Il cinema italiano perde una voce silenziosa ma essenziale. Filippo Ascione, sceneggiatore, regista e produttore originario di Cariati, è morto all’età di 71 anni, lasciando un’eredità che attraversa decenni di storia cinematografica e alcune delle collaborazioni più significative del nostro cinema.

Nato il 15 ottobre 1954 a Cariati, in provincia di Cosenza, Ascione ha costruito la propria carriera lontano dai riflettori, muovendosi con rigore e competenza nel cuore dei processi creativi. Negli anni Ottanta ha lavorato come assistente alla regia di Federico Fellini, prendendo parte alla realizzazione di “Ginger e Fred”, un’esperienza formativa che ha inciso profondamente sul suo sguardo e sul suo modo di intendere il racconto cinematografico.

Nel corso degli anni ha collaborato con alcuni dei nomi più importanti del cinema italiano, da Carlo Verdone a Sergio Rubini, da Christian De Sica a Carmine Amoroso, fino a Luca Verdone e Giulio Base, dimostrando una rara capacità di adattare la propria scrittura a registri e poetiche diverse senza mai perdere coerenza.

Sceneggiatore solido e raffinato, Ascione ha firmato film che hanno segnato il cinema italiano degli ultimi decenni. “La stazione” gli è valso il David di Donatello per la migliore sceneggiatura, mentre “Al lupo al lupo” ha ottenuto il Nastro d’Argento per il miglior soggetto originale. Tra gli altri titoli della sua filmografia figurano “Stasera a casa di Alice”, “La bocca”, “Faccione”, “Il conte Max”, “La bionda”, “L’orso di peluche”, “Prestazione straordinaria”, “Il viaggio della sposa”, “Un paradiso di bugie”, “La bomba” e “Cover Boy – L’ultima rivoluzione”, opere che testimoniano una lunga e coerente attività di scrittura.

Accanto al lavoro di sceneggiatore, Ascione ha operato anche come produttore, partecipando alla gestione creativa di progetti legati alla Penta Film e continuando, negli ultimi anni, a lavorare su nuovi film e documentari, tra cui “Cercando Itaca” ed “Esencia Cuba”.

Pur avendo vissuto e lavorato lontano dalla Calabria, non ha mai reciso il legame con Cariati, mantenendo un rapporto profondo con la sua terra d’origine. Oggi la sua città perde un figlio che ha portato il proprio talento oltre i confini locali senza mai rinnegare le radici, incarnando un’idea di cinema fatta di artigianato, cultura e responsabilità autoriale. La scomparsa di Filippo Ascione lascia un vuoto nel cinema italiano e nella comunità culturale calabrese: un professionista rigoroso, lontano dal clamore, che ha contribuito in modo decisivo a raccontare il nostro tempo attraverso il cinema.