
Dal Marsigliese all'Uomo mitra, otto storie di gioventù bruciata a Cosenza

Dal Marsigliese all'Uomo mitra, otto storie di gioventù bruciata a Cosenza

Dal Marsigliese all'Uomo mitra, otto storie di gioventù bruciata a Cosenza

Dal Marsigliese all'Uomo mitra, otto storie di gioventù bruciata a Cosenza

Dal Marsigliese all'Uomo mitra, otto storie di gioventù bruciata a Cosenza

Dal Marsigliese all'Uomo mitra, otto storie di gioventù bruciata a Cosenza

Dal Marsigliese all'Uomo mitra, otto storie di gioventù bruciata a Cosenza

Dal Marsigliese all'Uomo mitra, otto storie di gioventù bruciata a Cosenza

Dal Marsigliese all'Uomo mitra, otto storie di gioventù bruciata a Cosenza
Quelle che vi proponiamo oggi sono otto microstorie, provenienti da un recente passato, di altrettanti personaggi cosentini accomunati da un destino tragico. Ognuno di loro, in tempi diversi, ha lasciato un segno, piccolo e grande, nella cronaca nera e giudiziaria della città. Alcuni studiavano per diventare boss, altri hanno consumato le loro brevi esistenze terrene tra le seconde linee del crimine. A tutti, nessuno escluso, la sorte non ha concesso il tempo di poter cambiare orientamento e vita. Perché la vita è stata sottratta loro all’improvviso.
Nel gruppo spiccano anche talenti che messi a disposizione di un’idea luminosa e non oscura, avrebbero consentito ai diretti interessati di trovare un posto diverso nella cosiddetta società civile e forse nel mondo. Un pensiero consolatorio, che supera la cattiva fama che lasciano in eredità. Il marsigliese, il biondo, l’uomo mitra. Ognuno di questi è interprete di una storia a modo suo esemplare, che letta nell’insieme porta a una conclusione tutt’altro che banale: il crimine non paga. Senza moralismi, solo con un filo di rimpianto (clicca su avanti per continuare a leggere)

Ha solo 27 anni quando muore, ma il carisma è già quello del boss navigato, uno che ancora imberbe ha scandalizzato il mondo della malavita locale, schiaffeggiando pubblicamente il padrino Luigi Palermo. Mariano Muglia sta con il clan Perna-Pranno, ma gode di una certa autonomia. Un privilegio che si è conquistato sul campo, partecipando alla tentata strage dell’Acquacoperta nel 1978. Subito dopo la morte di Palermo, infatti, i suoi eredi hanno l’occasione di chiudere i conti con i rivali. Li colgono all’uscita da un ristorante di Spezzano Piccolo e riversano su di loro una pioggia di fuoco. Nel buio, i bersagli riconoscono uno degli attentatori: il mezzobusto che sporge da un finestrino, il volto smostrato, nelle mani stringe un kalashnikov. È proprio Muglia e, da quel giorno, diventa per tutti “l’Uomo mitra”. Col prosieguo della guerra, il suo furore si sopisce. Non vuole più immischiarsi e tenta anche di scoraggiare i più giovani dal farsi coinvolgere in quella follia. Per incitarlo alla battaglia, i suoi amici gli tendono un agguato e mettono in giro la chiacchiera che a spararlo siano stati quelli di Pino. Muglia, però, non abbocca e con tutta la sua banda passa dalla parte degli ex nemici. L’otto maggio del 1983, lo uccidono sulla superstrada che porta in Sila, a pochi chilometri da posto in cui, pochi anni prima, era nata la sua leggenda nera. Tenta di sfuggire alla morte, lanciandosi in un dirupo e poi in una disperata corsa per la vita, ma un cecchino lo stende da lontano con una fucilata. La guerra di mafia a Cosenza andrà avanti anche senza di lui. (clicca su avanti per continuare a leggere)

