare a suonare tra la sua gente
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Nelle parole di un’intervista intima e senza filtri emerge il ritratto toccante di Enzo Casella, musicista e trombettista originario di Cassano allo Ionio, oggi docente al Liceo Musicale di Verona e strumentista all'Arena. Dietro il successo professionale e le esibizioni di fronte a migliaia di persone, la vita di Enzo si snoda lungo due assi fondamentali prima, soprattutto, con la perdita dolorosa del giovane figlio, Manuel Giacinto, e magari con una ferita mai del tutto rimarginata con la propria terra d'origine, la Calabria.
L’incontro con il papà, prim’ancora che con l’artista, è la memoria viva del figlio Manuel Giacinto, chiamato affettuosamente "il piccolo direttore" o "il maestro". La sua scomparsa ha segnato un punto di svolta non solo personale, ma anche artistico ed esistenziale per Enzo. Attraverso un’intensa elaborazione del lutto, l’artista racconta di come la presenza del figlio continui a guidarlo quotidianamente scegliendo l’impegno solidale con la voglia di mettere la propria musica al servizio degli altri, esibendosi a titolo gratuito per associazioni benefiche. «Io non avrei mai fatto dei concerti per beneficenza, ma adesso c'è qualcuno che mi spinge. Non lo so chi è che mi spinge, ma forse è proprio lui», confessa il musicista. Tra le note, nelle note e con le note, ecco la testimonianza, ecco la sua vicinanza a famiglie che hanno vissuto tragedie analoghe che diventa un modo per mantenere vivo il ricordo: «Ogni genitore dovrebbe fare qualcosa per portare avanti il nome del figlio, come sto facendo io in questo momento». E, ascoltandolo mentre confida i suoi pensieri ai microfoni del nostro network, si eleva anche una dimensione spirituale. Nel racconto emergono momenti di profonda e intima consolazione: «Ultimamente lo sento quasi tutti i giorni, lo sento di notte che mi abbraccia. Mi sono alzato, erano le sei del mattino e non avevo paura perché era mio figlio. Sono stato lì tranquillissimo».
Paradossalmente, per un musicista abituato ai grandi palcoscenici come quello dell'Arena di Verona, l'esibizione nell'area spettacolo dei Laghi di Sibari suscita un'emozione e una tensione senza pari. «Ho davanti tutte le persone che conosco e che conoscono la mia storia e la storia di mio figlio. Tutto questo per il periodo in cui sono e per tutto quello che è successo. Mi emoziona tanto questa serata», spiega Enzo. Suonare davanti alla propria comunità carica l'evento di un forte valore simbolico. Non si tratta soltanto di mostrare il proprio valore tecnico, non è il caso, ma di confrontarsi con la sensibilità di chi lo conosce da sempre: «Io ho paura della mia gente, sono sincero, di suonare davanti alla mia gente perché mi conosce... Io non sono qui per dimostrare se sono bravo o no». L'emozione e lo stress si manifestano perfino a livello somatico con un herpes sul labbro, a testimoniare quanto il ritorno alle radici sia l'esibizione più impegnativa della sua carriera.
Un passaggio centrale e inedito della conversazione riguarda le ragioni che, vent'anni fa, lo spinsero ad abbandonare la sua terra. Enzo rivela un episodio risalente al 14 luglio 2007 quando, a seguito di un'intimidazione subita durante una serata di pianobar, maturò la decisione immediata di lasciare la Calabria. Un episodio scaturito dal semplice rifiuto di far cantare per l'ennesima volta una persona mentre la gente stava ballando: «Mi disse con un termine cassanese: "ci vediamo domani mattina a Pagghialong" – Piazza Paglialunga, nel centro di Cassano ndr -, ed io ci rimasi male per quella cosa e la mattina seguente chiamai subito. Sono partito per Gerba in Tunisia dopo un lungo pianto con mia mamma perché sicuramente avevo dentro che non sarei più ritornato nella mia terra a vivere». Particolarmente significativa è la maturità con cui Enzo rilegge oggi quell'episodio, giungendo al perdono: «Non voglio dire il nome di questa persona, perché lo rispetto anche perché in questo momento non c'è più ed è un angelo, l'ho perdonato ed è un angelo vicino a mio figlio».
L’incontro, intimo ed umano, restituisce la figura di un uomo e di un artista completo, capace di trasformare il peso di una ferita personale e il ricordo di un'ingiustizia subita in una missione di vita improntata alla generosità, all'insegnamento e alla musica. L'esibizione a Sibari si configura così come un momento di restituzione e riconciliazione con la propria terra e con il proprio passato. E a chi scrive, venga concesso il pensiero di una carezza al piccolo Manuel Giacinto che non mancherà di proteggere chi lo ha amato e tutti quelli che hanno imparalo a farlo. Come me.

