mercoledì,Luglio 24 2024

‘Ndrangheta a Cosenza, le estorsioni “tranquille” di Danilo Turboli

Il pentito ricorda il giorno in cui fu colto sul fatto dalla vittima di un'intimidazione e Roberto Porcaro intervenne per indurla a pagare senza denunciare

‘Ndrangheta a Cosenza, le estorsioni “tranquille” di Danilo Turboli

Vanno a fare l’intimidazione a un’attività commerciale e mentre si accingono a montare in sella a un motorino per filarsela, si ritrovano davanti il proprietario del negozio. «Che ci fate voi qua?» chiede loro l’uomo. «Niente, non siamo qui per te. Cerchiamo un amico, tranquillo» gli risponde Danilo Turboli. Ma l’imprenditore cosentino che nel 2018 trova una bottiglia incendiaria all’ingresso della sua ditta, ha più di qualche ragione per non essere tranquillo. Quei due, infatti, sono due racketeer. E quella bottiglia altro non è che una richiesta di pizzo.

A svelare i retroscena di quella vicenda estorsiva è stato proprio Turboli all’atto della sua decisione di collaborare con la giustizia. Le sue prime confessioni da pentito sono confluite in verbali finiti ora agli atti dell’ultima operazione antimafia, documenti falcidiati dagli omissis in cui, però, spiccano diversi racconti di vita criminale che riguardano lui e altri indagati.

Ma torniamo all’incontro con l’imprenditore, imbarazzante e spiacevole. Anche per Turboli e il suo complice che, all’epoca, comprendono di averci messo la faccia e così temono di subire conseguenze giudiziarie. Si rivolgono così a quello che è da lui indicato come mandante della spedizione. Il pentito, infatti, sostiene di aver incontrato subito dopo Roberto Porcaro per esternargli le sue preoccupazioni, ma di aver ricevuto da lui soluzioni rassicuranti. L’imprenditore non avrebbe rappresentato un problema. «Mi disse che avrebbe provveduto lui a far sì che non sporgesse denuncia». Il giorno successivo sempre Porcaro gli comunica che la missione è compiuta, il messaggio è stato recapitato: «Non denunciare e mettiti a posto con gli “amici”».

Stando ai ricordi di Turboli, l’imprenditore avrebbe eseguito gli ordini alla lettera. La vicenda, infatti, è trattata in un processo che oltre a lui vede imputato Pasquale “Paco” Germano. In aula è stata già sentita la parte offesa che però, ricorda il pentito, «ha dichiarato che non eravamo noi i ragazzi che ha incontrato il giorno del posizionamento della bottiglietta in quanto si era già accordato per il pagamento dell’estorsione e per rivedere la denuncia che aveva presentato in origine».