Alloggi fatiscenti, muffa, infiltrazioni d'acqua e assenza di riscaldamento o luce. L’inchiesta giudiziaria svela la rete di immobili degradati in cui i caporali ammassavano i migranti nella Sibaritide, pretendendo affitti forzosi e togliendo persino le cucine come ritorsione
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Nella Piana di Sibari, lo sfruttamento dei braccianti agricoli extracomunitari non si esauriva tra i filari di agrumi e gli uliveti. C'era un secondo livello di sottomissione, ancora più intimo e degradante, consumato all'interno delle mura domestiche.
Le indagini condotte dal Reparto Operativo dei Carabinieri Tutela del Lavoro di Roma hanno svelato l'esistenza di un vero e proprio monopolio degli alloggi-ghetto gestito dal sodalizio pakistano, in cui le gravissime privazioni materiali e igienico-sanitarie venivano utilizzate come una scientifica leva psicologica di ricatto e controllo.
Per i migranti, privi di documenti o con permessi di soggiorno scaduti, impossibilitati a parlare l'italiano e terrorizzati dall'idea di finire a dormire in strada, accettare le case dei caporali era l'unica via per sopravvivere. Una trappola senza via d'uscita che azzerava ogni capacità di autodeterminazione delle vittime.
Il sovraffollamento estremo e il degrado igienico
Il quadro descritto nell’inchiesta della Dda di Catanzaro descrive sistematiche situazioni alloggiative degradanti. I caporali collocavano i braccianti in immobili angusti, fatiscenti e in pessime condizioni d'uso, concentrati per lo più nel centro storico di Cassano allo Ionio.
La regola costante era il sovraffollamento spinto oltre ogni limite tollerabile, con un numero altissimo di coabitanti costretti a dividere spazi angusti.
Qualche esempio dal decreto di fermo. A. E. I. è stato alloggiato in un tugurio fatiscente, privo di energia elettrica, insieme a ben 30 persone che avevano a disposizione soli due bagni. A. Y. è stato costretto a vivere in un alloggio del tutto privo di finestre, ammassato insieme ad altre 20 persone con un solo bagno funzionante.
S. F. ha descritto la convivenza forzata in condizioni di scarsissima igiene con altri 16 braccianti, rivelando agli inquirenti un dettaglio emblematico della miseria quotidiana: erano costretti a dormire a terra in tre su soli due materassi. S. L. ha confermato di aver dovuto condividere un'abitazione di sole tre stanze con oltre 20 persone.
La stragrande maggioranza degli alloggi monitorati era completamente priva di riscaldamento, con scarsa disponibilità di acqua calda e, in svariati casi, lasciata al freddo e al buio per settimane a causa del distacco di luce e gas dovuto al mancato pagamento delle utenze da parte dei caporali.
La casa abbandonata senza bagni né cucina
Il picco di disumanità registrato dalle forze dell'ordine riguarda la sistemazione di cittadini nigeriani, sistemati in una casa abbandonata e fatiscente in località Doria.
L'immobile era in condizioni spettrali: completamente privo di cucina, di riscaldamento e persino di servizi igienici. Per non morire di freddo durante la notte e per poter cucinare, le vittime erano costrette a perlustrare le campagne circostanti alla ricerca di legna da ardere sul pavimento e a utilizzare un rudimentale fornello da campo. Quando i braccianti hanno osato lamentarsi per quelle condizioni disumane, la risposta del loro “padrone” è stata una minaccia di morte che evocava esplicitamente l’appartenenza alla criminalità organizzata locale: «Vi uccido, io sono un mafioso, dovete fare attenzione».
La speculazione economica e il ricatto dell'alloggio
Nonostante le condizioni igieniche intollerabili, l'alloggio non era affatto gratuito. I caporali imponevano a ciascun bracciante una trattenuta mensile fissa che oscillava tra i 40 e i 70 euro a persona (o circa 2 euro al giorno), che andava a rimpinguare i già notevoli profitti illeciti del sodalizio. Con una media di 10 inquilini per appartamento, ogni singola catapecchia fruttava ai caporali fino a 700 euro al mese di solo affitto, a fronte di affitti pagati ai proprietari italiani a cifre infinitamente inferiori.
Ma l'alloggio era soprattutto un formidabile dispositivo di ritorsione. I caporali condizionavano l'impiego lavorativo alla permanenza e al pagamento dell'alloggio: chi protestava o tentava di cercare lavoro autonomamente presso altri agricoltori della zona per sfuggire al caporalato veniva immediatamente cacciato di casa e gettato in mezzo alla strada.
È quanto accaduto due cittadini nigeriani, che dopo aver lavorato in autonomia per un solo giorno venendo pagati regolarmente 40 euro (contro i 25 euro corrisposti di solito dal caporale), sono stati rintracciati dal caporale e costretti ad accamparsi al gelo nei pressi di un supermercato perché privati del tetto.
La cucina sottratta come punizione
L'assoluta arbitrarietà del potere esercitato dai caporali pakistani è testimoniata anche dal caso di un altro migrante. Nel febbraio 2020, mentre viveva insieme ad altri braccianti in un alloggio degradato e privo di corrente elettrica, gestito da uno dei presunti caporali, la squadra decise di resistere al trasferimento forzoso verso un'altra casa controllata dal fratello del primo aguzzino.
Per piegare la resistenza dei lavoratori e costringerli al trasloco coatto, il caporale non esitò a compiere un atto di brutale prevaricazione: fece smontare e portare via l'intera cucina dall'alloggio di via del Popolo, lasciando gli occupanti nell'impossibilità di prepararsi da mangiare e costringendoli a cedere al ricatto.
All'interno delle abitazioni, inoltre, i caporali imponevano rigide gerarchie e discriminazioni etniche. In uno degli appartamenti, ad esempio, il capo si era riservato una stanza privata ad uso esclusivo, sbarrando l'accesso a tutti gli altri inquilini subsahariani. Nelle intercettazioni emerge anche il profondo disprezzo etnico dei pakistani, che mal sopportavano la convivenza con i braccianti africani, tollerati nei loro alloggi esclusivamente perché considerati "affidabili e precisi nei pagamenti" dell'affitto.
La mappa degli alloggi e la connivenza dei proprietari
L'inchiesta ha permesso di mappare con precisione i principali alloggi-ghetto nella disponibilità dell'organizzazione, situati nei punti nevralgici del centro storico di Cassano allo Ionio. Ci sono indirizzi, riferimenti precisi e nomi dei referenti che controllavano le abitazioni. Il quadrilatero contiene appartamenti attorno ai quali ruota anche la complicità di diversi proprietari italiani. Clamoroso è il caso un appartamento la cui referente e proprietaria risultava essere una consigliera comunale in carica all’epoca (le intercettazioni risalgono al 2020) a Cassano allo Ionio.
Nelle intercettazioni telefoniche registrate dai Carabinieri, la donna contatta direttamente il caporale lamentandosi per non aver ricevuto i soldi delle mensilità arretrate: «Forse non ci siamo capiti... Tu c'hai dieci persone dentro, io non posso». Una conversazione che, secondo i pm, dimostra la piena consapevolezza della proprietaria italiana circa il massiccio e illegale sovraffollamento del proprio immobile, affittato al caporale per ammassare braccianti ridotti in condizioni di servitù.




