Lo spopolamento della Calabria è un processo in fase già avanzata. Al 31 dicembre 2024 la regione contava 1.834.646 residenti, quasi quattromila in meno rispetto all’anno precedente; tra il 2011 e il 2021 la perdita era stata del 5,3 per cento.

Il problema assume dimensioni ancora maggiori nelle aree interne, dove distanza dai servizi, invecchiamento e riduzione della popolazione in età lavorativa tendono ad alimentarsi reciprocamente.

È in questo scenario che nasce Ripopola Calabria, la declinazione operativa del programma regionale “Casa 100”. L'idea è apparentemente semplice: recuperare immobili pubblici inutilizzati nei piccoli Comuni che stanno perdendo abitanti e destinarli a persone disposte a trasferirvi la propria residenza per almeno dieci anni. Il programma dispone complessivamente di 20 milioni di euro; per ciascuna abitazione è previsto un contributo fino a 2.000 euro per metro quadrato e comunque non superiore a 280.000 euro.

La fase pilota riguarda i Comuni con non più di 5.000 abitanti che abbiano registrato una diminuzione della popolazione tra il 2011 e il 2025. L'intuizione contiene degli elementi convincenti. Il primo è che si cerca di affrontare contemporaneamente due problemi: il declino demografico e l'abbandono del patrimonio edilizio. Non si costruiscono nuove case per attrarre abitanti mentre quelle esistenti restano vuote. Al contrario, il programma esclude il consumo di nuovo suolo e permette di finanziare ristrutturazioni, interventi antisismici, efficientamento energetico e recupero degli edifici esistenti. È una scelta urbanisticamente sensata, soprattutto in una regione caratterizzata da centri storici fragili e da un patrimonio immobiliare spesso sottoutilizzato. Il secondo punto di forza è il vincolo temporale. Chiedere a chi riceverà l'alloggio di stabilire la propria residenza per almeno dieci anni prova a evitare che una politica di ripopolamento si trasformi in un incentivo per seconde case o trasferimenti puramente opportunistici. L'obiettivo dichiarato non è semplicemente riempire un appartamento, ma creare una residenza stabile.

Il principale limite di Ripopola Calabria è a monte: rischia di affrontare con uno strumento prevalentemente abitativo un fenomeno che abitativo non è.

Le persone non hanno lasciato i piccoli Comuni calabresi principalmente perché mancavano le case. Molto spesso le case ci sono, e sono persino numerose rispetto alla popolazione rimasta. Si parte perché manca il lavoro, perché raggiungere un ospedale richiede troppo tempo, perché una scuola chiude, perché i collegamenti sono insufficienti o perché un giovane laureato non trova opportunità professionali compatibili con la propria formazione. Lo riconoscono, indirettamente, gli stessi studi della Regione sui borghi: oltre l'80 per cento dei Comuni calabresi appartiene alla dimensione dei piccoli centri e molti di essi presentano problemi di distanza dalla formazione, dalla sanità, dai trasporti e dagli altri servizi essenziali.

I dati ISTAT mostrano inoltre che ben 280 Comuni calabresi appartengono alle aree interne e raccolgono il 44,3 per cento della popolazione regionale. Qui si trova il vero punto critico del progetto. Una casa può ridurre il costo del trasferimento, ma non crea da sola la ragione per trasferirsi. Supponiamo che una famiglia con due figli riceva la disponibilità di un'abitazione perfettamente ristrutturata in un piccolo Comune dell'entroterra. La decisione di viverci per dieci anni dipenderà molto meno dal valore dell'immobile che dalla possibilità di lavorare, dalla presenza della scuola, dall'accessibilità dell'assistenza sanitaria, dalla qualità della connessione digitale e dalla possibilità di raggiungere rapidamente un centro maggiore. Se queste condizioni non esistono, il beneficio immobiliare rischia di compensare solo temporaneamente uno svantaggio territoriale molto più grande.

Ripopola Calabria avrebbe quindi maggiore forza se l'alloggio fosse considerato non come la politica, ma come uno dei tasselli di un pacchetto territoriale: casa, lavoro, servizi, mobilità, connettività digitale, scuola e incentivi all'impresa. C'è poi un secondo problema, meno evidente ma importante.

La selezione dei territori parte dalla disponibilità di immobili pubblici. Per partecipare alla fase pilota il Comune deve infatti possedere almeno un immobile utilizzabile per finalità abitative. È un criterio amministrativamente comprensibile, ma economicamente può produrre un effetto paradossale: non necessariamente saranno favoriti i paesi che hanno più bisogno di essere ripopolati, bensì quelli che possiedono il patrimonio pubblico più facilmente recuperabile e che dispongono della capacità tecnica necessaria per candidarlo.

Un Comune di 800 abitanti che perde popolazione rapidamente ma non possiede immobili comunali adatti potrebbe così restare fuori; un Comune più strutturato, con maggior patrimonio e uffici tecnici più efficienti, potrebbe invece partecipare con maggiore facilità. È una forma di selezione per capacità amministrativa, problema ricorrente nelle politiche territoriali destinate proprio alle amministrazioni più fragili. Anche i tempi della prima ricognizione meritano attenzione.

Il progetto è stato presentato pubblicamente il 30 aprile; l'accreditamento dei Comuni doveva essere completato entro il 19 maggio e la documentazione sugli immobili entro il 4 luglio. Per amministrazioni di poche centinaia o poche migliaia di abitanti, spesso con personale tecnico ridotto, censire il patrimonio, verificare titoli, conformità urbanistica, catasto, vincoli e disponibilità giuridica in una finestra relativamente breve non è necessariamente un compito banale. Ed emerge qui un problema dell'attuale fase di attivazione. Ad oggi, conclusa da quasi due mesi la finestra per la presentazione degli immobili, il portale ufficiale continua a qualificarsi come “Fase Pilota 2026 – Riservato ai Comuni”.

