Cento anni fa, nasceva Rita Pisano: staffetta partigiana, militante del Partito comunista, sindaco di Pedace e consigliere comunale di Cosenza. Donna illuminata e fiera, difese le proprie idee senza mai indietreggiare. Coniugò l’impegno politico e la cura del bene pubblico con l’amore per la famiglia: madre di sei figli, inculcò in ognuno di loro l’importanza dello studio come strumento di crescita sociale. Il più piccolo si chiama Giuseppe Giudiceandrea e traccia il profilo, in parte inedito, di una figura femminile rimasta senza eguali in Calabria.

Qual è il primo ricordo da bambino che ha di sua madre?

L’unico giorno della settimana che poteva dedicare completamente a noi figli era la domenica. Mi vengono in mente le lunghe passeggiate che facevamo insieme su corso Mazzini. Ogni due passi, però, c’era sempre qualcuno che la fermava per salutarla, e questa cosa mi faceva innervosire tantissimo. Alternavamo le giostre della Villa Nuova al cinema Morelli, dove la domenica mattina proiettavano film per bambini. Quando tornavamo nel nostro appartamento di via Sicilia a Cosenza - dove abbiamo vissuto fino al 1975, quando poi ci trasferimmo a Trenta - mamma si dedicava a preparare la sfoglia per le lasagne: le più buone che io abbia mai mangiato in vita mia.

Rita Pisano militò sin da giovanissima nelle fila del Partito comunista: chi le trasmise la passione per la politica?

Suo fratello Guido era amico intimo di Cesare Curcio, grazie al quale Pietro Ingrao - ricercato dalla polizia segreta fascista - trovò rifugio nelle montagne della Sila: mia madre, a quei tempi giovane staffetta partigiana, rischiò più volte la vita per andargli a portare qualcosa da mangiare. Zio Guido suonava Bandiera Rossa, mentre di Cesare Guido si raccontava che fosse solito nascondere le bandiera del Partito comunista nel convento dei frati di Pedace, Un giorno, fu catturato e torturato: i fascisti gli strapparono le unghie dei piedi e delle mani, e lo costrinsero a sedersi nudo su un braciere di carboni ardenti.

Rita Pisano guidò il municipio di Pedace dal 1966 al 1984, quando morì all’età di 56 anni. Qual era il contesto sociale di questa piccola realtà della Presila cosentina, oggi confluita nel Comune di Casali del Manco?

Da sindaco, mia madre favorì la nascita di piccole aziende, che diedero lavoro agli abitanti del posto. Grazie alla sua testardaggine, Pedace fu il primo Comune a istituire il tempo pieno nella scuola. Era sua convinzione che tutti i bambini, anche quelli che abitavano nelle frazioni più isolate, avessero diritto allo studio e, almeno, a un pasto caldo al giorno.

Senza contare il processo di emancipazione delle donne, che le stava particolarmente a cuore…

Grazie a mia madre, molte donne di Pedace si affrancarono dal ruolo di “angelo del focolare” e iniziarono a lavorare fuori dalle mura domestiche. Alcuni uffici del municipio, prima appannaggio degli uomini, passarono sotto la guida femminile: mi viene in mente, per fare un esempio, la storica ragioniera che lavorò al fianco di mia madre in Comune per tantissimi anni.

A suo avviso, quale fu il risultato più importante che Rita Pisano realizzò da sindaco?

A parte l’istruzione, il diritto per tutti di avere una casa dignitosa dove vivere. Pedace conobbe una grande emigrazione verso la Germania e, quando i lavoratori tornavano in paese, il loro più grande desiderio era quello di utilizzare i soldi guadagnati all’estero per ammodernare e ampliare le proprie abitazioni. Beh, mia madre non fece niente per ostacolare quell’aspirazione, anzi l’assecondò: in fondo, si trattava soltanto di realizzare un bagno in più o un’altra stanza, affinché le famiglie, spesso numerose, potessero stare soltanto un po’ più comode.

C’è un aneddoto che lega sua madre a uno dei pittori più famosi al mondo: nell’ottobre del 1949, di ritorno da Parigi - dove aveva partecipato al Congresso internazionale dei partigiani della pace - Rita Pisano incontrò in un ristorante di Roma Pablo Picasso che, su sollecitazione del critico d’arte Carlo Muscetta, le dedicò un ritratto…

L’incontro avvenne al ristorante “Piperno” situato nel ghetto ebraico di Roma. Picasso prese un foglio e una matita, tratteggiò il volto di mia madre - che all’epoca aveva soltanto ventitré anni - e scelse come titolo del ritratto “La jeune fille de Calabre”. Mio padre Giovan Battista non ha mai creduto a questa storia, anzi si divertiva a prendere in giro mia madre. Quando venimmo in possesso di una copia del ritratto, gliela mostrammo, e da allora non ci scherzò più su.

Una riproduzione del disegno è stata utilizzata come copertina di un libro di Vincenzo Padula, edito da Einaudi. Ma il ritratto originale che fine ha fatto?

Dopo essere stato a lungo nelle disponibilità della famiglia Muscetta, è finito nelle mani di un collezionista francese, che lo mise all’asta per centomila euro. Essendone venuti a conoscenza, chiedemmo al presidente della Regione Calabria Agazio Loiero di acquistare l’opera e farne dono al museo di Reggio Calabria. Purtroppo, l’operazione non andò a buon fine, e del ritratto si perse ogni traccia.

Un altro aneddoto lega il nome di Rita Pisano a quello di don Ernesto Leonetti, sacerdote di Pedace. Una rivalità che sembra rievocare quella cinematografica tra don Camillo e Peppone…

Dall’altare, don Ernesto - profondamente democristiano - si divertiva a sbeffeggiare mia madre, che invece era una fervida comunista. In realtà, li univa un affetto profondo. In occasione delle elezioni comunali del 1970, don Ernesto minacciò “Se vincono i comunisti, faccio le valigie e me ne vado da Pedace”. La Democrazia cristiana venne sonoramente sconfitta, e mia madre gli fece trovare una valigia davanti alla porta di casa. Il loro era un rapporto di odio e amore. Quando lei morì, don Ernesto celebrò i funerali e, durante l’omelia, non riuscì a trattenere le lacrime: non ho mai visto piangere nessuno in quel modo.

A cento anni dalla sua nascita, qual è il modo migliore per ricordare Rita Pisano?

Mia madre ha incarnato lo spirito di tutte le donne calabresi, che combattono in silenzio: testa alta e sguardo rivolto al futuro. Il mio grande rimpianto è che, dopo di lei, la Calabria non abbia conosciuto nessuna donna del suo stesso livello. Forse perché è morta troppo giovane, e questo ha contribuito a idealizzare la sua figura e la sua opera.