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Tela del Ragno, le difese smontano l’omicidio Martello

Tela del Ragno, le difese smontano l’omicidio Martello

Le arringhe difensive puntano a destrutturare il narrato dei collaboratori di giustizia che secondo loro avrebbero dato versioni contrastanti sull’organizzazione e esecuzione dell’omicidio avvenuto nel luglio del 2003 a Fuscaldo.

Per gli avvocati Antonio Ingrosso, Giorgia Greco, Francesca Gallici e Giuseppe Bruno la pubblica accusa ha preso un abbaglio, perché Umile Miceli, Giovanni Abruzzese e Fabrizio Poddighe non sono responsabili della morte di Luciano Martello, ammazzato a Fuscaldo il 12 luglio del 2003 per vendicare il delitto di mafia di Pietro Serpa, fratello di Nella Serpa ritenuta la mandante dell’agguato. Questa mattina infatti i difensori dei tre imputati hanno discusso davanti alla Corte d’Assise di Cosenza, focalizzando le rispettive arringhe sul ruolo avuto dai pentiti nel processo che si tiene nel capoluogo bruzio.

L’avvocato Ingrosso, difensore di Miceli, ha evidenziato come Gennaro Bruni in udienza non fosse sicuro che la voce al telefono che gli diceva dove farsi trovare per recuperare i killer fosse quella di Umile, perché neanche lo conosceva. Tra l’altro in quel periodo l’imputato era intercettato e non risultato dai tabulati telefonici contatti prima del delitto tra lui e Michele Bruni ma emerge la circostanza che Miceli, sentendo successivamente il figlio di “Bella bella”, apprende che lo stesso venne portato in caserma per lo Stub il quale risultò negativo. Solo Daniele Lamanna riferisce di aver fatto dei sopralluoghi nei giorni antecedenti all’omicidio e tra le persone presenti c’era anche Miceli ma quella sera lui non era presente e racconta di sapere quanto avvenne da Luca Bruni e dichiara di essere sicuro che Miceli fosse lì. Bruzzese, invece, non accenna mai a Umile Miceli se non per circostanze che nulla hanno a che vedere con l’attuale processo. Due dichiarazioni che non colmano i buchi dell’uno e dell’altro, visto che Bruzzese, oggi pentito, spiega che i killer dovettero tornare montagna-montagna in quanto nelle zone erano già sparse diverse auto dei carabinieri.

E proprio di Franco Bruzzese ne ha parlato l’avvocato Greco, difensore di Giovanni Abruzzese, ritenuto il capo degli “zingari” di Cosenza e fratello del collaboratore di giustizia. Il legale di fiducia ha ripercorso la storia giudiziaria del processo, iniziando dalla legge sui pentiti che oggi rispetto al periodo Cossiga hanno maggiori agevolazioni sia economiche sia per gli sconti di pena. Per l’avvocato Greco le dichiarazioni di Gennaro Bruni sono in totale contraddizione e visto che si parla del pentito più addentro al processo ha chiesto ai giudici popolari di capire bene come valutare la credibilità di ogni collaboratore. Gennaro Bruni – ha detto la penalista – dice di aver accompagnato i killer a casa di Nella Serpa e poi di aver recuperato gli assassini «ma come abbiamo dimostrato dalla perizia di parte fatta dal professore Farnesi l’arma utilizzata per il delitto non è quella che Bruni ha fatto ritrovare. Lui dice che si inceppata e non ha sparato, mentre il figlio di Luciano Martello, presente quella sera, dichiara che chi imbracciava la mitraglietta gli sparato contro due colpi». La consulenza di parte aveva evidenziato che le impronte della scarpa ritrovate sulla scena del delitto non sono compatibili con quelle di Abruzzese perché ci sarebbe una differenza di tre numeri e non solo. Secondo il perito, inoltre, dall’esame dei bossoli e dei proiettili l’omicidio di Luciano Martello fu consumato con una pistola mitragliatrice marca Skorpion calibro 7,65 mm. Browning e non marca Sterling con calibro diverso. Quando Gennaro Bruni parla di aver portato l’arma a Giuliano Serpa, quest’ultimo «dice che la pistola gli fu restituita da Giancarlo Gravina». Dunque per l’avvocato Greco vi è «un’assoluta discrasia sulle armi». Ma la sua discussione ha toccato anche un altro argomento, ovvero i motivi che hanno portato Franco Bruzzese a pentirsi. «Dice di aver avuto la possibilità di leggere e di farla finita col crimine, ma in realtà ha deciso di collaborare per evitare l’ergastolo per l’omicidio Bruni e perché come dice lui la famiglia non gli pagava alcun sostentamento». E sull’ex capo del presunto clan “Rango-zingari” l’avvocato di Giovanni Abruzzese spiega che non ha detto la verità quando «dice che a riferirgli del delitto fu Carlo Lamanna. Come poteva dirgli qualcosa se la cella del suo cellulare quella sera alle ore 23.45 agganciava la zona di Soverato? Da Fiumefreddo a Soverato ci sono oltre 180 chilometri, non è possibile arrivare in quindici minuti».

Lo stesso Daniele Lamanna dichiara alla Dda di non sapere dove fosse il fratello quella sera e di avergli parlato solo il giorno dopo, escludendolo dal commando che uccise Martello. In tal senso è da considerare che il gup di Catanzaro e la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro hanno assolto sia Carlo che Daniele Lamanna dall’accusa di aver partecipato all’omicidio Martello. L’avvocato Greco infine ha aggiunto che neanche Giuliano Serpa porta Carlo Lamanna nel gruppo di fuoco e quindi si domanda come sia possibile che quella sera andò a casa di Franco Bruzzese. Infine l’ultimo aspetto portato a conoscenza dei giudici togati è quello relativo al furto dell’auto, una Golf, che servì per arrivare a Fuscaldo che sarebbe stato compiuto dal pentito Pasquale Perciaccante. La difesa di Abruzzese ha dimostrato che nel luglio-agosto 2003 era detenuto per il processo “Lauro” e quindi non era lui ad aver rubato la macchina a Corigliano e prima di darla a Giovanni Abruzzese l’avrebbe messa in un box di firmo e poi in un magazzino a disposizione di suo zio. In conclusione, sono state citate le dichiarazioni della figlia dell’imputato, Vanessa che in udienza disse che quel giorno tutta la famiglia andò a Rossano perché a Cosenza faceva molto caldo. Parole contestate dal pm Facciolla che l’ha accusata di falsa testimonianza. Ma Adolfo Foggetti, parlando dell’omicidio, ricorda un particolare, ossia che le forze dell’ordine quella sera andarono a casa di Giovanni Abruzzese e non trovarono nessuno.

Infine, l’avvocato Gallucci ha discusso partendo come i suoi colleghi dalla collaborazione con la giustizia di Gennaro Bruni e arrivando a spiegare che il processo se all’inizio sembrava una montagna da scalare durante il percorso è diventato una strada in pianura, in quanto il dibattimento non ha dimostrato la colpevolezza del suo assistito dai reati che gli vengono contestati. A ruota l’avvocato Giuseppe Bruno che ha discusso, come la collega, anche sull’omicidio di Rolando Siciliano. La penalista Sabrina Mannarino, difensore di Giuseppe Lo Piano, ha messo sul banco del processo tutti gli elementi difensivi che provano l’innocenza del suo assistito per il delitto di Salvatore Imbroinise. Domani e dopodomani spazio alle altre arringhe difensive, mentre la sentenza è attesa per la giornata di venerdì.

Antonio Alizzi

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