La scomparsa del couturier segna la fine di un’epoca: dalle origini a Voghera alla consacrazione mondiale, l’eredità di Valentino continua a definire l’eleganza contemporanea
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La notizia arriva in una mattina sospesa, di quelle che sembrano segnare un prima e un dopo. Valentino Garavani è morto a 93 anni nella sua Roma, la città che lo ha accolto da ragazzo e che lui ha trasformato nel centro del suo universo creativo. Con lui scompare non soltanto un couturier straordinario, ma un’intera idea di eleganza, di civiltà del gusto, di rapporto tra la moda e il desiderio. Un linguaggio raffinato, riconoscibile in tutto il mondo, che ha attraversato decenni senza mai perdere la propria autorità.
Valentino nasce a Voghera l’11 maggio 1932. Fin da giovanissimo mostra un’attrazione quasi istintiva per la bellezza, un orientamento naturale che anni dopo avrebbe raccontato con un ricordo divenuto leggendario: adolescente, al Teatro dell’Opera di Barcellona, rimane folgorato dalle signore vestite di rosso. In quell’istante capisce che quel colore possiede un potere unico e decide che diventerà il suo marchio. Ma la sua eredità non può essere ridotta a una tonalità. Valentino è molto di più: è il rigore tecnico, è l’occhio assoluto, è l’idea che la moda debba elevare, non travestire.
Dopo gli studi a Milano, nel 1949 si trasferisce a Parigi. Frequenta l’École des Beaux-Arts, poi la Chambre Syndicale de la Couture Parisienne, in anni in cui gli italiani non trovano porte spalancate oltralpe. Ma la determinazione e il talento lo rendono inevitabile. Vince il prestigioso Woolmark Prize, entra negli atelier di Jean Dessés e Guy Laroche, impara la costruzione dell’abito dall’interno, come si fa negli ambienti dove la couture è religione. Nel 1959 torna in Italia, scegliendo Roma come laboratorio e rifugio. È il momento in cui la città è una capitale del cinema, della creatività, di una nuova borghesia cosmopolita. Il luogo ideale per far nascere la sua maison.
L’anno successivo, su via Veneto, avviene l’incontro che segna una vita: Giancarlo Giammetti, ventiduenne, studente di architettura, diventa prima compagno e poi alleato imprescindibile. È l’inizio di un sodalizio che durerà per sempre. Valentino crea; Giammetti costruisce un impero. Diana Vreeland li battezza “The boys”: in due sono una forza inarrestabile.
Il passaggio da promessa a simbolo avviene nel 1967, con la celebre collezione interamente bianca presentata a Firenze, nella Sala Bianca. È un azzardo in piena stagione psichedelica, ma diventa un trionfo. Da quel momento, Valentino non è più soltanto un couturier: diventa un archetipo. Le star lo scelgono, e non lo lasceranno più. Jackie Kennedy indossa i suoi abiti nei momenti più pubblici e più privati della sua vita; e non è un caso che alcuni dei modelli più celebri della maison – come l’abito verde menta, monospalla, che più tardi indosserà anche Jennifer Lopez – siano nati da questo rapporto.
La sua parabola è costellata di momenti iconici: Liz Taylor, le teste coronate, gli Oscar vinti da attrici vestite da lui, i party memorabili nelle sue dimore. L’avventura imprenditoriale è altrettanto imponente: nel 1998 il marchio viene ceduto per 300 milioni di dollari, nel 2006 arriva la Legion d’Onore francese, nel 2007 l’addio alle scene, celebrato con tre giorni di eventi a Roma che rimangono nella memoria della moda internazionale.
Il documentario “Valentino – The Last Emperor” del 2009 rivelerà al pubblico la complessità, la fragilità e lo humour del personaggio, oltre al legame indissolubile con Giammetti. La standing ovation alla prima veneziana sancisce una consacrazione definitiva. E la storia gli dà ragione anche nella scelta degli eredi: prima Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, poi quest’ultimo da solo, guidano la maison a una nuova stagione di grazia, consolidando la linea tracciata dal fondatore.
Negli ultimi anni Valentino si era ritagliato un ruolo di osservatore privilegiato, tra social media, serate mondane e una vita circondata dall’affetto del suo “clan”. Mai indulgente con la contemporaneità, soprattutto con le derive del gusto digitale, difendeva un’idea di moda fatta di disciplina, artigianato e visione.
Forse l’immagine più potente degli ultimi decenni è del 2019: a Parigi, alla fine di una sfilata di haute couture firmata Piccioli, le sarte dell’atelier – molte delle quali avevano iniziato con lui da giovanissime – gli corrono incontro per abbracciarlo. È un gesto spontaneo, sincero, una dichiarazione d’amore collettiva. Valentino si commuove. È il saluto di chi sa di aver partecipato a una storia irripetibile.
Oggi quella storia si chiude. Resta l’opera: un archivio immenso, un’estetica riconoscibile ovunque, la prova che la moda, quando è alta, sa parlare un linguaggio universale. Resta soprattutto l’idea che “rendere le donne belle” – come diceva lui – fosse un atto culturale prima ancora che estetico.
Valentino Garavani non c’è più. Ma il suo mondo, il suo rosso, la sua disciplina del bello continueranno a vivere a lungo. In passerella, nella memoria di chi lo ha conosciuto e in quella di chi, forse senza saperlo, è cresciuto guardando il suo sogno diventare forma.

