Il racconto di Giuseppe Lombardo sulle code interminabili, il gelo e le difficoltà burocratiche per accedere al servizio analisi
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Un semplice prelievo di sangue si è trasformato, per Giuseppe Lombardo, in un percorso ad ostacoli che definisce «un’esperienza da ospedale del terzo mondo». È lui stesso a raccontare, in una lunga testimonianza, quanto accaduto lunedì 19 gennaio al Punto Prelievi dell’ospedale.
«Mi reco al Cup per pagare il ticket», spiega Lombardo, «prendo il numerino: L86. Stanno servendo L11». Due ore e mezza più tardi riesce finalmente a pagare e raggiunge il reparto analisi, dove trova «la vera sorpresa»: tre soli infermieri per gestire decine di utenti. «Numerino 47», racconta, «e almeno sessanta persone in attesa».
Il problema non è solo il ritmo rallentato delle prestazioni. L’assenza di uno spazio adeguato per l’attesa costringe tutti a restare fuori, al freddo. «È normale che anziani, bambini, donne incinte e persone malate debbano aspettare al gelo?», domanda il cittadino. «La sala d’attesa contiene dieci persone al massimo. Gli altri cinquanta o sessanta restano fuori. Ho visto anziani battere i denti».
Lombardo solleva anche un tema di sistema: «È concepibile che nel 2026 non si possa pagare il ticket online e prenotare un giorno per le analisi, come per tutti gli altri esami? Non chiedo qualcosa che non esista: chiedo organizzazione».
Dopo altre due ore di attesa, è costretto ad andare via per impegni. «Alle 13 erano arrivati al numero 25», dice, «e al mio ritorno, alle 14, avevano già superato il mio turno. Ho perso 22 euro di ticket. Ma non è nemmeno questo il punto: davvero ci meritiamo un ospedale così?»
Il suo racconto prosegue due giorni dopo, quando torna al Cup per chiedere il rimborso. «Dopo un’ora e mezza di fila», riferisce, «l’impiegato mi dice che non può farmi il rimborso perché alcuni esami risultano eseguiti». Viene invitato a recarsi di nuovo al reparto analisi per “sistemare” la situazione burocratica. Anche qui, nuova attesa e nuove difficoltà. «La guardia mi dice che la persona che poteva aiutarmi era impegnata e non sapeva quando si sarebbe liberata». Dopo mezz’ora, la questione viene risolta, ma il sistema del Cup non recepisce l’aggiornamento. «Ho dovuto aspettare un’altra mezz’ora per ottenere il rimborso».
Un’esperienza estenuante, che Lombardo sintetizza con alcune domande retoriche: «È normale tutto questo? Davvero si può vivere così? Davvero ce lo meritiamo?». E chiude con un’amara riflessione, riferendosi alle recenti iniziative per attrarre medici in Calabria: «Il problema non sono i soldi. Mancano organizzazione, strutture adeguate, programmazione, visione d’insieme e, soprattutto, buon senso».
Una denuncia che restituisce il malessere di molti cittadini e riaccende il tema, mai risolto, della qualità dei servizi sanitari nella regione.

