Il caso del comune siciliano che ondeggia su uno strapiombo riapre vecchie ferite anche nella nostra regione. Qui il dissesto idrogeologico si è fatto letteratura (grazie ad Alvaro) e ha separato famiglie e comunità. Le storie della terra che cede e diventa nemica
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«Sempre vi sono paesi che nascono e paesi che muoiono» scriveva negli anni 50 Antonio Marando sul mensile “Nord e Sud”. C’è un filo invisibile che lega montagne e borghi, pioggia e case, storia e futuro.
In Calabria, quel filo è spesso ceduto sotto il peso del terreno che si stacca, scivola e finisce per risalire nei ricordi delle persone. Decenni di frane, evacuazioni e lotta per restare – o tornare – a casa. Accidenti diventati letteratura nelle pagine di Corrado Alvaro: «Nel sottofondo della memoria di questi abitanti della costiera e dei paesi sulle pendici dell’Aspromonte, c’è l’urlo del torrente. […] C’è nell’animo di quegli abitanti, appena le prime piogge ballano sulle tegole delle casupole senza soffitto, la paura di quello che può fare la montagna».
La Calabria ha le sue Niscemi: Maierato, Cavallerizzo, Caulonia, Roghudi, San Calogero, Martirano. Comunità costrette a ricominciare altrove.
Cavallerizzo, quando la terra divenne nemica
All’alba del 7 marzo 2005, nel cuore della Calabria settentrionale, la terra smise di essere appoggio e diventò nemica. A Cavallerizzo, frazione del comune arbëreshë di Cerzeto, in provincia di Cosenza, un’intera collina cominciò a scivolare verso valle, trascinando con sé strade, case, memorie. In poche ore un paese venne di fatto cancellato dalla geografia e dalla vita quotidiana dei suoi abitanti.
Le piogge eccezionali delle settimane precedenti avevano saturato il terreno. Secondo le ricostruzioni tecniche e le cronache dell’epoca, il movimento franoso interessò l’intero abitato, rendendo instabili decine di edifici e provocando il collasso strutturale di gran parte del borgo. Tutte le abitazioni furono dichiarate inagibili e la popolazione costretta ad abbandonare le proprie case.
Nelle ore successive alla frana, la Protezione civile e le forze dell’ordine organizzarono l’evacuazione immediata. Circa 300 persone furono trasferite d’urgenza e ospitate in strutture provvisorie, tra cui una scuola del vicino centro di Cerzeto, trasformata in rifugio temporaneo per intere famiglie.
Non ci furono vittime, ma il bilancio umano fu comunque pesantissimo: anziani costretti a lasciare le case costruite una vita prima, giovani famiglie improvvisamente senza un tetto, una comunità intera sradicata dal proprio territorio.
Nei mesi e negli anni successivi, Cavallerizzo divenne uno dei simboli italiani delle cosiddette “città fantasma”: luoghi svuotati non da guerre o terremoti, ma da frane lente e inesorabili. Le immagini delle case lesionate, inclinate, spezzate in due fecero il giro dei media nazionali.
La soluzione individuata dalle istituzioni fu drastica ma inevitabile: la ricostruzione in un nuovo sito, più stabile dal punto di vista geologico. Nacque così “Nuova Cavallerizzo”, un insediamento realizzato a distanza dal vecchio borgo, dove parte della popolazione si trasferì definitivamente.
Una scelta che, se da un lato garantì maggiore sicurezza, dall’altro lasciò ferite profonde. Molti abitanti parlarono di sradicamento, di perdita di identità, di un paese “nuovo” che non riusciva a sostituire quello antico, fatto di vicoli, relazioni, storia.
Maierato e la collina scivolata via
A Maierato, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 2010, dopo settimane di piogge torrenziali, un intero costone alle spalle dell’abitato cominciò a muoversi, lentamente all’inizio, poi con accelerazioni sempre più evidenti.
I tecnici parlarono subito di una frana di dimensioni eccezionali: circa 0,3 chilometri quadrati di superficie coinvolta e un volume stimato in diversi milioni di metri cubi di terreno in movimento. Il pendio, saturo d’acqua, perse coesione. Le crepe sull’asfalto, i muri che si fessuravano, i pali che si inclinavano furono i primi segnali visibili di un disastro imminente.
Davanti a uno scenario definito “apocalittico” dalle autorità locali, il sindaco ordinò l’evacuazione completa del paese. In poche ore, tutti i circa 2.300 abitanti di Maierato furono costretti a lasciare le proprie case. Un evento rarissimo in Italia: un intero comune svuotato per rischio frana.
Famiglie con bambini, anziani, persone con disabilità furono trasferiti in strutture ricettive, palestre e alloggi di emergenza nei comuni vicini.
A differenza di frane improvvise e rapide, quella di Maierato fu caratterizzata da un movimento progressivo. Il terreno avanzava centimetro dopo centimetro, ma con una massa tale da rendere inutili interventi tampone.
Il dissesto mise in evidenza problemi strutturali: urbanizzazione su pendii instabili, mancanza di un monitoraggio continuo e una gestione del territorio spesso frammentata.
Nei giorni e nelle settimane successive, grazie al rallentamento del movimento franoso e a interventi di messa in sicurezza, una parte della popolazione poté rientrare gradualmente nelle proprie abitazioni. Ma il paese non tornò mai davvero com’era prima.
Molte aree restarono classificate a rischio, alcune famiglie vissero per mesi nell’incertezza, e la frana lasciò una ferita visibile nel paesaggio e nella memoria collettiva.
La frana di San Calogero
A San Calogero, ancora una volta nel cuore del Vibonese, il dissesto non è un evento isolato ma un tormento protratto nel tempo. Nel corso degli anni più fronti di frana si sono attivati, spesso legati alla stessa struttura di terreno instabile.
