A nove anni dalla sentenza di primo grado, la Corte d’Appello di Catanzaro si appresta a pronunciare il verdetto di secondo grado nel processo antimafia “Acheruntia”, l’inchiesta che all’epoca fu coordinata dal magistrato Pierpaolo Bruni, oggi procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere, e che ipotizzava l’esistenza di una presunta “cellula” del clan di Cosenza “Lanzino-Patitucci” operante ad Acri.

Davanti ai giudici di secondo grado sono imputati Angelo Gencarelli, ex consigliere comunale, Giuseppe Perri e Gianpaolo Ferraro.

Nel giudizio di primo grado, Gencarelli era stato condannato a dieci anni di reclusione per due episodi di estorsione, detenzione di armi, usura e tre fatti originariamente qualificati come concussione e successivamente riqualificati. Giuseppe Perri era stato condannato a due anni per tentata estorsione, mentre Gianpaolo Ferraro era stato assolto.

Nel giudizio d’appello, la Procura generale di Catanzaro ha chiesto una riforma della sentenza di primo grado, sollecitando la condanna di tutti e tre gli imputati: 16 anni di reclusione per Angelo Gencarelli, 15 anni per Giuseppe Perri e 12 anni per Gianpaolo Ferraro. Per Gencarelli, nel corso del procedimento, era tuttavia venuta meno l’aggravante mafiosa.

Secondo la ricostruzione accusatoria, Gencarelli, Perri e Ferraro avrebbero inciso sulla vita pubblica del comune di Acri, interferendo - secondo l’ipotesi investigativa - in appalti pubblici e in altri settori dell’amministrazione locale.

Nel processo di primo grado erano stati ascoltati numerosi testimoni, molti dei quali avevano escluso di aver subito pressioni mafiose da parte di Gencarelli o di Ferraro. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Antonio Quintieri, Luca Acciardi, Giuseppe Manna e Andrea Caruso.