Scadono i termini per presentare ricorso in appello. Il procedimento penale potrebbe chiudersi solo per pochi imputati
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La sede della Dda di Catanzaro
La Procura distrettuale antimafia di Catanzaro è pronta a portare in appello una parte consistente della sentenza di primo grado del processo Reset. I termini per impugnare scadono a breve e, in queste settimane, il pm Corrado Cubellotti, titolare del fascicolo insieme al collega Vito Valerio (nel frattempo passato alla Procura di Bari), ha lavorato sulle posizioni che – secondo l’impostazione dell’accusa – non avrebbero dovuto chiudersi con l’assoluzione.
In primo grado, il Tribunale di Cosenza, presieduto da Carmen Ciarcia con i giudici Urania Granata e Iole Vigna, ha pronunciato un verdetto articolato al termine di una camera di consiglio durata una settimana: un procedimento definito “monumentale”, con oltre cento imputati in ordinario e un numero analogo in rito abbreviato. Il dispositivo ha consegnato al processo (rito ordinario) una doppia fotografia: da un lato tante assoluzioni, dall’altro 28 condanne per associazione di tipo mafioso (articolo 416-bis del codice penale), oltre a condanne per reati satellite.
È proprio su quel fronte delle assoluzioni che la Dda intende intervenire. Secondo quanto riferito, sarebbero finite nel mirino “gran parte” delle assoluzioni rispetto ai reati contestati dalla Direzione distrettuale, tra cui l’associazione mafiosa, lo scambio politico-mafioso, la corruzione elettorale e altri reati-fine, con aggravanti contestate di metodo o agevolazione mafiosa.
Il quadro, però, è destinato a complicarsi ulteriormente perché anche le difese hanno già annunciato o predisposto impugnazioni sulle condanne, contestando - per le singole posizioni - la ricostruzione accolta dal collegio e l’adesione totale o parziale alle richieste dell’accusa. L’udienza di secondo grado è ancora lontana, ma da domani dovrebbero partire le notifiche dei decreti.
L’esito di primo grado: condanne pesanti e molte assoluzioni
Nel dettaglio, la condanna più alta è stata inflitta a Massimo D’Ambrosio, che il Tribunale ha ritenuto responsabile di associazione mafiosa e altri reati, comminandogli 19 anni e 8 mesi. D’Ambrosio è stato invece assolto per l’ipotesi di voto di scambio politico-mafioso contestata in concorso con Manna, Munno e altri imputati, anche loro dichiarati estranei ai fatti.
Seguono, per entità della pena, Sergio Raimondo con 18 anni, Rosanna Garofalo con 17 anni e 6 mesi, Denny Romano con 16 anni e 8 mesi e Antonio Presta con 16 anni. Per questi imputati, oltre alla pena detentiva, sono state disposte anche misure accessorie: interdizione perpetua dai pubblici uffici, interdizione legale durante l’espiazione della pena e libertà vigilata per tre anni al termine della detenzione.
Tra le altre condanne considerate di rilievo figurano anche Giuseppe Presta (12 anni), Andrea Mazzei (12 anni e 1 mese), Sergio Del Popolo (15 anni e 8 mesi), Alessandro Morrone (13 anni e 4 mesi), Carmine Caputo (11 anni), Francesco Casella (10 anni), Giovanni Garofalo (10 anni), Sandro Vomero (10 anni), Giuseppe Bartucci (10 anni), oltre a numerosi altri soggetti ritenuti dal collegio parte della presunta “confederazione” mafiosa indicata dall’accusa come operativa tra Cosenza, Rende e Roggiano Gravina.
Il Tribunale, nell’aula bunker di Castrovillari, aveva escluso alcune aggravanti per diversi imputati, ritenendo sussistente il vincolo associativo e, per vari reati-fine, riconoscendo l’aggravante dell’art. 416-bis.1 in relazione a episodi di estorsione, usura, traffico di droga e altre condotte tipiche delle dinamiche di clan.
“Mafiosi ma non armati”: cosa hanno escluso i giudici
La sentenza Reset ha però delineato anche una serie di esclusioni che incidono sulla qualificazione del sodalizio e su alcune ricadute patrimoniali. In particolare, per diverse posizioni ritenute intranee all’associazione, i giudici avevamp escluso il comma 4 e il comma 6 dell’articolo 416-bis, ritenendo non provata l’aggravante dell’associazione armata e, soprattutto, non dimostrata – come già emerso nel rito abbreviato – la capacità dell’associazione di reinvestire i proventi illeciti in attività economiche.
Confische e parti civili
Accanto alle pene, il Tribunale di Cosenza aveva disposto confische nei confronti dei condannati, anche su beni già oggetto di sequestri in fase cautelare, e ha riconosciuto il risarcimento del danno alle parti civili costituite, tra cui Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Interno, Regione Calabria, Provincia e Comune di Cosenza. La sentenza di primo grado aveva inoltre disposto la revoca di eventuali prestazioni previdenziali o assistenziali per chi era stato riconosciuto colpevole di associazione mafiosa.

