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«Massimiliano D’Elia andò in Colombia dopo aver ammazzato Ruffolo»

«Massimiliano D’Elia andò in Colombia dopo aver ammazzato Ruffolo»

Ricostruiamo l’omicidio Ruffolo attraverso le carte dell’inchiesta che hanno portato all’arresto di Massimiliano D’Elia e Roberto Porcaro.

Sono 39 le pagine che compongono la richiesta di misura cautelare, avanzata dalla Dda di Catanzaro, in riferimento all’omicidio di Giuseppe Ruffolo, commesso il 22 settembre del 2011 a Cosenza, nei pressi di Città 2000. Pagine in cui la Squadra Mobile di Cosenza ha raccolto tutte le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, confrontandole con gli atti d’indagine e vari approfondimenti investigativi che, secondo il pm Camillo Falvo, sono granitici rispetto alle contestazioni mosse nei confronti di Massimiliano D’Elia, presunto killer, e Roberto Porcaro, presunto mandante.

Un delitto maturato negli anni

Due degli ultimi pentiti di Cosenza consentono agli agenti della Squadra Mobile di Cosenza di inquadrare meglio il contesto in cui è maturato l’omicidio di Ruffolo. Ma per capire a fondo il movente dell’assassinio di mafia è necessario fare un passo indietro e partire dal 2006. E’ l’anno in cui all’ex pub di Rende, il Bside, si consuma un tentato omicidio nei confronti di Massimiliano D’Elia. Sul luogo del delitto ci sarebbero Giuseppe Ruffolo e Andrea Molinari. L’inchiesta della procura di Cosenza consegnerà alla giustizia la condanna di Molinari, ma più collaboratori di giustizia lo hanno definito come un innocente che ha pagato per un reato che non ha commesso.

I rapporti tra Ruffolo e D’Elia si sarebbero incrinati proprio nel 2006, quando l’attuale presunto killer, all’epoca buttafuori, non avrebbe fatto entrare nel Bside la vittima, accusata da tutti i pentiti di fare usura per conto proprio. Qualche anno più tardi, un altro episodio incrina definitivamente il legame tra i due: Ruffolo picchia il padre di D’Elia. Sono momenti in cui prevale la rabbia e, secondo i “cantanti”, l’uomo vicino a Porcaro inizia ad organizzare l’omicidio nei minimi dettagli.

I due moventi

Quello «più evidente e conosciuto da tutti, ovvero l’astio personale di D’Elia nei confronti di Ruffolo, risalente all’episodio del 2006 e alle liti successive (compresa quella con il padre del 2009, che erano finanche arrivate a manifestarsi nell’aula di giustizia, in occasione della celebrazione di quel processo», relativo al tentato omicidio del Bside. Poi c’è quello più importante e «riferibile direttamente all’attività criminale del gruppo “Lanzino-Patitucci”, cui D’Elia si era avvicinato per il tramite di Roberto Porcaro, conosciuto solo da quelli più vicini a quella realtà criminale (in particolare Zaffante e Impieri)».

«Gruppo che – scrive la Dda – per il tramite di Porcaro, approfittando dell’astio personale di D’Elia nei confronti della vittima, spinse D’Elia ad eliminare Ruffolo». La vittima «all’epoca, unitamente al padre, svolgeva attività di usura senza l’autorizzazione della cosca e senza far confluire, diversamente da come avrebbe dovuto secondo le regole criminali, parte dei proventi illeciti nella “bacinella comune”». 

La vendetta di D’Elia

In cuor suo, secondo quanto riferiscono gli investigatori, D’Elia matura sete di vendetta nei confronti di Ruffolo e lo confiderebbe a Porcaro, sapendo che il clan “Lanzino-Patitucci” non gradiva il fatto che la vittima fosse uno degli usurai più attivi di Cosenza. Gli uomini della Squadra Mobile ne hanno contezza il giorno dell’omicidio quando trovano una quantità di contanti all’interno degli abiti della vittima. E non solo: i poliziotti rinvengono anche un foglio manoscritto recante varie somme di denaro associate a nominativi.

L’intento omicidiario

D’Elia, dunque, aspetta il momento giusto per colpire. Le indagini proverebbero l’utilizzo di un Aprilia Scarabeo 500, impiegato per il delitto, che nei giorni antecedenti all’assassinio sarebbe stato usato dal presunto killer e subito dopo l’agguato bruciato. Quasi tutti i pentiti riferiscono che Porcaro si sarebbe preso il merito con Ettore Lanzino, all’epoca latitante, di aver mandato di uccidere Ruffolo, consapevole che “Bebe” fosse inviso allo stesso clan di appartenenza.

Il presunto mandante, vicino a Francesco Patitucci, avrebbe dato il via libera dopo che D’Elia programmò tutto. Dalla fase dell’azione alla fase del recupero, richiedendo l’aiuto di Antonio Illuminato, per il quale la Dda di Catanzaro non ha chiesto l’arresto per mancanza di riscontri individualizzanti, ad eccezione delle dichiarazioni rese da Luciano Impieri.

