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Cosenza, l’ex latitante e il massacro della pescheria di via Migliori

Edgardo Greco sconterà l'ergastolo per il duplice omicidio dei fratelli Stefano e Giuseppe Bartolomeo, una delle pagine più cruente della guerra di mafia

Cosenza, l’ex latitante e il massacro della pescheria di via Migliori

Per essere certi di riuscire ad ammazzarli, si mobilitano almeno in dieci. Danno loro appuntamento davanti a una pescheria nei pressi dell’ospedale di Cosenza e, dopo averli attirati all’interno con un pretesto, li massacrano a colpi di semiassi utilizzati a mo’ di spranghe. Muoiono così il 5 gennaio del 1991 i fratelli Giuseppe e Stefano Bartolomeo, rispettivamente di 30 e 28 anni, e la loro eliminazione rappresenta a tutt’oggi uno degli episodi più lugubri di tutte e tre le guerre di mafia combattute nella città dei Bruzi. È il duplice omicidio per il quale l’ormai ex latitante Edgardo Greco sconterà l’ergastolo. Tre diversi gradi di giudizio, infatti, hanno appurato che quel giorno faceva parte anche lui dell’arancia meccanica e assassina di via Migliori.

Stefano Bartolomeo pedinato dalla polizia in via Popilia a novembre del 1989 (foto agli atti del processo “Missing”)

Il delitto Cosmai

Per capire le ragioni di un epilogo così cruento bisogna tornare indietro di qualche anno.  Nel 1985 i Bartolomeo sono ancora due soldati del clan Perna-Pranno e il 13 marzo di quell’anno, insieme ai fratelli Dario e Nicola Notargiacomo, loro colleghi di scorribande, mettono a segno un delitto eccellente: quello del direttore del carcere di Cosenza, Sergio Cosmai. Stefano e i due Notargiacomo finiscono in carcere lo stesso giorno e saranno processati pochi mesi più tardi. Condannati all’ergastolo in primo grado, usciranno poi assolti in Appello per insufficienza di prove. Nel 1987, dunque, tornano a essere uomini liberi, ma il crimine commesso due anni prima lascia un segno profondo sulla malavita locale, stravolgendone gli assetti.

La scissione

All’uscita dal carcere, infatti, la doppia coppia di fratelli rompe i rapporti con il clan d’appartenenza. Uccidendo Cosmai avevano fatto accrescere il prestigio della ’ndrangheta bruzia, ma ciò nonostante si erano sentiti abbandonati durante la detenzione. Nasce così in quei giorni il gruppo autonomo Bartolomeo-Notargiacomo che nell’arco di pochi mesi si arma fino ai denti, fa proseliti, sottrae forze alla Casa madre. La nuova banda segna anche una svolta modernista nell’ambito del crimine cosentino: introducono armi di ultima generazione, utilizzano travestimenti ingegnosi, vantano amicizie con Cosa nostra e finanche con gruppi terroristici, sia di destra che di sinistra. Il loro ingresso in scena determina lo scoppio della Seconda guerra di mafia in città, durata dal 1989 al 1991.

La guerra

In quel biennio luttuoso, i secessionisti uccidono il cassiere rivale Rinaldo Picone, mentre Pranno & co. fanno si vendicano eliminando l’omologo Carmine Luce. I Bartolomeo subiscono un rovinoso attentato ad Arcavacata che li riduce entrambi in fin di vita. La risposta dei Notargiacomo è un agguato teso a Pranno in via degli Stadi. Il boss si salva per miracolo e da allora inizia a mandare messaggi di distensione ai nemici. Era un tranello: i Notargiacomo non abboccano, Stefano e Giuseppe sì. All’organizzazione della trappola ha ammesso di aver preso parte, seppur in modo marginale, anche Franco Pino. A lui, infatti, all’inizio del 1989 si rivolge Stefano Bartolomeo proponendogli di entrare nel conflitto come suo alleato, ma l’allora boss dagli occhi di ghiaccio non ha alcuna intenzione di mettersi sul sentiero di guerra. 

L’auto dei fratelli Bartolomeo abbandonata dagli assassini a Mendicino per depistare le indagini (foto agli atti del processo “Missing”)

La disfatta

E così, gli eventi successivi volgono in modo decisamente sfavorevoli ai ribelli. «Vitelli e Pranno – rammentava Pino durante il processo “Missing” – fecero circolare una falsa notizia a proposito di una rottura dei loro rapporti e mi chiesero di spargere la voce in giro. Io contribuii». La novità giunge subito alle orecchie dei fratelli Bartolomeo, già blanditi dai loro nemici con la prospettiva di una finta pace. «Bartolomeo si offrì a Pranno per compiere attentati contro i Vitelli. Mario disse che voleva pensarci. Quando li convocò nella sua pescheria, dovevano discutere anche di questo». Ciò che accade quel giorno nella pescheria, oggi demolita e rimpiazzata da un’area parcheggio, lo racconterà in seguito una mezza dozzina di pentiti. Dopo la mattanza, i corpi di Stefano e Giuseppe Bartolomeo sono inghiottiti dal gorgo della lupara bianca. I loro resti non saranno mai ritrovati. Con la loro morte si conclude anche la seconda guerra di mafia in città. Il 5 gennaio del 1991: una ricorrenza che nessuno si è mai sognato di festeggiare.

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