Il giudice Piero Santese, presidente della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, interviene nel dibattito sul referendum di marzo e smonta punto per punto la riforma costituzionale voluta dal ministro Nordio, destinata a dividere in modo netto giudici e pubblici ministeri.

«Partiamo da un equivoco: non è una riforma sulla separazione delle carriere», chiarisce subito Santese, che presiede il Comitato del No nel distretto di Catanzaro. «Il titolo della legge parla di "ordinamento giurisdizionale" e "Alta Corte disciplinare". La separazione, per come viene propagandata, era già attuabile con una legge ordinaria: i passaggi da giudice a pm sono oggi rigidamente limitati». La riforma – secondo Santese – serve dunque ad altro: «A smantellare il Consiglio Superiore della Magistratura, sdoppiarlo e isolare i pubblici ministeri, trasformandoli in un corpo separato, autoreferenziale o peggio, subordinato all’esecutivo».

Il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro spiega le ragioni del No al referendum sulla separazione delle carriere: «Il vero obiettivo è indebolire la magistratura»

«Un rischio per lo Stato di diritto»

Le preoccupazioni, secondo il magistrato, non sono astratte: «Se il pubblico ministero perde la cultura della giurisdizione e viene assoggettato al potere politico, la magistratura nel suo complesso si indebolisce. E quando la giustizia è debole, il cittadino è meno protetto, specie contro i poteri forti».

Richiamando l’articolo 104 della Costituzione, Santese sottolinea come affermare l’indipendenza della magistratura non basti: «Anche in Russia, in Iran o in Corea del Nord è scritta in Costituzione. Ma se si modificano i meccanismi di garanzia, come il CSM o la disciplina, quel principio resta solo una dichiarazione di intenti».

I rischi per i cittadini

«Il sì al referendum non cambierà nulla in meglio per i cittadini. Anzi», avverte Santese. «Si rischia una magistratura più burocratica, più appiattita, che fatica a difendere il cittadino debole contro i poteri forti. Pensiamo ai contenziosi bancari: se un giudice teme il potere politico o disciplinare, sarà più prudente, meno indipendente. E questo danneggia la giustizia vera».

Nel mirino anche la narrazione di una giustizia più "giusta". «Quella espressione è fuorviante. La vera urgenza è accorciare i processi, rafforzare gli organici, migliorare l’efficienza. Ma questa riforma non affronta nulla di tutto ciò», chiarisce. «Colpisce i meccanismi di autogoverno, non i problemi del processo».

Appiattimento tra giudice e pm? «Una narrazione falsa»

Al centro del dibattito anche il presunto “appiattimento” del giudice sul pm, argomento spesso usato dai sostenitori del Sì. Santese lo smentisce seccamente: «Non c’è. Lo dimostrano le statistiche: il 35-40% dei procedimenti penali si chiude con assoluzioni. Il pm ha l’obbligo di cercare anche le prove a discarico. E il giudice valuta, indipendentemente».

Neanche l’articolo 111 – secondo il giudice – può giustificare la riforma: «Garantisce il contraddittorio e la parità tra le parti. Ma nel sistema attuale, questo principio è già attuato. Il problema non è la terzietà del giudice, ma i tempi della giustizia».

Il nodo sorteggio: «Autogoverno svuotato»

Altro punto centrale della riforma è la modifica del sistema elettivo del CSM con l’introduzione del sorteggio: «È uno svuotamento dell’autogoverno. In nessun ordine professionale si sceglie per sorteggio. È un precedente pericoloso. E non elimina le correnti: le rende solo opache. Dal correntismo si passerà all’amichettismo».

Santese è netto: «Il CSM va riformato, ma così si toglie alla magistratura la possibilità di scegliersi i propri rappresentanti. Il doppio CSM, con costi altissimi, e una Corte disciplinare esterna, sono strumenti per rendere i giudici più deboli».

Avvocati contro magistrati? «Falsa dicotomia»

E sui ruoli nel dibattito, il magistrato precisa: «Nel Comitato del No ci sono anche avvocati. Perché la cultura della legalità è trasversale. In Germania, ad esempio, la formazione è comune a giudici, pm, notai e avvocati. È lì che dovremmo andare, non verso la polizia giudiziaria 2.0».

In chiusura, Santese lancia un invito alla riflessione: «Votare No non vuol dire difendere i magistrati, ma difendere l’equilibrio democratico. La separazione delle carriere è solo un pretesto. Il vero obiettivo è mettere sotto controllo la giustizia».