«Sarò una stupida sognatrice, ma credo davvero che la bellezza salverà il mondo». Anna Mallamo sceglie di chiudere da qui, quasi a rovesciare l’ordine della narrazione, l’incontro alla libreria Ubik dedicato al suo romanzo Col buio me la vedo io, quarto appuntamento con gli autori della Decina 2026 del Premio Sila.

Subito dopo, il passaggio che dà il tono alla serata: «Ogni libro in più è una bomba in meno». Una dichiarazione che lega letteratura e responsabilità, evocando le parole di Peppino Impastato e spostando il discorso su un piano che va oltre il libro. A dialogare con l’autrice, il giornalista Giuseppe Smorto.

Prima dell’inizio, la direttrice del Premio, Gemma Cestari, ha ricordato Romano Luperini, giurato scomparso nei giorni scorsi: «Un grandissimo intellettuale, ma anche una persona di rara delicatezza. Gli dobbiamo molto».

Il romanzo entra subito in una dimensione precisa, linguistica prima ancora che narrativa. «Una lingua potentissima, mista al dialetto calabrese, affilata come una lama», osserva Cestari. Non un semplice registro espressivo, ma una struttura che attraversa l’intero testo senza cedimenti, costruendo ritmo e senso.

Smorto riporta il discorso alla cornice storica: i moti di Reggio, la città bloccata, le vittime. «Per anni ho sentito dire: “L’importante è che si ammazzino fra di loro”. È una falsità. Tra quei morti ci sono innocenti». Un passaggio che apre il campo a una riflessione sulle zone grigie, su ciò che resta invisibile anche quando accade sotto gli occhi di tutti.

È qui che Mallamo inserisce il 1981, anno simbolico: «Vermicino è stata la prima tragedia seguita in diretta senza vedere nulla. Mi sembrava la metafora perfetta del nostro Sud: tutto accade, ma non si vede». Reggio, racconta, era insieme normalità e ombra. «Facevamo una vita da ragazze, tra scuola e musica. Ma l’ombra c’era. E prima o poi ti raggiunge».

La scelta, precisa, è quella di sottrarsi a una narrazione già codificata. «Non volevo scrivere l’ennesima storia alla Gomorra. Volevo raccontare una città con le sue bellezze, non solo con le sue ferite».

Sul dialetto, la riflessione si fa personale: «Sono cresciuta in una generazione a cui il dialetto è stato tolto. L’ho ripreso, lavorato, reso comprensibile. Non mi interessava che fosse facile: volevo che le parole arrivassero con la loro forza».

Il romanzo viene definito dall’autrice un “romanzo di trasformazione”. Al centro c’è Lucia, e con lei un passaggio interiore: dalla logica della vendetta a quella della giustizia. «Questa trasformazione non gliel’ho data io. È lei che l’ha data a me».

Smorto insiste su questo punto: «C’è speranza. L’alternativa alla vendetta esiste, ed è una conquista». Non un’affermazione teorica, ma un movimento che attraversa la storia.

A chiudere, la lettura di una pagina: Lucia in classe, Dante sullo sfondo, e un pensiero che scivola altrove, verso un giro in Vespa, verso un innamoramento. Un frammento sospeso, leggero, quasi in contrasto con tutto il resto.