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Promosso il magistrato Pierpaolo Bruni: sarà il nuovo procuratore di Paola

Promosso il magistrato Pierpaolo Bruni: sarà il nuovo procuratore di Paola

La quinta commissione del Consiglio superiore della Magistratura ha deciso: sarà Pierpaolo Bruni il nuovo procuratore capo della Repubblica di Paola. Una nomina prestigiosa per il magistrato di Crotone che lascia dopo tanti anni la Dda di Catanzaro dove è stato protagonista in prima persona di tante inchieste antimafia che hanno riguardato sia la criminalità organizzata sia la politica cosentina e regionale.  

Una carriera in ascesa quella di Pierpaolo Bruni, che ottiene un importante riconoscimento dai suoi stessi colleghi che hanno sostenuto la sua candidatura – insidiata fortemente dal sostituto procuratore di Cosenza Antonio Bruno Tridico – che ora dovrà essere ratificata dal plenum del Consiglio superiore della Magistratura.

Il magistrato di Crotone, come detto, negli ultimi sei anni ha messo mano a tante inchieste che in alcuni casi erano state “dimenticate” nei cassetti, riuscendo a riprendere alcuni fascicoli che oggi vedono la luce del dibattimento.

Oggi Pierpaolo Bruni, forse tra i più giovani magistrati ad ottenere un incarico così autorevole, raccoglie quanto seminato nel periodo in cui è stato il principale punto di riferimento delle forze dell’ordine cosentine: dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Cosenza diretto per tre anni dal maggiore Michele Borrelli alle relazioni investigative del vice questore Giuseppe Zanfini, capo della Squadra Mobile di Cosenza.

Le ultime operazioni di contrasto al fenomeno mafioso portano tutte la sua firma, senza dimenticare che sotto il suo coordinamento sono stati catturati gli ex latitanti Ettore Lanzino e Franco Presta. Ma il suo lavoro investigativo è stato incentrato soprattutto sul ruolo avuto dalla politica in alcuni contesti criminali che oggi sono al vaglio dei giudici: dall’inchiesta sul Comune di Rende a quella di Acri, dalle indagini sul presunto voto di scambio a Castrolibero ai sospetti sul Comune di Marano Marchesato.

Inchieste che a Cosenza hanno scosso gli ambienti politici, fino a quel momento “immuni” da approfondimenti investigativi, tanto da far raddrizzare le antenne soprattutto a coloro i quali hanno partecipato alle ultime elezioni comunali. 

Oltre alla politica, il futuro procuratore capo della Repubblica di Paola ha disarticolato le organizzazioni mafiose cittadine che dal 2010 in poi, secondo quanto hanno dichiarato i collaboratori di giustizia, avevano deciso di confederarsi tra loro costituendo una “bacinella unica”.

La sua più importante inchiesta è certamente quella contro il presunto clan “Rango-zingari”. Sia “Nuova Famiglia” sia “Doomsday” hanno permesso alla Dda di Catanzaro di ottenere in primo grado tantissime condanne, a cominciare dall’omicidio di Luca Bruni fino alla conferma dell’esistenza della cosca stessa. D’altronde, il pentito Ernesto Foggetti in uno dei tanti verbali resi agli inquirenti illustrò il progetto delle cosche cosentine di ammazzare il magistrato di Crotone che in questo periodo ha sempre avuto al suo fianco gli uomini della Guardia di Finanza. 

La storia mafiosa di Cosenza e dintorni ha fatto registrare due momenti decisivi: il primo riguarda l’omicidio di Francesco Messinetti e il secondo l’avvio della collaborazione con la giustizia di Adolfo Foggetti.

Nel primo caso, la procura di Cosenza – d’intesa con la Squadra Mobile – decide di mettere le cimici a casa di Maurizio Rango: sulla scrivania del pm Tridico arriva l’informativa “Thurium”, parte integrante di “Nuova Famiglia”. Le intercettazioni ambientali dimostrano come Rango sia al vertice di un’associazione che intimidisce imprenditori e commercianti per ottenere illecitamente somme di denaro.

Nel secondo caso, invece, l’ex reggente nel Tirreno cosentino della presunta cosca “Rango-zingari”  lascia il crimine e passa dalla parte della giustizia. E’ il 17 dicembre del 2014 quando Foggetti, rinchiuso nel carcere di Cosenza, chiama gli agenti penitenziari e chiede di poter parlare con il pm Bruni e i suoi collaboratori. Le dichiarazioni del “Biondo”, unitamente a quelle di Giuseppe Montemurro, Marco Massaro, Franco Bruzzese e Daniele Lamanna, producono due effetti: l’apertura di nuovi scenari investigativi e mettono spalle al muro soprattutto il mandante e l’esecutore materiale del delitto dell’ultimo boss della famiglia “Bella bella”.

Dalla politica ai fiumi di droga il discorso non cambia: al centro delle sue attività finiscono sia gli “zingari” di via Popilia che Marco Perna, figlio del boss Franco Perna. Quel che sarà di “Apocalisse” lo scopriremo nel corso del processo, mentre la capacità degli Abbruzzese (e non solo) nell’organizzare un fiorente traffico di sostanze stupefacenti, è stata cristallizzata nella sentenza di primo grado emessa circa un anno fa a Catanzaro.

Quel “metodo d’indagine” che a Cosenza e dintorni ha prodotto risultati – tante condanne e poche assoluzioni – da domani sarà trasferito nel Tirreno cosentino. Un territorio molto ostico e ricco di fenomeni criminali che da decenni tengono sotto scacco l’economia locale. Le inchieste contro il clan Muto di Cetraro vanno in questa direzione.

In attesa della ratifica del plenum del Consiglio superiore della Magistratura, il pm Pierpaolo Bruni continuerà a seguire i processi antimafia che lo vedono impegnato ogni settimana tra Catanzaro e Cosenza. A Paola sostituirà il procuratore Bruno Giordano, passato alla procura di Vibo Valentia.

La quinta commissione che ha promosso il magistrato è composta dal presidente Valerio Fracassi, dal vicepresidente Paola Balducci e dai componenti Pierantonio Zanettin, Francesco Cananzi, Massimo Forciniti e Luca Forteleoni. (Antonio Alizzi)

 

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