Nel 2018 una grande frana colpì la zona, e nel 2022 si registrò un nuovo movimento che mandò a valle una parte di collegamento stradale, costringendo alla chiusura di vie di comunicazione e alla precauzionale evacuazione di almeno una famiglia per mettere in sicurezza gli abitanti.
Il paese affronta la paura di essere isolato o colpito da un’altra massa di terra in movimento, mentre tecnici e amministrazioni lavorano – a volte con lentezza – per cercare soluzioni definitive.
Caulonia, la ferita che si allarga
La ferita di Caulonia, nel cuore del Reggino, si allarga da decenni. Il quartiere storico di Maietta, parte dell’antico borgo di Giudecca, è stato progressivamente lambito dal dissesto idrogeologico. Nel corso degli anni 90 alcune case furono sgomberate e poi demolite: il terreno sotto di esse si stava lentamente frantumando.
Negli ultimi dieci anni la situazione è diventata ancora più grave: le frane ricorrenti hanno reso inagibile l’area, costringendo al completo sgombero delle strutture, mentre monitoraggi geologici e sensori cercano di tracciare ogni spostamento del terreno.
In certi momenti, il rischio di un crollo più ampio sembra imminente: le antiche case affacciate sulla vallata dell’Amusa sono simbolo di una bellezza millenaria fragile come ceramica appoggiata sul bordo di un tavolo.
Martirano: quando la terra s’infrange nel passato
Il caso di Martirano e dell’attuale Martirano Lombardo è un capitolo storico di resilienza. Qui non fu una frana singola a segnare il destino, ma una catastrofe naturale più ampia: il terremoto della notte tra il 7 e l’8 settembre 1905 che colpì duramente la Calabria centrale. Tuttavia, oltre ai danni sismici, molte delle frane e deformazioni del terreno furono causate proprio dal sisma e dalle successive inondazioni e cedimenti del suolo che seguirono.
Il centro antico venne raso al suolo e, per ragioni di sicurezza, la popolazione fu trasferita su un altopiano più stabile, dando origine all’odierna Martirano Lombardo tra il 1907 e il 1909.
Quel trasferimento fu una forma di evacuazione definitiva: anziché tornare al vecchio borgo – ora ritenuto troppo pericoloso – la comunità scelse un nuovo inizio, lasciando alle spalle la roccia che l’aveva tradita.
Roghudi, quando la montagna costrinse un paese a fuggire
Roghudi Vecchio oggi è un luogo sospeso, un balcone di pietra sulla fiumara dell’Amendolea dove il silenzio ha preso il posto delle voci. Ma negli anni Settanta quel silenzio non esisteva: c’erano famiglie, bambini, botteghe, una comunità intera aggrappata alla roccia dell’Aspromonte. Poi arrivò l’acqua. E con l’acqua, la frana, il dissesto, l’ordine di sgombero.
Tra il 1971 e il 1973 Roghudi Vecchio fu progressivamente abbandonato dopo due violente alluvioni che resero il borgo inabitabile, segnando una delle evacuazioni più drammatiche della Calabria contemporanea.
Nel febbraio del 1971, piogge eccezionali colpirono la vallata della fiumara. In poche decine di ore cadde l’equivalente di un anno di pioggia. La montagna, già fragile, iniziò a cedere. Frane, smottamenti e colate di fango isolarono il paese, danneggiando gravemente abitazioni e infrastrutture.
Il borgo, costruito su uno sperone roccioso, si rivelò improvvisamente una trappola: le strade vennero interrotte, le case lesionate, il terreno iniziò a muoversi. Si registrarono vittime e dispersi, e la situazione fu giudicata rapidamente fuori controllo.
Di fronte al rischio crescente, il sindaco di allora firmò un’ordinanza di sgombero: poco meno di 2mila persone furono costrette a lasciare le loro case. Per molti fu uno strappo improvviso, una fuga più che un trasferimento.
Alcuni anziani tentarono di resistere, rimanendo nel borgo nonostante le condizioni precarie. Ma il 29 dicembre 1973 una nuova e più violenta alluvione cancellò ogni residua speranza di ritorno.
Il dissesto idrogeologico si aggravò: nuove frane, ulteriori crolli, strade definitivamente compromesse. A quel punto, Roghudi Vecchio fu dichiarato totalmente inagibile. L’evacuazione divenne definitiva.
Gli abitanti furono distribuiti in diversi centri della provincia, soprattutto nell’area di Melito Porto Salvo. Solo anni dopo, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, prese forma il nuovo centro abitato: Roghudi Nuovo, costruito a circa 40 chilometri dal borgo originario.
Non fu solo uno spostamento geografico, ma un trauma collettivo: famiglie divise, legami spezzati, un’identità territoriale sradicata. Il vecchio paese, arroccato e fragile, divenne ufficialmente un borgo fantasma, simbolo di come il dissesto idrogeologico possa cancellare intere comunità.
In Calabria non si tratta di “se” ma di “quando”; non di un’unica tragedia, ma di un quadro storico di frane, che hanno modificato interi borghi, costretto evacuazioni e lasciato cicatrici nel territorio e nella memoria collettiva. Catastrofi, per dirla ancora con Alvaro, sulle quali «si sono formate fortune imponenti. Per dare lavoro ai disoccupati, si sono spiantati boschi che poi costano la vita a interi villaggi. […] Lo Stato interviene spendendo somme ingenti a fortificare i paesi pericolanti, e a distanza di pochi anni le crepe segnano i bastioni che trattengono la terra». Epoche diverse, problemi simili con genesi differenti: la Calabria, però, frana ancora.



