Videoartista, cinefilo e ora scrittore, Garofalo racconta il suo romanzo Extra Lumière. Anatomia del buio, il cinema come materia viva e il rilancio del Santa Chiara di Rende.

Il cinema come materia viva, come linguaggio interiore, come esperienza fisica e spirituale. È da questa idea che prende forma Extra Lumière. Anatomia del buio, opera prima di Orazio Garofalo, videoartista, autore e cinefilo, un romanzo che affonda le mani nella sostanza stessa del cinema per trasformarla in racconto letterario, ospite de l’Intervista negli studi di Cosenza Channel.

Garofalo arriva alla scrittura in modo naturale, quasi inevitabile. «Anche se la storia è strana e cupa, evidentemente l’avevo dentro da tanto tempo», spiega. «Io lavoro da sempre con il cinema come materiale, anche nelle mie opere di videoarte. Qui però il materiale diventa anche psichico, interiore». Il protagonista del romanzo è Seraphin un proiezionista che vive la cabina di proiezione come un rifugio, un luogo di gestazione e di fuga. «È un fuggitivo», racconta Garofalo. «Scappa dall’Italia, da una madre troppo oppressiva, e approda a Detroit perché lì esiste ancora un cinema che proietta in pellicola. La cabina diventa una specie di uovo, pieno di liquido amniotico, ma luminoso: il liquido del cinema».

Dentro questa figura narrativa c’è anche una storia personale. Garofalo è cresciuto in una famiglia di “cinematografari”: suo nonno è stato tra i pionieri del cinema in Calabria e il Cinema Santa Chiara di Rende che ha appena raggiunto il traguardo dei cento anni. «Ho scoperto che il Santa Chiara è tra i pochissimi cinema italiani ad aver superato il secolo di vita senza diventare altro», racconta. «Molti sono diventati supermercati. Noi ci siamo andati vicini, ma oggi il cinema è salvo».

Con la nuova amministrazione comunale di Rende, guidata dal sindaco Sandro Principe, il Santa Chiara è tornato alla sua funzione originaria e Garofalo ne è di nuovo direttore artistico. «Ringrazio Sandro Principe perché crede nel progetto e in me. L’idea è ripartire come prima, ma meglio di prima». La nuova programmazione guarda al futuro partendo dalla storia: «Sto lavorando a un progetto che si chiamerà “Cento per cento”: cento capolavori per celebrare i cento anni della sala. Una lunga maratona che durerà almeno due anni».

Il Santa Chiara, anima classica e tecnologia avanzata, è stato anche il primo cinema in Italia a dotarsi di proiettore laser. «All’epoca solo per sapere il prezzo ci abbiamo messo un mese», sorride Garofalo. «Oggi, dopo anni, la proiezione è ancora perfetta». Un esempio di come il cinema, per lui, non sia un archivio del passato ma un organismo vivo. «Il cinema rende eterno. Nessuno pensa davvero che Totò sia morto. Questo è il potere delle immagini in movimento».

Un potere che attraversa anche il romanzo, dove Seraphin sviluppa una trasformazione radicale: non diventa un film, ma il mezzo stesso. «Diventa cinematografo», spiega l’autore. «Fa quello che fa la cinepresa: attraversa muri, sente i pensieri, vola. Come spettatori siamo già angelicati dal cinema, siamo capaci di vedere tutto, di sapere tutto. Serafin porta questo all’estremo». Una metamorfosi che richiama suggestioni cronemberghiane, ma va oltre: «Il potere è doloroso. Come certi grandi film. La sua vita diventa meravigliosamente dolorosa».

Nel romanzo convivono fantascienza, fisica quantistica, cinema d’autore e immaginario popolare. «La fantascienza è un genere nobile, permette tutto», sottolinea Garofalo. «Uso metafore scientifiche per rendere plausibile l’impossibile». Le influenze sono dichiarate, ma mai programmatiche: Hitchcock, Cronenberg, Tarkovskij, Godard. «Sono depositate nella mia anima. Scrivendo ho scoperto cosa resta dopo migliaia di film visti. È stato quasi sconvolgente, ma in senso positivo».

Garofalo difende con forza la sala cinematografica come spazio insostituibile. «Le dimensioni contano. Una proiezione su uno schermo di quindici metri esiste davvero. Un film sul cellulare può sembrare un sogno». 

E ai più giovani, cresciuti tra smartphone e video brevi, Garofalo non rimprovera nulla. «Vivono già nel cinema, anche se non se ne rendono conto. La nostra società si regge sull’immagine in movimento. Basta poco per farli innamorare di un grande film. Ma bisogna riportarli nella sala buia: lì c’è la vera emozione, la vera crescita umana».

Extra Lumière. Anatomia del buio nasce da questa convinzione profonda: che il cinema non sia solo uno spettacolo, ma una forma di conoscenza, un materiale spirituale fatto di luce. Un romanzo che non racconta il cinema, ma lo attraversa. E che, come una buona proiezione, lascia lo spettatore – o il lettore – diverso da come era entrato.