C’è da dire, però, che la Squadra Mobile, la notte successiva all’omicidio, era sulla pista giusta, in quanto un testimone aveva spiegato che quello scooter era nella disponibilità di D’Elia che, in quel periodo, abitava a Vadue di Carolei. Tuttavia, “Massimino” era già in fuga. Dieci mesi dopo, la procura di Cosenza archivierà il fascicolo, ma la sensazione dei poliziotti è che il clan “Lanzino” avesse cercato di deviare le indagini per evitare che le attenzioni delle forze dell’ordine si concentrassero sulla cosca italiana.

Parola ai pentiti

Sono nove i collaboratori di giustizia che hanno riferito sull’omicidio di Giuseppe Ruffolo. Si parte da Mattia Pulicanò, il quale ha raccontato che D’Elia era consapevole che l’amico di Ruffolo, Andrea Molinari, fosse innocente ma non disse nulla per fare un dispetto a “Bebe”, e si prosegue con Ernesto Foggetti, «che ha specificato di aver appreso il nome del killer» da un membro di vertice del clan “Rango-zingari”.

Non mancano le dichiarazioni di Daniele Lamanna che ha aggiunto che «Pasquale Bruni gli aveva riferito che stava impiegando somme di denaro per pagare le spese di mantenimento di “Massimino”, il quale si era dovuto allontanare da Cosenza dopo aver ucciso Ruffolo, e che la causa dell’omicidio s’individuava nella spartizione di somme di denaro legate al giro di usura». Secondo chi indaga, D’Elia dopo l’assassinio si sarebbe rifugiato per tre mesi in Colombia, dove abitava una ragazza con la quale aveva iniziato una relazione quando la stessa risiedeva a Cosenza. Anche Vincenzo De Rose ha dichiarato di aver appreso in carcere il nome del killer da Pasquale Bruni, mentre Francesco Noblea ha riferito di averlo saputo dal cognato. 

Sono agli atti d’indagine anche le propalazioni di Edyta Kopaczynska e quelle di Giuseppe Montemurro che ha specificato di aver avuto notizia sul coinvolgimento di D’Elia, all’esito di un summit che si svolge per gli accordi sulle estorsioni in relazione ai lavori sulla costa tirrenica. Circostanza nella quale l’ex buttafuori di alcuni locali della Movida cosentina e dello stadio “San Vito-Marulla”, sarebbe stato rassicurato del fatto che da lì a poco gli avrebbero presentato D’Elia, «il quale era entrato nel gruppo criminale “Lanzino-Patitucci” “grazie all’ottimo lavoro fatto con l’omicidio Ruffolo”». 

Omicidio Giuseppe Ruffolo, arrestati mandante e killer. I nomi [VIDEO]
Omicidio Giuseppe Ruffolo
I due pentiti che maggiormente contribuiscono ad eliminare i dubbi su D’Elia e Porcaro sono Luciano Impieri e Giuseppe Zaffonte. Nel caso dell’ex partecipe al clan “Rango-zingari”, il collaboratore di giustizia nel marzo del 2018 colloca D’Elia, «quale spacciatore, tra le fila della compagine criminale di Porcaro», aggiungendo che lo stesso presunto mandante, verso l’inizio del 2018, avrebbe allontanato sia il presunto killer sia Illuminato.

Secondo Impieri, Porcaro avrebbe fatto questo, in riferimento a D’Elia, perché «divenuto particolarmente “scomodo”» dopo «l’omicidio Ruffolo». Tutti concordi sul fatto che la vittima non avesse l’autorizzazione a fare usura per conto proprio. «Prima Illuminato, Porcaro e D’Elia – evidenzia Impieri – erano sempre insieme», poi qualcosa, sottolinea il pentito, si rompe quando altri del gruppo si sarebbero lamentati del fatto che Porcaro avesse tolto gli stipendi, dal giugno del 2017, chiedendo a chi stava in carcere «1400-1500 euro provento di usura che avevano fatto insieme».

Infine, Zaffonte. Come detto in un altro servizio è il nuovo pentito di Cosenza. Il suo verbale sull’omicidio Ruffolo risale al 6 marzo scorso. Il neo collaboratore di giustizia ha raccontato ai magistrati di aver saputo di D’Elia e Porcaro da altri componenti di spicco del clan Lanzino. «Ruffolo inteso “Bebe” aveva un notevole giro di usura nell’area di Cosenza e del quale non dava conto a nessuno. La scelta ricadde su D’Elia, in quanto Ruffolo, qualche tempo prima aveva picchiato il padre di questi e che quel fatto aveva determinato molto risentimento in lui. L’omicidio – prosegue Zaffonte – avvenne per ordine di Porcaro che si vedeva un po’ depotenziato dal suo ruolo e dal ruolo di altri esponenti del clan Lanzino». Anche i genitori di D’Elia, intercettati dalla Squadra Mobile, non credettero al figlio circa il suo allontamento in Colombia, definendolo «bugiardo» ed amante della malavita cosentina. I due indagati sono difesi dagli avvocati Luca Acciardi e Fiorella Bozzarello. (alan)

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