«Il pubblico ministero sa che io non c’entro nulla». Poche parole, a margine di un interrogatorio flash, dominato dalla sua scelta di rimanere in silenzio. Si è difeso così, Roberto Porcaro, all’indomani della nuova tegola giudiziaria piovutagli addosso: un’ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Giuseppe Ruffolo che lo ha raggiunto nel carcere di Terni dove si trova recluso in regime di 41 bis.

Un deja vu per il boss che, già nel 2019, si era scontrato con le stesse accuse poi risoltesi in un nulla di fatto. Ora, però, la Dda ci riprova. E rispetto a cinque anni fa, ritiene di aver rafforzato il quadro indiziario con le dichiarazioni del pentito Ivan Barone e con quelle di Danilo Turboli che, seppur oggetto di successiva ritrattazione, sono entrate nell’inchiesta.

Lo stesso Porcaro, peraltro, aveva parlato di questo delitto ai tempi della sua breve esperienza da collaboratore di giustizia, negando però ogni coinvolgimento nella vicenda. Oggi è tornato al cospetto di un gip, in presenza del suo difensore Mario Scarpelli, e, pur avvalendosi della facoltà di non rispondere, ha ribadito lo stesso concetto.

La Procura antimafia, dunque, rispolvera il movente doppio che, a suo avviso, il 23 settembre del 2011, determina la morte di dell’allora trentottenne Ruffolo alias “Pinuzzu i Bebé”: da un lato le motivazioni personali dell’esecutore materiale Massimiliano D’Elia, mosso da sentimenti di rancore nei confronti della vittima; dall’altro, quelle più pragmatiche e legate al business criminale del presunto mandante, ovvero Porcaro.

Non a caso, Ruffolo era sospettato di praticare l’usura in assoluta autonomia e, sollecitato più volte a versare una parte dei proventi nella bacinella dei clan, non si era piegato a quell’imposizione, finendo così per segnare la propria condanna a morte. Un’ipotesi che sembrava ormai tramontata e che, invece, è tornata attuale. Fin qui, infatti, un processo è stato celebrato solo a carico di D’Elia, poi condannato a sedici anni di reclusione.

All’epoca, l’agguato si consuma intorno alle venti, quando Ruffolo è appena uscito dall’ufficio della sua ditta di trasporti e spedizioni in via degli Stadi. Percorre pochi metri alla guida della sua Giulietta quando, nei pressi del sottopasso, uno scooterone gli taglia la strada. In sella c’è il sicario, poi identificato in D’Elia, che armato di pistola gli scarica addosso l’intero caricatore. Ruffolo, seppur colpito a morte, ha la forza di scendere dalla sua auto e di trovare riparo in un veicolo di passaggio. Non arriverà vivo in ospedale.