Il presidente Usa rivendica un ruolo nella successione e chiede a Herzog la grazia per Netanyahu. Da Teheran arrivano minacce e accuse su droni e guerra
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«Il figlio di Khamenei per me è inaccettabile. Vogliamo qualcuno che porti armonia e pace in Iran». In un’intervista ad Axios, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump prende posizione sul dopo Ali Khamenei, indicato nel testo come ucciso nella prima ondata di raid americani e israeliani su Teheran, e respinge il nome di Mojtaba Khamenei tra i possibili successori alla carica di Guida Suprema.
Trump spinge il ragionamento oltre la semplice valutazione politica e sostiene di voler essere coinvolto direttamente nel passaggio di consegne. «Stanno sprecando il loro tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina», scandisce, citando anche un precedente paragonato alla vicenda venezuelana: «Come nel caso di Delcy (Rodriguez, ndr) in Venezuela». Nelle stesse dichiarazioni, il tycoon conferma che Mojtaba sarebbe «il nome più accreditato» per il ruolo, ma ribadisce che per lui non può essere la soluzione.
Sul fronte israeliano, in un’intervista telefonica a Channel 12, Trump torna poi a sollecitare il presidente israeliano Isaac Herzog a concedere «immediatamente» la grazia al premier Benjamin Netanyahu, motivando la richiesta con l’esigenza di consentirgli di concentrarsi sulla guerra contro l’Iran. Trump afferma di non voler vedere Netanyahu distratto da altre questioni e definisce «inaccettabile» il comportamento attribuito a Herzog, sostenendo di aver sollevato il tema per un anno e di aver ricevuto più volte la promessa di un provvedimento di clemenza.
Intanto, da Teheran arrivano segnali di ulteriore escalation verbale. Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, lancia un nuovo avvertimento agli Stati Uniti: dopo aver detto che «la storia non è finita» e che «il martirio dell’Imam Khamenei avrà per voi un prezzo altissimo», su X rincara evocando la possibilità di un intervento terrestre americano e la risposta iraniana: «I coraggiosi giovani cresciuti alla scuola dell’Imam Khomeini e dell’Imam Khamenei sono pronti a umiliare questi malvagi invasori americani, infliggendo loro migliaia di vittime e facendo molti prigionieri». Larijani aggiunge che «la sacra terra dell’Iran non è un posto per i servitori dell’inferno».
Nel quadro del sesto giorno di guerra, entra anche il dossier caucasico. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi rilancia accuse contro Israele in relazione a un drone che avrebbe colpito l’aeroporto dell’exclave azera di Nakhchivan, con quattro feriti. In una telefonata con il collega di Baku, Djeyhoun Bairamov, Araghchi nega che Teheran abbia attaccato l’Azerbaigian e «denuncia il ruolo del regime israeliano», sostenendo che l’obiettivo sarebbe «distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e danneggiare le buone relazioni dell’Iran con i suoi vicini».
Sempre su X, Araghchi si rivolge direttamente a Trump: «Il piano A per una vittoria militare rapida e netta è fallito, signor presidente. Il suo piano B rischia di essere un fallimento ancora più grande». Poi aggiunge che «la possibilità di raggiungere un accordo unico è andata persa» dopo i «progressi significativi» che, secondo la sua ricostruzione, erano stati fatti nei tre round di negoziati sul nucleare tra Teheran e Washington, citando gli incontri in Oman e in Svizzera, e chiude con lo slogan: «“Israele First” significa sempre “America Last”».

