Sconfitte in serie fino a sfiorare quasi l’irrilevanza. Una debacle dopo l’altra ha probabilmente alimentato il pensiero che la Calabria sia considerata irrecuperabile. O, meglio, un feudo del centrodestra e in particolare di Forza Italia. Ad ogni tornata elettorale il Pd e i suoi alleati si leccano le ferite. Analizzano. Ma giusto per due o tre giorni. Poi si stende un velo, probabilmente pietoso, su quanto sancito dalle urne qualche giorno prima. A parte aggiungere unità al conteggio delle città che hanno cambiato colore, passando dal rosso all’azzurro, il dato che emerge è un altro. Ad Elly Schlein non interessa nulla della Calabria. Non c’è altra spiegazione.

I cacicchi sono tutti fermi laddove la segretaria aveva giurato di portare vento fresco. E se spifferi di novità ci sono stati, si è scoperto dopo qualche settimana che erano alimentati dai soliti, eterni, notabili del partito. Lo sport preferito di democrat e compagni è non cambiare niente, non prendere atto che l’attuale classe dirigente non è in grado di offrire, dal Pollino allo Stretto, una proposta tale da poter mettere in discussione l’egemonia degli avversari.

Lettura troppo dura verso il povero Nicola Irto e gli altri coordinatori regionali di M5s, Avs e di chi ambisce a strutturare un campo largo in salsa calabra? Decisamente no, perché almeno il Partito Democratico qualche consigliere comunale lo elegge. Sempre meno e forse per consenso personale, ma tra gli scranni dei pubblici consessi gli eletti (negli anni) di Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, Verdi, Psi, Italia Viva e Rifondazione Comunista si contano sulle dita di una mano.

Le amministrative del 24-25 maggio sono state devastanti. Tutti a braccetto a Reggio Calabria per prendere meno del 25% nel giardino di casa del consigliere regionale e già sindaco per 10 anni Giuseppe Falcomatà e del segretario regionale del Pd.

A Crotone non si è infranto il muro del 35%. Il M5s addirittura si è impigliato in un poco dignitoso 4% come un vecchio scarpone nelle reti dei pescatori. Giuseppe Conte ha confermato di recente la coordinatrice regionale Anna Laura Orrico e tutti i coordinatori provinciali. Se tra i pentastellati non ci sono cacicchi (ancora per quanto tempo?), c’è però un problema di presenza e di credibilità. Se nessuno ti vota alle amministrative, due domande bisognerebbe porsele.

Risalendo la Calabria verso nord, a San Giovanni in Fiore il candidato di Mario Oliverio, Giuseppe Belcastro, ha preso il 7%. Quello del centrosinistra progressista, Luigi Candalise, è arrivato al 21% con un contributo del Pd pari al 5%: tutto il resto è stato farina di un gruppo di validi ragazzi e attivisti che operano nel sociale. Lontanissimi i tempi in cui la bandiera rossa sventolava fiera sulla capitale della Sila.

A Villapiana per tutta la campagna elettorale è andata in scena un’improbabile difesa dei tesserati del circolo Pd che hanno scelto, «senza simbolo e per amore della città», di sostenere la candidata a sindaco vincente. Peccato che solo pochi mesi prima si fosse candidata alla Regione con la Lega e fosse sostenuta da Fratelli d’Italia. Evidentemente le controindicazioni del civismo non sono state lette con attenzione, come talvolta avviene col bugiardino delle confezioni di medicinali.

Infine Castrovillari, dove c’è ancora speranza. La speranza data da un candidato a sindaco sostenuto dal Partito Democratico, che ha fatto tre liste e ne va dato atto al circolo e al sindaco uscente Lo Polito, con un passato giovanile nell’estrema destra. I prossimi 7-8 giugno Ernesto Bello si giocherà la poltrona di primo cittadino con Anna De Gaio, in quota FdI e supportata dall’intero centrodestra. Il rischio che anche questo Municipio cambi bandiera, è concreto. E non sarebbe una novità.