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D’Elia parla in aula: «Non andai in Colombia dopo l’omicidio Ruffolo»

Seconda udienza dibattimentale del processo Ruffolo, ieri mattina, dinanzi alla Corte d’Assise di Cosenza. Seduta processuale caratterizzata dalle dichiarazioni rese in aula dall’imputato Massimiliano D’Elia, ritenuto l’esecutore materiale del delitto di Città 2000, avvenuto a settembre del 2011. In aula sono sfilati quattro testimoni, tra cui un’ispettrice della Squadra Omicidi che ha relazionato sul lavoro

D’Elia parla in aula: «Non andai in Colombia dopo l’omicidio Ruffolo»

Seconda udienza dibattimentale del processo Ruffolo, ieri mattina, dinanzi alla Corte d’Assise di Cosenza. Seduta processuale caratterizzata dalle dichiarazioni rese in aula dall’imputato Massimiliano D’Elia, ritenuto l’esecutore materiale del delitto di Città 2000, avvenuto a settembre del 2011. In aula sono sfilati quattro testimoni, tra cui un’ispettrice della Squadra Omicidi che ha relazionato sul lavoro investigativo iniziale che aveva portato all’archiviazione del procedimento penale.

Già nell’ordinanza di custodia cautelare, gli investigatori ritenevano che Massimiliano D’Elia, dopo l’omicidio di Giuseppe Ruffolo, fosse scappato in Colombia per sottrarsi alle indagini. Circostanza, secondo quanto riferito dallo stesso imputato, non veritiera in quanto ha dichiarato di non essere mai andato in Colombia dopo l’omicidio e di essere stato sempre disponibile per le forze dell’ordine, come nel caso dei carabinieri che nei giorni successivi al delitto lo avevano convocato in caserma per svolgere alcuni accertamenti. Tra l’altro, nel mese di novembre D’Elia sarebbe stato sottoposto ad esami tossicologici che dimostrerebbero quindi la sua permanenza sul territorio cosentino e nessuna fuga per evitare provvedimenti restrittivi dell’autorità giudiziaria.

Nel corso del controesame, inoltre, gli avvocati difensori Fiorella Bozzarello e Paolo Pisani hanno chiesto all’ispettrice Lucia Saturno se avesse mai trovato il passaporto di Massimiliano D’Elia, così come se la polizia giudiziaria delegata a svolgere le indagini avesse mai contattato il Consolato italiano in Colombia per accertarsi o meno della presenza in Sudamerica del loro assistito.

La testimone, in servizio all’epoca presso la Dda di Catanzaro, ha risposto che non hanno mai trovato il lasciapassare per l’estero. Infine, nel corso dell’udienza è emerso che la polizia scientifica aveva trovato nel pantalone della vittima un manoscritto con nomi e somme di denaro. Processo rinviato al 6 aprile per ascoltare altri testimoni. Le parti civili sono rappresentate dagli avvocati Filippo Cinnante, Paolo Guadagnuolo, Giuseppe Malvasi e Roberto Borrelli.

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