lunedì,Marzo 4 2024

«Uccidete Franco Pino», la missione impossibile di Edgardo Greco

Quarant'anni fa l'attentato al boss nel carcere di Cosenza che segna l'ascesa criminale dell'ex latitante arrestato nei giorni scorsi in Francia

«Uccidete Franco Pino», la missione impossibile di Edgardo Greco

«Datemi una pistola e lo faccio io». Non mostra neanche un momento d’esitazione Edgardo Greco, mentre i suoi capi del clan Perna-Pranno ragionano su come attuare il piano ardito che hanno in mente: uccidere l’arcinemico Franco Pino. Accade quarant’anni fa, mentre a Cosenza e dintorni infuria la prima guerra di mafia. È allora che il futuro latitante Greco, arrestato dopo sedici anni d’invisibilità e ora in attesa di estradizione dalla Francia, lega il proprio nome all’impresa che in seguito gli darà lustro criminale: eseguire quell’attentato in condizioni più che proibitive. È anche per questo che, nonostante l’insuccesso, otterrà per sé un nom de crime altisonante: Il killer delle carceri  

Prove generali a Colle Triglio

Il progetto di uccidere Pino è approntato in carcere. Ed è sempre lì, nella casa circondariale fresca d’inaugurazione, che il boss dagli occhi di ghiaccio avrebbe dovuto trovare la morte. Il 1982 sta per chiudersi e da pochi mesi è entrato in funzione il nuovo istituto di pena di via Popilia in luogo dell’edificio di Colle Triglio, vetusto e insicuro. Gli attentati ai detenuti lì erano all’ordine del giorno. L’ultimo, in tal senso, ha interessato proprio Pino. Il 5 marzo di quell’anno, infatti, alcuni membri del clan rivale si appostano fuori dal carcere, proprio davanti alla sua cella. «Compà Fra’…» è il richiamo per attirarlo alla finestra, ma invece del bersaglio designato ad affacciarsi è Mario Lanzino.

Il vecchio carcere di Colle Triglio restò in funzione fino al 22 agosto del 1982

L’uomo sbagliato

Il malcapitato fratello di Ettore è centrato da una fucilata, mentre altri tre detenuti – ma non il boss – restano feriti dalla rosata di piombo. La reazione è immediata. I detenuti del clan Pino fuoriescono dalle celle e tentano di raggiungere l’ala del carcere in cui sono ristretti Franco Perna e quelli del suo gruppo. Tra incendi, esplosioni e colpi di pistola, ne viene fuori una sommossa epocale, domata a fatica dagli agenti della penitenziaria e dai poliziotti della Mobile giunti a supporto. Insomma, ce n’è abbastanza per farla finita con Colle Triglio e velocizzare il trasferimento della popolazione carceraria nella costruenda struttura di via Popilia. La musica, però, non cambierà più di tanto.

L’esca della finta tregua

Francesco Saverio Vitelli, infatti, non abbandona l’idea di uccidere Pino. Sa che la sua morte porrebbe fine di fatto alla guerra, ragion per cui è determinato nel suo proposito. Prima, però, c’è da preparare il terreno adatto. Decide così di lanciare l’esca di una finta tregua: niente più attentati reciproci dietro le sbarre, fuori di lì «succeda quel che succeda», ma in carcere stop alla belligeranza. Il 12 ottobre del 1982, Pino ha appena avuto un colloquio con Franco Muto nel quale hanno discusso proprio di questa novità. Non sa che i rivali hanno deciso di ammazzarlo proprio quel giorno. In precedenza Roberto Pagano lo ha messo sul chi va là, inviandogli un pizzino. Milita nel clan Perna-Pranno, suo fratello Francesco è tra i fedelissimi di Pino. I due si coprono le spalle a vicenda, e così Roberto mette al corrente il boss di un non meglio precisato pericolo. «Si muove qualcosa, ma non so cosa».

Da sinistra: Francesco Saverio Vitelli e Franco Pino in due scatti di repertorio

La mandorla

Il luogo prescelto per l’agguato è il corridoio che unisce i due padiglioni del carcere, passaggio obbligato per i detenuti che vanno a colloquio con i rispettivi avvocati. È a forma di mandorla, ed è così che viene chiamato in gergo dalla popolazione carceraria. Per l’occasione, Vitelli ha fatto le cose in grande. L’arma sarà introdotta da un camioncino che porta generi alimentari all’interno dell’istituto, un complice penserà poi a nasconderla in un’intercapedine creata ad hoc in un muro da dove poi il sicario designato potrà prelevarla agevolmente per eseguire la missione. Il terminale ultimo del piano omicida è proprio Edgardo Greco.

L’uomo giusto

È stato lui a offrirsi volontario, pur consapevole del fatto che, a delitto ultimato, le chance di farla franca sono davvero ridotte. I vantaggi sono rappresentati dal compenso (settanta milioni di lire) e dalla possibilità di ottenere dei meriti di ’ndrangheta. A fronte dei suoi servigi, gli daranno la “camorra”. È considerato un uomo fidato, poiché amico dei fratelli Pranno, e poi la sua attività di lavorante gli dà ampia libertà di movimento dentro il carcere. Insomma, sembra davvero l’uomo adatto per quell’incarico. Resta solo da attendere il momento giusto, che però non arriva. «Allora, la barca quando me la fai?» gli chiede un giorno un impaziente Vitelli. «Sarà fatta, mancano solo dei pezzi» è la risposta di Greco. Finché il 12 ottobre decide di entrare in azione.

Il killer delle carceri

Quel giorno vede finalmente il bersaglio innanzi a sé. Pino è alla distanza giusta, una decina di metri, e attraversa la mandorla diretto in uno degli uffici dove ad attenderlo c’è il suo avvocato. Edgardo Greco lo aspetta al varco, afferra la Walther 7.65 che gli hanno messo a disposizione e spara. Quattro, cinque colpi che non arrivano a destinazione. Pino si getta a terra, gli altri detenuti fuggono in tutte le direzioni, mentre il pistolero avanza per completare l’opera. Non ci riuscirà, perché purtroppo per lui l’arma s’inceppa. Il progetto è fallito, non gli resta che la ritirata, mentre riavutosi dallo shock, Pino prepara la controffensiva.

La rivolta domata

Per una mezz’ora la nuova casa circondariale viene messa a ferro e fuoco. I suoi uomini tentano di assaltare la cella dove, nel frattempo, si è rifugiato Greco con altri affiliati del suo clan. Il replay di quanto accaduto sette mesi prima a Colle Triglio si conclude in modo analogo, con l’intervento dei poliziotti a ripristinare l’ordine perduto.  È il primo intervenuto eseguito brillantemente dal direttore del carcere di via Popilia, in servizio a Cosenza da poche settimane.  Ha solo 33 anni e, seppur giovanissimo, ha movenze da veterano, forte dell’esperienza maturata in penitenziari “caldi” come Palermo, Locri e Crotone. Si chiama Sergio Cosmai. 

Sergio Cosmai passa in rassegna i suoi uomini nella casa circondariale di via Popilia (1983)

  

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