Lo chiamano “Il biondo”, come Clint Eastwood, ed è il primo vero capo degli zingari di Cosenza. Ha tutto per esserlo, è quasi un predestinato. Armando Bevacqua, infatti, è figlio illegittimo di Luigi Palermo alias ‘U Zorro, al quale fa da guardia del corpo. Stanno insieme la sera che suo padre viene assassinato. Le loro strade si dividono all’altezza del cinema Garden, pochi istanti prima che la morte colpisca. Nei mesi successivi, diventa il braccio destro del nuovo capo, Franco Perna, insieme al quale nel ‘79 uccide Gildo Perri, sparandogli dall’alto di un tetto.
Vive per la vendetta. È in perenne caccia di chiunque abbia avuto un ruolo nella fine di suo padre. Si lascia sedurre, però, dalle sirene del diabolico Peppino Cirillo, il boss della Sibaritide che, interessato all’appoggio militare degli zingari, lo battezza secondo il rito di ‘ndrangheta. Quando Perna se ne adombra, Bevacqua torna da Cirillo e gli chiede di essere sbattezzato. «Devi compiere un’azione disonorevole» gli sussurra il boss. «Non posso farlo» s’irrigidisce Tonino, e profeticamente si accommiata così: «Mi ammazzeranno». Il 31 luglio del 1980 va incontro al proprio destino. Perna lo convoca d’urgenza a casa sua. Quando se lo ritrova davanti, Tonino gli tende la mano, ma in cambio riceve un pugno sul cuore che lo stordisce. Per immobilizzarlo, gli saltano addosso in cinque. Lo portano a Montescuro, dove poche ore prima hanno scavato una fossa. Bevacqua è in ginocchio, ma non trema, né impreca. Chiede che sia il capo a fare fuoco contro di lui, perché nessun altro dei presenti «è degno di ucciderlo». Perna gli punta allora la pistola sul petto e lo accontenta, mirando a un cuore già spezzato: «Io ti ho creato, io ti distruggo» (clicca su avanti per continuare a leggere)

La pelliccia di visone, il Bmw serie 3 nero. Michele Valente è uno che tiene alle esteriorità. E anche il soprannome che s’è scelto, sembra fatto apposta per non passare inosservato. Lo chiamano “Il marsigliese” perché con quel look e quello stile di vita ammicca a un mondo che sa di tabacco, polvere da sparo e cinema. Il pentito Roberto Pagano lo inquadra con sei semplici parole: «Una persona che viveva di rapine». Ha anche lui un ruolo nell’agguato di Acquacoperta, ma poi si stacca dai gruppi per mettersi in proprio. Le rapine, armi in pugno, non le fa più personalmente, ma delega il tutto a un gruppo di banditi minorenni, con i quali di volta in volta divide il bottino. È dopo un colpo in una gioielleria di via Vittorio Veneto che i suoi ragazzi gli si rivoltano contro. Anche stavolta, pensano, hanno ottenuto solo le briciole, mentre il grosso se l’è preso il capo.
Il clan Perna-Pranno soffia sul fuoco del loro malcontento. Vuole tenerseli buoni quei ragazzi, perché c’è la guerra di mafia e possono tornare utili per tante occasioni. La decisione ormai è presa: il Marsigliese deve morire. Il 2 gennaio del 1982, alle 9 del mattino, Michele Valente esce dalla sua casa di via Martirano, a vineddra da ‘a nive, e monta in auto. Non ha neanche il tempo di respirare che in tre si avvicinano a lui con fucili e pistole e «gli fanno saltare la gola». A pochi metri di distanza, due bambini di 7 e 11 anni comprano caramelle in una putiga. Il commerciante sente gli spari fuori e si butta addosso ai due corpicini. Copre i loro occhi innocenti con le sue mani. Non vuole che vedano come muore un Marsigliese (clicca su avanti per continuare a leggere)

