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“TELA DEL RAGNO” | Palazzo di Giustizia super blindato per il “debutto” di Franco Bruzzese

“TELA DEL RAGNO” | Palazzo di Giustizia super blindato per il “debutto” di Franco Bruzzese

Il nuovo collaboratore di giustizia è stato sentito direttamente in aula dal pubblico ministero Eugenio Facciolla. Il pentito ha riferito le notizie in suo possesso in merito all’omicidio di Luciano Martello, consumatosi il 12 luglio del 2003. La Corte di Assise di Cosenza era sorvegliata da tutti i lati grazie a un servizio congiunto effettuato dalla Questura e dal Comando Provinciale dei carabinieri di Cosenza

Un debutto con più luci che ombre quello di Franco Bruzzese in Corte d’Assise di Cosenza nelle vesti di collaboratore di giustizia e nel caso specifico di testimone dell’accusa nel processo “Tela del Ragno”. In precedenti servizi abbiamo riportato degli stralci dell’ex boss della cosca “Rango-zingari”, in cui il pentito di etnìa rom spiegava al procuratore capo di Castrovillari Eugenio Facciolla i motivi che lo avevano portato a “saltare il fosso” e non solo. Ha messo nero su bianco come cominciarono i rapporti con i Bruni “bella bella” definita da lui stesso una «famiglia sfortunata» e l’alleanza mafiosa durata fino alla scomparsa di Michele Bruni, morto prematuramente per un male incurabile. Oggi invece davanti al presidente della Corte d’Assise di Cosenza, Giovanni Garofalo (Francesca De Vuono giudice a latere) Franco Bruzzese ha raccontato quello che sapeva de relato sull’omicidio di Luciano Martello, ammazzato da un commando mafioso il 12 luglio del 2003.

Prima di entrare nel merito, è doveroso descrivere il contesto in cui si è svolta l’udienza. Tutta l’area del tribunale di Cosenza era circondata da polizia e carabinieri che hanno pressoché riempito anche l’aula stessa controllata in ogni angolo grazie a un servizio di pubblica sicurezza organizzato congiuntamente dalla Questura di Cosenza e dalla Comando Provinciale dei carabinieri di Cosenza. Erano presenti infatti il maggiore Michele Borrelli, comandante del Nucleo Investigativo dell’Arma, il capitano della Compagnia di Cosenza Jacopo Passaquieti, il luogotenente Francesco Parisi, alcuni carabinieri del Nucleo Operativo di Cosenza e i militari chiamati a presidiare l’interno e l’esterno della Corte di Assise. Inoltre, vi erano anche gli agenti della Squadra Mobile di Cosenza e il vice questore Giuseppe Zanfini e, ovviamente, diversi militari in servizio per le scorte ai pentiti, come Giuliano Serpa e Ulisse Serpa presenti a ogni udienza. franco bruzzese

Franco Bruzzese è giunto nel tribunale di Cosenza alle 10.30, mentre il suo esame testimoniale è iniziato alle 11.39, pochi minuti dopo il suo ingresso nell’aula ormai zeppa di avvocati e praticanti nonché di semplici spettatori. Insomma, un’udienza che meritava l’attenzione non solo degli organi di informazione ma anche di quanti lavorano ogni giorno sul territorio per prevenire e se necessario reprimere i fenomeni criminali. Andando con ordine, il primo teste sentito è stato il capitano Zupi della sezione antidroga di Napoli, in passato comandante del Nucleo Operativo della Compagnia di Paola che oltre a lavorare nelle indagini di “Tela del Ragno” diede il suo contributo investigativo quando emerse la figura di Adolfo Foggetti e quindi i collegamenti con il presunto clan “Rango-zingari” da cui scaturì l’inchiesta “Nuova Famiglia”.

Le dichiarazioni più attese, tuttavia, sono state quelle di Bruzzese che – coperto dal paravento – ha risposto alle domande del pm Facciolla. «Sono detenuto per il tentato omicidio di Vincenzo Bevilacqua e per il delitto di Luca Bruni. Il primo reato è definitivo» ha detto il pentito che ha ripercorso tutta la sua carriera criminale dedita principalmente agli assalti ai portavalori. «Ho fatto una ventina di rapine ai blindati, di cui circa 15 andate a buon fine». Dirà successivamente che quelle fatte quando era in vigore la lira «fruttarono quasi un miliardo a testa», mentre poi «poco più di 800mila euro». Quando è arrivato il momento di parlare dell’assassinio di Luciano Martello, Bruzzese ha riferito che quella sera era nella sua villetta a Fiumefreddo e seppe dell’omicidio perché arrivarono intorno a mezzanotte nella sua abitazione Carlo Lamanna e Fiore Abbruzzese, suo cugino. «Da quanto mi dissero Martello fu ucciso per fare una cortesia a Nella Serpa che volle vendicarsi della morte di suo fratello Pietro e soprattutto perché da quel momento in poi entrammo di diritto anche nel territorio paolano per quanto riguarda le estorsioni e altri reati».

