Giovedì 5 novembre la gip del Tribunale di Catanzaro ha revocato gli arresti domiciliari a Flavio Stasi, sindaco di Corigliano-Rossano. Otto giorni dopo l'alba del 28 ottobre, il braccialetto elettronico viene via. Otto giorni fa ho scritto che non avevo né il titolo né le carte per difenderlo o accusarlo, e che chiedevo per lui un processo giusto e rapido, la presunzione di innocenza e una comunità che non lo lasciasse solo nel fango mentre si decideva. Oggi una parte di quella richiesta ha avuto risposta. Non tutta. E vale la pena capire quale.

La decisione

La gip Fabiana Giacchetti, la stessa che il 30 settembre aveva firmato l'ordinanza dell'operazione «Ginestra», ha accolto la richiesta di revoca della misura presentata dai difensori di Stasi, gli avvocati Mauro Mitidieri e Maurizio Minnicelli. Secondo quanto riportano Il Vibonese e Informazione e Comunicazione, la revoca riguarda anche Vincenzo Curia, il presunto intermediario, e, limitatamente a questo capo d'imputazione, Annibale Matalone. Il Tribunale del Riesame aveva fissato l'udienza per martedì 10 novembre: con la revoca, scrive l'Ansa, la difesa dovrebbe rinunciare al ricorso.

Le motivazioni del provvedimento, al momento in cui scrivo, non sono state pubblicate. Quello che si sa è il percorso. Lunedì 2 novembre, nell'interrogatorio di garanzia a Catanzaro, Flavio ha scelto di rispondere a tutte le domande e non si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ha detto, nelle parole riportate da Il Vibonese, di non conoscere Annibale Matalone e di non avere nemmeno il suo numero di telefono. E ha depositato una memoria difensiva con una trentina di atti di giunta e di amministrazione: ordini di demolizione di fabbricati riconducibili a persone attenzionate dalla Procura, diffide, provvedimenti contro i tentativi di infiltrazione. «Lui è stato bravo, lucido, ha utilizzato atti amministrativi molto esplicativi», aveva detto Mitidieri uscendo dall'udienza, «e quindi ora dobbiamo aspettare». L'attesa è durata tre giorni.

Che cosa resta

Qui serve la stessa precisione che ho chiesto a me stesso otto giorni fa. La revoca di una misura cautelare non è un'assoluzione. Il gip ha deciso che non ci sono più le ragioni per tenere un uomo chiuso in casa con un braccialetto alla caviglia mentre si indaga; non ha deciso che l'accusa è infondata. Flavio resta indagato per il capo 7 dell'ordinanza, lo scambio elettorale politico-mafioso, e l'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia prosegue per lui come per gli altri cinquantasei. Sarà ancora un processo, se ci sarà, a dire se quelle venti voci intercettate in un ristorante nel maggio del 2024 significano quello che la Procura sostiene.

Resta anche una domanda amministrativa: la sospensione dalla carica di sindaco. La legge Severino la fa scattare di diritto quando arriva una misura cautelare e, per la stessa logica, la fa cessare quando la misura viene meno. Al momento in cui scrivo nessuna fonte riporta il provvedimento che prende atto della revoca: lo aggiornerò appena c'è. Ma il punto non è burocratico. Corigliano-Rossano ha ottantamila abitanti e per otto giorni ha avuto il suo sindaco eletto con il 64,8 per cento chiuso in una stanza. Anche se tutto è stato fatto secondo la legge, e lo è stato, questo è un costo, e qualcuno deve pur contarlo.

E resta, infine, quello che non si revoca con un decreto: la gogna. Le prime pagine del 28 ottobre non le riscrive nessuno. La nota di Fratelli d'Italia che a poche ore dall'arresto chiedeva conto a Conte, Schlein e Tridico del «modello del campo largo» non verrà corretta con la stessa evidenza. Chi ha scritto «mafioso» sotto le foto non scriverà «scusa». Lo dico senza rancore e con una certa stanchezza, perché succede ogni volta e perché il tema di questo blog non è Flavio: è l'aria che respiriamo tutti.

L'orologio dell'articolo 13

Tre settimane fa, per la tredicesima puntata di Sacro Civile, ho passato giorni dentro l'articolo 13 della Costituzione. Comincia con quattro parole: «La libertà personale è inviolabile». E poi, per la prima volta nella Carta, un articolo si fa lungo: cinque commi, e dentro un orologio. «Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.» Quando la polizia ferma qualcuno senza giudice, ha quarantotto ore per avvisarlo, e il giudice ne ha altre quarantotto per decidere; altrimenti tutto si scioglie. «La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.» Quella puntata l'ho intitolata «Quarantotto ore» e l'ho registrata il 12 ottobre, quando Flavio era ancora in piazza con gli agricoltori. Non immaginavo di doverla rileggere così presto su un amico.