A soli 19 anni fa parte dell’equipaggio scelto di sicari che uccide Luigi Palermo “U Zorro”. Alfredo Morelli è lì, sul ponte del cinema Garden, a scrivere la Storia nera in quota Franco Pino. Del nuovo boss di Cosenza è l’uomo più fidato. Pino se lo porta sempre appresso perché con lui si sente al sicuro. Il suo gruppo e quello di Franco Perna si sparano a vista. Ogni giorno, i membri delle rispettive fazioni escono di casa e vanno in cerca di un nemico di abbattere. Uno qualunque, purché muoia qualcuno. Tutti tranne Morelli. «Lui – ricorderà in seguito Nicola Notargiacomo – non cercava nessuno. Dava la caccia esclusivamente a Franco Perna. Era una persona davvero pericolosa». Morelli è letale quanto guardingo. La sua abitazione la conoscono in pochi ed è arroccata in cima alla salita Sant’Agostino, a pochi metri dal convento, circondata da quelle di parenti e amici, tutta gente fidata che gli fa da cordone protettivo. Un fortino inespugnabile, ma per eventuali contrattempi c’è sempre la Browning 7.65 che porta con sé in tasca, compagna inseparabile.
Il 2 gennaio del 1981 va ad acquistare un’antenna tv ché la sua è rotta, e alle 10.25 rientra a casa. Non sa che il fortino è stato violato. Due killer si sono appostati proprio davanti al suo uscio, in un magazzino abbandonato, e lo accolgono a colpi di pistola e di fucile a canne mozze. In seguito, uno dei sicari dirà che vederlo volteggiare in aria sotto la spinta dei proiettili, gli aveva procurato una sorta «di orgasmo mentale». Mentre lui agonizza, a pochi metri di distanza sua moglie sta facendo il bagnetto alla loro bimba di appena due mesi (clicca su avanti per continuare a leggere)
Fa un freddo cane a Cosenza il 30 settembre del 1981, che ancora l’inverno non è arrivato, ma l’autunno butta già malissimo. L’orologio si ferma alle 19, in una pizzeria di via Nicola Serra che, come sempre, attende i clienti della sera. A quell’ora c’è il personale che manda giù un boccone. Mario Maestri, ragazzo di via Popilia, ha 23 anni e fa il capocuoco al “Piccadilly”. I killer entrano dalla porticina laterale che dà sulla cucina, perchè si aspettano di trovarlo lì, tra i ferri del mestiere. E invece Mario è in sala, che mangia in compagnia di un cameriere. Dovevano ammazzarlo il giorno prima, ma poi uno del commando è andato “in tramanza” e così hanno rimandato. Quel 30 settembre, dunque, si presentano in forze, a bordo di due Golf. Il Maestri, vogliono farlo fuori perché lo considerano uno “specchietto” degli zingari, uno che spia i loro movimenti e poi li va riferire. Non solo, fa pure da autista al Bevilacqua capo.
Entrano in tre. «Un vi muviti» intima uno di loro alla gente che sta in cucina, mentre gli altri due incappucciati si precipitano in sala. E’ il fragore di qualche secondo, giusto il tempo di ficcare 6 pallottole nel corpo del cuoco, risparmiando l’altro seduto con lui. Poi fuggono da dove erano venuti, mentre uno di loro trema dalla paura. Lo chiamano “Il tamarro” e, nelle notti a venire, i rimorsi lo tormenteranno, al punto da farlo fuggire in Germania. Mario Maestri intanto è lì, in terra, con 6 colpi nella pancia. L’ambulanza lo raccoglie che ancora respira, dandogli il tempo per un’ultima preghiera. Non arriverà vivo in ospedale, in quella gelida notte d’autunno del 1981, quando a Cosenza poteva morire chiunque. E l’inverno, ormai alle porte, non prometteva niente di buono (clicca su avanti per continuare a leggere)

Dicevano alzasse un po’ troppo il gomito, ma erano cattiverie messe in giro per adombrarne il carisma. Antonio Sena, invece, criminalmente parlando era un passo avanti a tutti. Mentre gli orizzonti collettivi si arrestano alle prostitute e al contrabbando di sigarette, lui s’inventa le estorsioni legalizzate con la sua “Radio Sila”, sede a Dipignano. Il pizzo lo riscuote così: soldi in cambio di pubblicità. E sono offerte che non si possono rifiutare. Proprio la passione per la musica gli salva la vita nel giorno di Acquacoperta. L’Uomo mitra gli si affianca e fa fuoco proprio mentre Sena si abbassa verso l’autoradio per inserire una musicassetta. Il piombo investirà solo l’autista, non lui. Negli anni della guerra, Franco Pino lo riduce a mero feticcio e anche per questo, alla fine degli anni Novanta sogna la rivincita insieme a Francesco Bruni “Bella bella”, forte delle amicizie con Rosarno e Cetraro. Quelli della vecchia guardia, però, non possono consentirlo. Mandano da lui Vincenzo Dedato, il suo ex autista, che da pentito rievocherà così quell’incontro: «Cercai di convincerlo a non immischiarsi, ma era troppo ancorato alle vecchie logiche. Non riteneva possibile che gli ex del gruppo Pino si unissero con quelli di Perna. Ignorava che, invece, c’eravamo già messi d’accordo». Il 12 maggio del 2000, esce dal cortile di una concessionaria a Castrolibero, insieme a due accompagnatori, quando la loro auto è speronata da un altro veicolo. «Ommadonna» esclama alla vista dei sicari incappucciati che piombano su di lui, disinteressandosi degli altri passeggeri. Non avrà tempo di aggiungere altro (clicca su avanti per continuare a leggere)

