VIDEO | Quattordici team da cinque regioni alla due giorni di talk e combattimenti andata in scena al PalaCosentia: «Un’iniziativa per dire che dietro al pugilato ci sono anche dei modelli culturali»
Tutti gli articoli di Attualità
PHOTO
Dall’alto sono macchie di colore. Qui rosso, là blu. C’è chi saltella, chi fende l’aria con qualche pugno, chi l’attesa la inganna chiacchierando. Ci sono sorrisi e abbracci, perché ci sono il rispetto e l’amicizia, prima di tutto. Non solo pugni.
L’appello che chiama a raccolta sul ring parte dal Nord, dalla Lombardia, e via via scende verso il Sud, fino in Sicilia, passando per Lazio, Campania e ovviamente Calabria. Le delegazioni salgono in ordine, atleti e tecnici, e alla fine si ritrovano tutti lì, stretti gli uni agli altri su quel quadrato che è anche metafora della vita. Dove si vince e si perde, si cade e ci si rialza, le si prende e le si dà. Si suda, si spera, si resiste.
È una festa di voci e di applausi. Fino al suono della campanella. Da lì in poi è solo il rumore dei colpi e le voci che arrivano dagli angoli. «Vai, diretto e gancio, montante!».
Cinque regioni, 14 team, 34 atleti, due giorni di sport oltre lo sport. È la sesta edizione di Non solo pugni – Future Heroes of Boxing, l’iniziativa organizzata dalla Boxe Popolare di Cosenza che porta sul ring atleti e società sportive di diverse regioni italiane. Ma il ring, qui, è solo il punto di partenza. Perché la boxe è anche un modo per parlare di inclusione, educazione, rispetto e territorio.
«Facciamo sport contro ogni forma di discriminazione razziale e sociale – dichiara Gianfranco Tallarico, tecnico e fondatore della palestra cosentina –. Con quest’iniziativa diciamo che dietro al pugilato ci sono anche dei modelli culturali». E un legame forte con il contesto in cui si vive. «Stiamo portando avanti tutta una serie di iniziative con le scuole, per invogliare i ragazzi a praticare sport, coinvolgerli. Anche guardando ai fatti di cronaca recenti, è importante contrastare situazioni di disagio e violenza non ricorrendo alla semplice repressione. Ci sono problemi non solo socio-economici, ma molto spesso di natura psicologica, esistenziale, e l'attività sportiva può aiutare molto».
La serata dei match arriva dopo una prima giornata di allenamento congiunto e dibattito. Il filo conduttore è quello che dà il nome alla manifestazione: andare oltre i pugni, oltre la dimensione puramente sportiva, per interrogarsi sul ruolo che lo sport può avere nella crescita dei più giovani e nella costruzione delle comunità.
«Bisogna ritornare a prendersi cura gli uni degli altri, Non solo pugni significa questo: cucire sempre più relazioni con il territorio affinché si capisca che lo sport è un veicolo per seminare educazione, rispetto, valori», spiega Debora Rota, arrivata fin qui dalla Lombardia alla testa della delagazione della Pugilistica Domino Milano, realtà che opera nella periferia del capoluogo lombardo.
Proprio lì dove il tema della violenza giovanile è ancora una volta tornato prepotentemente al centro del dibattito. «Tutto quello che accade è frutto probabilmente di una mancata attenzione al tessuto sociale e alle risorse che ci sono nei territori», sottolinea. «Assieme alla Calabria, da tempo nelle nostre palestre portiamo avanti un percorso sociale, mettendo i ragazzi a confronto con se stessi e con gli altri in uno sport di contatto, quindi da combattimento, ma che insegna il rigore, il rispetto dell'avversario e abitua al confronto, un confronto diretto e leale sul ring ma anche fuori dal ring».
A guidare i giovani atleti della Domino c’è anche Pino Caputo. Arriva con uno scatolone, e ne tira fuori le maglie della palestra portate come dono. Sono bianche. Sul retro un’immagine, sopra una parola: “Inclusione”.
«Non condivido la repressione fatta con i militari, come sta accadendo a Milano – dice –. Servono educatori, insegnanti, riportare il senso civico al centro del dibattito».
È anche questo il messaggio che parte dall’iniziativa di Cosenza.
«La boxe è uno sport olimpico, un contenitore di valori che i ragazzi possono portare all'interno della gara, ma tutto quello che viene fatto in palestra può essere anche ribaltato nella società – aggiunge –. Lo sport in generale è così».
Ai piedi del ring, i tecnici danno ai loro atleti gli ultimi consigli prima del match. Poi la campanella dà il via ancora una volta. Angolo rosso contro angolo blu. Un gioco di gambe, braccia e testa. Cuore, anche. Il battito accelera, l’adrenalina sale.
Serve allenamento per stare lassù. Serve concentrazione. Serve mettercela tutta e crederci, comunque vada.
Dopo c’è la gioia per il risultato raggiunto, o la delusione per quello che non si è riusciti a fare. Non c’è niente di sbagliato in tutto questo. Funziona così. Tra le corde si combatte per un punto in più, fuori si lotta per un’idea di mondo più giusta.
È la boxe, bellezza. E non è solo pugni.