Sia chiaro: le quarantotto ore in senso stretto non riguardano il suo caso. Lui non è stato fermato dalla polizia senza giudice; il giudice c'era dal primo minuto, con un atto motivato di trecento pagine. Ma lo spirito dell'orologio è esattamente quello che abbiamo visto funzionare in questi otto giorni. I costituenti, il 10 aprile 1947, erano in gran parte persone che il carcere e il confino li avevano conosciuti da dentro, e scrissero una regola semplice: la libertà si toglie a ore contate, per iscritto, con una ragione, e si restituisce nel momento in cui quella ragione viene meno. Un uomo è stato ascoltato (articolo 24: «La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento»), ha portato le sue carte, e tre giorni dopo lo stesso giudice che l'aveva chiuso in casa lo ha fatto uscire. Chiunque abbia visto questa terra sa quanto non sia scontato. Non è una vittoria di Flavio contro la magistratura: è la Costituzione che fa quello per cui è stata scritta, e la magistratura che la applica. Chi oggi ringrazia il gip e otto giorni fa lo insultava, e chi otto giorni fa lo ringraziava e oggi lo insulta, non ha capito che è la stessa persona che fa lo stesso mestiere.

C'è un ultimo comma dell'articolo 13 che mi preme: «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». Comunque sottoposte. Vale per Flavio e vale per i ventiquattro finiti in carcere il 28 ottobre con accuse di tutt'altro peso, omicidio, armi, estorsioni. Vale per Matalone. Se la Costituzione è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per chi ci sta simpatico; altrimenti è tifo. E l'articolo 27, secondo comma, «l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva», non l'abbiamo scritto per i sindaci che amiamo. L'abbiamo scritto perché nel 1947 sapevamo che la gogna è un'arma, e che prima o poi tocca a chiunque.

Fuori dalla cisterna (Geremia 38,13; Geremia 34,8-17; Atti 16,25-28)

Otto giorni fa avevo chiuso con Geremia nella cisterna e con Ebed-Melec, lo straniero che va dal re e chiede che il profeta non muoia nel fango mentre si decide. Il racconto ha un versetto in più, che allora non avevo citato perché non era ancora il momento: «Tirarono su Geremia con le corde e lo fecero uscire dalla cisterna». Lo fecero uscire. Ma il versetto continua: «E Geremia rimase nel cortile della prigione». Fuori dal fango, non fuori dalla storia. È esattamente la condizione di oggi: il braccialetto è andato via, il fascicolo no. E gli stracci sotto le corde, la delicatezza di chi tira fuori qualcuno senza fargli ancora più male, servono adesso quanto servivano otto giorni fa, perché la risalita può ferire quanto la caduta.

Nella puntata sull'articolo 13 avevo letto un'altra pagina di Geremia, il capitolo 34: il re Sedecia, con Gerusalemme assediata, proclama la liberazione degli schiavi, e i padroni, passato il pericolo, se li riprendono. Il profeta dice che la libertà data e ripresa è peggio della libertà mai data. Lo scrivo come avvertimento a tutti noi, non ai giudici. La libertà che la Costituzione ha restituito a Flavio stasera può essergli ripresa domani dal paese, con un sospetto che non finisce mai, con un «però», con il «chissà» detto al bar. Quella ripresa non la firma nessun gip. La firmiamo noi.

E poi c'è la scena che, in quella puntata, mi aveva commosso più delle altre: Paolo e Sila nel carcere di Filippi, a mezzanotte, cantano; la terra trema, le porte si aprono, le catene cadono. Il carceriere, convinto che tutti siano fuggiti, sta per uccidersi. E Paolo grida: «Non farti del male, siamo tutti qui». Siamo tutti qui. Le porte aperte non sono usate per scappare: sono usate per restare, e per salvare chi stava dall'altra parte della sbarra. Mi piacerebbe che Corigliano-Rossano riuscisse a dire la stessa cosa in queste ore: senza fughe, senza vendette, senza cortei trionfali. Siamo tutti qui. La città, il sindaco, e anche chi ha indagato, perché l'inchiesta contro le cosche della Sibaritide resta un fatto positivo e atteso, come ha scritto la stessa Giunta il 28 ottobre, e nessuno ha interesse che si fermi.

Quello che chiedo adesso

Otto giorni fa ho chiesto tre cose: un processo giusto e rapido, la presunzione di innocenza, una comunità che non lasciasse solo un uomo nel fango. Le chiedo ancora, cambiando una parola per ciascuna. Un processo rapido, perché ora che la misura è caduta il rischio è che il fascicolo dorma per anni e che Flavio resti «quello indagato per mafia» senza che nessuno decida mai niente: Fernando Pignataro aveva chiesto che si facesse «in fretta, nell'interesse della persona e dell'istituzione che rappresenta», ed è ancora la richiesta più giusta. La presunzione di innocenza per tutti, non solo per lui, perché in quella stessa ordinanza ci sono altre cinquantasei persone e le loro famiglie, e la Costituzione non fa distinzioni di simpatia. E una comunità che sappia stare accanto senza trasformare il ritorno a casa di un uomo in una festa di partito, perché Flavio è il sindaco di tutti, anche di chi non lo ha votato, anche di chi in questi giorni ha pensato il peggio.

Sorelle e fratelli di Corigliano-Rossano, di Cosenza, di tutta la Calabria: le corde hanno tenuto. Ora teniamo gli stracci.