Non è ancora disponibile pubblicamente una vetrina definitiva degli immobili destinati ai nuovi residenti né sono state definite le procedure attraverso le quali i cittadini potranno candidarsi. Lo stesso avviso originario rinvia a un successivo atto regionale sia le modalità di individuazione degli aspiranti residenti sia i criteri di premialità. Non siamo quindi di fronte a un programma fallito o in ritardo in senso tecnico: siamo ancora nella fase di costruzione. Ma proprio per questo sarebbe utile aumentare la trasparenza sull'avanzamento.

Quanti Comuni hanno partecipato? Quanti immobili sono stati censiti? Quanti hanno superato una prima verifica? Qual è la loro distribuzione territoriale? Quanto costerebbe recuperarli? Sono informazioni essenziali per valutare la consistenza effettiva della sperimentazione. Nel frattempo, la Regione ha compiuto un investimento significativo sull'infrastruttura informatica.

Con il decreto n. 13410 del 29 luglio ha destinato 1.420.533 euro alla piattaforma digitale di housing, affidando la fornitura nell'ambito di un accordo Consip; il contratto avrà durata di 24 mesi. La piattaforma dovrà servire per analisi, programmazione, gestione e monitoraggio degli interventi e, in prospettiva, anche per favorire l'incontro tra immobili e potenziali residenti. La digitalizzazione può essere uno dei punti forti del programma, soprattutto se produrrà una banca dati pubblica e verificabile. Ma anche qui l'ordine delle priorità conta. A fronte di una dotazione complessiva di 20 milioni, oltre 1,4 milioni destinati alla piattaforma rappresentano un investimento rilevante. Sarà quindi necessario dimostrare che non si tratta semplicemente di costruire un sofisticato contenitore informatico, ma di realizzare un'infrastruttura capace di ridurre tempi, discrezionalità e costi amministrativi. Ancora più delicato è il futuro meccanismo di selezione dei beneficiari. L'avviso prevede che i Comuni presentino una lista di potenziali assegnatari, secondo criteri di trasparenza ed equità, ma le premialità saranno definite successivamente dalla Regione. È probabilmente il punto sul quale si giocherà buona parte della credibilità del progetto.

Chi deve essere favorito? Una famiglia giovane con figli? Chi apre un'impresa? Un medico disposto a lavorare nel territorio? Un lavoratore da remoto? Un calabrese emigrato che vuole rientrare? Una persona proveniente da un'altra regione? Un pensionato? Non sono questioni secondarie, perché producono effetti economici e demografici completamente differenti. C'è anche un'altra distinzione fondamentale. Se Ripopola Calabria spostasse un residente da Catanzaro, Cosenza o Reggio in un piccolo Comune, avrebbe certamente contribuito al ripopolamento di quel borgo, ma non avrebbe aggiunto un solo abitante alla Calabria. Se l'obiettivo è contrastare il declino demografico regionale, occorrerà distinguere attentamente tra mobilità interna e capacità di attrarre residenti dall'esterno o di riportare in Calabria persone precedentemente emigrate. Persino il vincolo dei dieci anni, certamente comprensibile, necessita di una disciplina accurata. Cosa accade se l'assegnatario trova lavoro in un'altra regione dopo tre anni? E in caso di separazione familiare, malattia o trasferimento obbligato? Qual è la sanzione? Decade dal beneficio? Deve restituire qualcosa? Sono dettagli tecnici solo in apparenza: un vincolo troppo debole rende inefficace l'incentivo, uno troppo rigido può scoraggiare proprio le famiglie giovani e professionalmente mobili che la Calabria vorrebbe attrarre. Infine, c'è il problema della scala.

Venti milioni sono una cifra importante per una sperimentazione, ma contenuta rispetto alle dimensioni territoriali del fenomeno. Il programma potrà essere decisivo per alcune decine o centinaia di nuclei familiari, a seconda dei costi effettivi degli interventi; difficilmente, da solo, può modificare una dinamica demografica regionale che coinvolge centinaia di Comuni.

La stessa Giunta, nel motivare il programma, richiama prospettive demografiche estremamente negative per i prossimi decenni. Per questo sarebbe sbagliato giudicare Ripopola Calabria chiedendogli ciò che non può fare. Non può, con 20 milioni di euro e alcune abitazioni recuperate, invertire da solo decenni di declino demografico. Può però diventare un laboratorio di una politica diversa per le aree interne. Per riuscirci occorrerebbe fissare sin dall'inizio indicatori molto più ambiziosi del semplice numero di case ristrutturate: quanti nuovi residenti arrivano realmente da fuori regione; quanti hanno meno di quarant'anni; quanti bambini entrano nelle scuole locali; quanti beneficiari lavorano nel Comune o nell'area circostante; quante nuove attività economiche vengono create; quanti residenti sono ancora presenti dopo cinque e dieci anni. Perché il vero indicatore di successo non sarà avere cento edifici ristrutturati. Sarà scoprire, fra dieci anni, che intorno a quelle case esistono ancora scuole, negozi, imprese, servizi e comunità. Ripopola Calabria parte, dunque, da una idea apprezzabile, ma la casa deve essere l'inizio del progetto, non la sua conclusione. Se la Regione riuscirà a collegare la politica abitativa alle opportunità di lavoro e alla ricostruzione dei servizi nei territori, la sperimentazione potrà diventare un modello interessante. Se, invece, l'intervento resterà prevalentemente un programma di recupero edilizio con un vincolo di residenza, avremo certamente salvato qualche immobile dall'abbandono. È sicuramente qualcosa, ma è cosa molto diversa dal ripopolare la Calabria.

*Professore Università Mediterranea