Altri particolari – dice il pentito – glieli disse Luca Bruni (di cui ha appena accennato i motivi che hanno portato alla deliberazione della sua morte dopo aver saputo, tramite un pacco arrivatogli in carcere attraverso Carlo Lamanna, che lui e Michele avrebbero voluto pentirsi), poi eliminato per suo volere il 3 gennaio del 2012 da Daniele Lamanna e Adolfo Foggetti. «I due (riferendosi a Lamanna e Abbruzzese, ndr) mi riferirono che i killer non si erano presentati allo “scambio” dopo aver consumato l’omicidio in questione. Questo fatto in particolare me lo riferì Fiore Abbruzzese. Il giorno dopo ho saputo che i killer erano stati recuperati e me lo riferì Carlo Lamanna. Gli autori materiali dell’omicidio di Luciano Martello sono Giovanni Abruzzese, Luigi Berlingieri detto “angioletto”, “giapponese”, “faccia d’angelo” e Luca Bruni. Il recupero dei tre l’avrebbe dovuto effettuare Fiore Abbruzzese detto “Nino”, “Ninuzzo” con una macchina pulita» ma secondo quanto gli riferì poi Berlingieri l’auto venne buttata in burrone con i fari accesi perché avrebbero avuto paura che i carabinieri, visti lungo la strada, li avrebbero ritrovati e arrestati. Inoltre l’auto in questione iniziando la salita avrebbe perso anche potenza nel motore e da qui la scelta di sbarazzarsene. Dopo l’agguato so che gli esecutori materiali si sono cambiati in una casa nella disponibilità di Nella Serpa. Di chi fossero quelle armi utilizzate dal commando Bruzzese non lo sa ma riferisce di aver saputo che Luca Bruni per uccidere Martello «saltò sul parabrezza perché la moglie stava per toglierli il passamontagna». facciolla e finanza

Poi il pm Facciolla ha chiesto al pentito se conoscesse Umile Miceli. «È un soggetto legato ai “Bruni” e ci faceva da “staffetta” alle rapine, ci spostava le armi e si interessava dei “recuperi”. In particolare, per l’omicidio di Marincola ha svolto la funzione di “specchietto”. Nel 2003 ricordo che era soprannominato “il grosso” o il “bummulicchio”. Spesso lo incontravo a casa di Mario Attanasio allorquando Michele Bruni era latitante; in una di queste occasioni Umile Miceli mi disse anche che dovevamo mandare dei soldi a Franco Tundis per l’acquisto di armi che quest’ultimo andò a comprare in Albania. In quella circostanza Bruni mi disse che avremmo dovuto mandare i soldi a Tundis altrimenti lo avrebbero ammazzato, ma il denaro in quel momento non lo avevano a disposizione. Anche questo fatto si è verificato nel 2004. Tundis, inoltre, aveva nella sua disponibilità anche delle bombe telecomandate che furono ritrovate sotto l’auto di Gennaro Ditto».

Nel controesame, però, l’avvocato Antonio Ingrosso difensore di Miceli ha fatto emergere una contraddizione nel momento in cui Bruzzese nel verbale dice che non ricordava i gradi dell’imputato, mentre in udienza ha evidenziato come lo stesso avesse la “Santa”. «Uno che aveva questo ruolo come poteva far le staffette?» ha fatto notare il legale di Umile Miceli. La difesa di Giovanni Abruzzese, invece, ha posto una serie di domande al teste che facevano riferimento anche ai rapporti familiari che secondo quanto si è capito non erano buoni con i congiunti di suo fratello, anche se Bruzzese a un certo punto è sembrato stizzito per i quesiti ma è stato subito ripreso dal presidente Garofalo che ha sottolineato come l’avvocato Giorgia Greco avesse la facoltà di porre quelle domande. Bruzzese ha poi spiegato che lui era il capo della cosca “Rango-zingari” mentre «Rango e Lamanna erano i reggenti, Sottile il contabile».

Parlando della sua latitanza, durata sei mesi, ha dichiarato che fu supportato dai suoi sottoposti, vale a dire «Andrea Greco, Maurizio Rango, Ettore Sottile e Gennaro Presta». Lui ha sempre preso i soldi della “bacinella” che «mi mandava Maurizio Rango» fino al 2013 mentre quando lui era libero dava «1800 euro al mese alla famiglia di mio fratello Giovanni». Sulle questioni familiari ha aggiunto che «i miei parenti non mi hanno seguito nel programma di protezione, ma spero che un giorno possano capire la mia decisione di farla finita con il crimine». L’ex padrino ha specificato nel corso dell’udienza che lui non voleva entrare in alcun gruppo di fuoco per commettere omicidi, ma era quello che organizzava tutte le rapine fatte in Calabria e in Puglia.

L’avvocato Antonio Quintieri ha cercato di capire come mai lui non avesse rapporti con il fratello Giovanni e soprattutto ha fatto emergere che i due non si vedono e parlano dal 2005, mettendo in risalto alcuni passaggi che – dal suo punto di vista – vanno in contraddizione con il narrato reso alla Dda di Catanzaro. Chiuso l’esame di Bruzzese, è stato sentito Pasqualino Besaldo – assolto in abbreviato per l’omicidio Martello e collegato in videoconferenza al 41bis – che parlato di Ulisse Serpa e Giuliano Serpa – secondo lui da sempre fonti confidenziali della polizia -, i quali subito dopo hanno fatto dichiarazioni spontanee, riferendo di conoscere bene il teste e di negare quanto sostenuto da Besaldo in precedenza. Una volta conclusosi anche questo esame, la Corte di Assise di Cosenza ha chiuso l’istruttoria dibattimentale, rinviando il processo al 19 maggio per la requisitoria del pubblico ministero Eugenio Facciolla. Il collegio difensivo è composto – tra gli altri – dagli avvocati Antonio Ingrosso, Antonio Quintieri, Giorgia Greco, Riccardo Adamo, Giuseppe Bruno, Sabrina Mannarino, Francesca Gallucci, Giuseppe Manna e Marcello Manna, mentre le parti civili sono rappresentate dall’avvocato Andrea Onofrio. (a. a.)

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