Una vendetta maturata per dieci anni, affidata alla ’ndrangheta e portata a termine attirando la vittima in un luogo isolato con la promessa di venderle un’arma. È la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sull’omicidio dell’allevatore Francesco Giuseppe Madera, ucciso il 18 novembre 2019 a Campana, nelle campagne della Sila cosentina.

Secondo l’accusa, a volerne la morte sarebbe stato Renato Salvatore Rossano, intenzionato a vendicare il fratello Bernardo, ucciso proprio da Madera nel 2009. Per realizzare il piano si sarebbe rivolto a Nicola Abbruzzese, detto «Semiasse», indicato come l’allora reggente dell’omonima cosca di Cassano all’Ionio.

Il provvedimento di fermo, firmato dal procuratore capo Salvatore Curcio, dal procuratore aggiunto Giulia Pantano e dal pubblico ministero antimafia Alessandro Riello, è stato eseguito nei confronti di Renato Salvatore Rossano e di Carmine Dennis Rocca, indicato come uno dei due esecutori materiali.

Sono indagati per il delitto anche Abbruzzese, già detenuto, e Gianluca Maestri, oggi collaboratore di giustizia, che si è accusato di aver partecipato all’agguato. 

Il precedente del 2009 e il timore della famiglia

Per comprendere il movente ipotizzato dalla Dda occorre tornare al 6 febbraio 2009, quando a Campana Madera uccise Bernardo Rossano durante una discussione nel proprio garage.

La vicenda, ricostruita nel precedente processo, aveva avuto origine da questioni relative a un carico di legna, inserite in una situazione di conflitto preesistente. Madera aveva imbracciato un fucile, sparato e poi si era consegnato ai carabinieri.

Condannato inizialmente a dodici anni, in appello aveva ottenuto una riduzione della pena a sei anni e otto mesi, con il riconoscimento delle attenuanti dello stato d’ira, della provocazione e delle generiche. Aveva terminato di espiare la pena il 24 luglio 2014.

Nel decreto di fermo si precisa che l’allevatore non apparteneva a circuiti criminali. In famiglia, tuttavia, era rimasta la paura di una ritorsione. Nelle dichiarazioni raccolte subito dopo il suo assassinio, la moglie aveva riferito agli investigatori il timore che qualcuno dei fratelli di Bernardo Rossano potesse vendicarne la morte, indicando in particolare Renato.

Il presunto incarico alla cosca di Cassano

Secondo la Dda, Renato Rossano avrebbe trasformato quel proposito in un piano organizzato, coinvolgendo sia una persona di fiducia sia la criminalità organizzata.

A Carmine Dennis Rocca, legato da rapporti di conoscenza alla famiglia Madera, sarebbe spettato il compito di avvicinare l’allevatore e attirarlo all’appuntamento. Nicola Abbruzzese, condividendo il progetto, avrebbe invece incaricato Gianluca Maestri di partecipare all’esecuzione.

La Dda individua Rossano quale mandante interessato alla vendetta, Abbruzzese come organizzatore attraverso la propria struttura criminale, Rocca e Maestri come esecutori.

Le dichiarazioni di Maestri, iniziate nel dicembre 2023, hanno consentito agli investigatori di rileggere anche gli elementi raccolti nell’indagine originaria della Procura di Castrovillari, che aveva già concentrato l’attenzione su Rocca e sui suoi rapporti con Rossano, senza arrivare allora a formali contestazioni.

I due tentativi falliti prima dell’agguato

Nel racconto del collaboratore richiamato dal decreto, l’omicidio sarebbe stato preceduto da due tentativi non riusciti.

In una prima occasione gli esecutori avrebbero atteso Madera nei pressi di una stalla, ma l’allevatore avrebbe seguito un percorso diverso da quello previsto. In un’altra circostanza, invece, le condizioni meteorologiche e la neve avrebbero fatto rinviare l’azione.

Per la Procura, questi passaggi contribuiscono a delineare un progetto preparato nel tempo, con sopralluoghi, spostamenti e una ripartizione dei compiti. Su questa base viene contestata agli indagati anche l’aggravante della premeditazione.

L’appuntamento per acquistare un’arma

La trappola sarebbe scattata attraverso una proposta alla quale Madera era interessato: l’acquisto di un’arma per la caccia.

Secondo l’accusa, Rocca gli avrebbe fatto credere di potergli vendere una carabina, fissando l’incontro in località Vaccarizzo, nel territorio di Bocchigliero, lungo la strada provinciale 204.

La moglie dell’allevatore aveva riferito che il marito le aveva parlato dell’appuntamento, previsto per le 17 del 18 novembre 2019. La donna gli aveva chiesto perché dovesse incontrarsi con Rocca in un posto isolato e a un’ora in cui sarebbe stato quasi buio. Madera avrebbe risposto che il giovane non voleva essere visto.

La stessa testimone aveva ricordato un precedente appuntamento nello stesso luogo, circa un mese prima, al quale Rocca non si sarebbe presentato.

Il colpo di pistola e il tentativo di fuga

Secondo la ricostruzione contenuta nel decreto, Madera avrebbe raggiunto il luogo dell’incontro con il proprio fuoristrada. All’arrivo dei due uomini, si sarebbe avvicinato alla loro automobile, convinto di ricevere l’arma promessa.

Maestri avrebbe esploso un colpo di pistola, ferendolo all’addome. Dopo il mancato funzionamento dell’arma, l’allevatore avrebbe tentato di scappare verso il bosco. I due assalitori lo avrebbero raggiunto e colpito al capo con un bastone e una pietra, provocandone la morte.

Il collaboratore ha riferito che Madera avrebbe riconosciuto Rocca e cercato di fermare gli aggressori dicendo che suo figlio sapeva dell’appuntamento.

La sequenza descritta viene messa in relazione dalla Procura con gli accertamenti medico-legali, che avevano rilevato una ferita da arma da fuoco all’addome e lesioni alla testa provocate da corpi contundenti.

Il ritrovamento e le aggravanti contestate

A trovare il corpo, nella tarda serata del 18 novembre, furono i due figli di Madera, usciti a cercarlo dopo il mancato rientro. Nel terreno avevano individuato prima il fuoristrada del padre e poi il cadavere, lungo lo sterrato che conduceva verso la vegetazione.

La Dda contesta, oltre alla premeditazione, l’impiego di un mezzo insidioso, individuato nel falso appuntamento organizzato per sorprendere la vittima e limitarne le possibilità di difesa.

Vengono contestati anche il metodo e l’agevolazione mafiosa. Per l’accusa, il delitto non sarebbe rimasto sul piano della vendetta personale: il coinvolgimento della cosca Abbruzzese avrebbe messo la struttura criminale al servizio del progetto, rafforzandone il potere.