La mafia lo uccide d’estate. Personaggio noto in città per quella sua andatura caracollante che gli ha fatto guadagnare il nomignolo di “Peppino u gammistuartu”, vive di furti, piccoli espedienti e grandi giocate a carte. Di lui, Nicola Notargiacomo, traccia un profilo quasi corsaro: «Non aveva titoli o cariche criminali, nel senso che non era inserito organicamente nella cosca Perna-Pranno, ma è sempre stato uno fedele a livello ideologico. Quindi non ha mai condiviso situazioni con il gruppo Pino-Sena. Ammazzare lui è stato come uccidere una parte di Cosenza. U gammistuartu era una figura folkloristica della città, ti faceva vedere com’era una volta la malavita cosentina e com’era, invece, in quel momento attuale». Lo uccidono perché s’è intascato soldi non suoi. Raccoglie i proventi delle estorsioni alle bancarelle di Lungo Crati, un business minore, che però frutta all’organizzazione 40 milioni al mese. Quei soldi, invece di consegnarli alla “bacinella” li perde a zichinetta. Il pomeriggio del 24 agosto del 1991, Peppino se ne sta a piazza Valdesi con altri tre amici. Hanno piazzato un tavolino all’aperto per avviare un tressette a perdere. Non sanno che di lì a breve, lo giocheranno “col morto”. I sicari arrivano a bordo di un “Sì” e uno di loro si avvicina al tavolino. Peppino lo vede e se la dà a gambe, nascondendosi tra le auto in sosta. Nella corsa, perse entrambe le ciabatte che porta ai piedi. Dura poco la fuga. Il killer lo raggiunge e gli piazza 3 proiettili in un fianco. Con lui, se ne va un pezzo di Cosenza. Altri, spariranno in seguito. (clicca su avanti per continuare a leggere)
Lo chiamano “Giggi Riva” perché con il sinistro la mette sempre dove vuole lui. Renato Piromalli, classe 1962, è nato per giocare a calcio e ha studiato alla scuola dei campioni: la strada. Su quel campo da gioco non si bara: un dribbling può voler dire sopravvivenza, cadere è un po’ come morire. Piazza Spirito Santo è il suo tempio, il ponte della Massa la tribuna da cui, giorno dopo giorno, guarda i suoi sogni di adolescente svanire come il fiume che gli scorre sotto a quei piedi fatati. Come la tocca lui la palla, nessuno. Se solo qualcuno se ne fosse accorto.
Lo arrestano nell’estate del 1982, pochi giorni dopo la vittoria del Mundial, per una storia di amicizie ferite e vendette di sangue. Con la guerra di mafia sullo sfondo. Uno dei suoi capitoli più tragici e vibranti, a metà tra Eschilo e Mòlnar, lo scrivono loro: i ragazzi della Massa. Anche lui finisce poi nel vortice del processo “Garden”, come associato al clan Pino-Sena, ma sarà assolto. Dopo il carcere, però, conosce la droga, un mastino feroce dal quale non riuscirà più a smarcarsi. Gli adulti che anni prima l’hanno traviato, ora lo isolano. Ai loro occhi è diventato inaffidabile. E anche il sinistro non gira più come prima. Torna in cella per una rapina, prologo al più indiscreto dei finali. È lui stesso a scriverlo il 10 novembre del 1998, ma senza pubblico delle grandi occasioni: solo un compagno di cella che gli dorme accanto e la sua cattiva stella che lo osserva dall’alto. Il Giggi Riva di Cosenza ha già lasciato il calcio. Prodezze e amarezze di un campione mancato. Che in un giorno d’autunno si ritira dalla vita.
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