Le intercettazioni della Dda romana raccontano i rapporti tra i referenti nella Capitale e quelli della provincia di Reggio, considerati partner strategici per logistica e approvvigionamenti. Al centro dell'inchiesta anche sofisticati sistemi di riciclaggio attraverso wallet digitali e piattaforme exchange
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Nelle carte della Direzione distrettuale antimafia di Roma la chiamano un’organizzazione strutturata, professionale, capace di muovere tonnellate di droga e milioni di euro attraverso un asse stabile tra la Capitale, la Calabria e il Sudamerica. Capace addirittura – secondo l’accusa – di impiantare una raffineria di cocaina tra le campagne della Locride, a Sant’Agata di Bianco, in provincia di Reggio Calabria. Nei giorni scorsi vi abbiamo raccontato i retroscena di un blitz che è ancora al vaglio della magistratura, nato dalla ricerca spasmodica di "Jeff il dominicano”, uno dei presunti vertici dell’organizzazione romana a caccia di 200 chilogrammi di acido borico, sostanza utilizzata per il taglio della cocaina. Nella storia che si snoda tra l’Aspromonte e la capitale c’è però molto altro.
L’asse Roma-Calabria e il ruolo dei “paesani”
Dalle intercettazioni emerge un sistema criminale che non si limita a importare droga, ma che dispone di basi operative, canali logistici, strutture di raffinazione e una rete economica internazionale capace di sostenere traffici milionari.
La Calabria, secondo gli inquirenti, rappresentava molto più di una retrovia. Era un partner strategico. Nelle conversazioni intercettate gli affiliati romani parlano dei “paesani” della Locride come di soggetti “forti”, “potenti”, “cattivi”. Il timore, espresso apertamente, è che il coinvolgimento dei calabresi possa trasformare l’inchiesta in un procedimento per associazione mafiosa.
Il rapporto si fondava su una precisa divisione dei compiti. “Il dominicano” curava i rapporti con i fornitori internazionali e coordinava le movimentazioni della cocaina. I referenti calabresi garantivano invece logistica, supporto operativo e affidabilità assoluta nei rifornimenti. In alcuni casi, la droga veniva persino consegnata “a credito”, con pagamento differito: un dettaglio che per gli investigatori certifica un livello elevatissimo di fiducia reciproca.
Le auto con il “sistema” e i viaggi verso la Spagna
Tra le figure chiave compare anche un uomo, R. M., detto “il calabrese”. Pur vivendo a Roma, avrebbe mantenuto rapporti strettissimi con la Locride ed era incaricato di reperire le cosiddette auto con il “sistema”: vetture modificate con doppi fondi occulti destinati al trasporto della droga.
Uno dei nascondigli individuati dagli investigatori era ricavato sotto la leva del cambio, accessibile attraverso una paratia in plastica removibile. Veicoli apparentemente normali ma capaci di trasportare fino a 20 chilogrammi di cocaina alla volta senza destare sospetti. Secondo le carte dell’inchiesta, questi mezzi erano destinati soprattutto alle rotte internazionali verso Spagna e Barcellona, dove l’organizzazione progettava il recupero dei carichi provenienti dal Sudamerica.
Mazza, emerge dalle intercettazioni, si sarebbe detto disponibile persino a guidare personalmente i veicoli per le missioni più rischiose, utilizzando documenti falsi e chiedendo un compenso di 500 euro per ogni “pacco”, cioè per ogni chilo trasportato.
I milioni in criptovalute e gli “uffici veri”
Ma il livello di sofisticazione dell’organizzazione non si fermava alla logistica. Uno degli aspetti più delicati dell’indagine riguarda infatti la gestione dei flussi finanziari. I proventi del narcotraffico venivano spostati attraverso criptovalute, principalmente USDT, la stablecoin ancorata al dollaro americano scelta per evitare oscillazioni di valore.
Nelle conversazioni intercettate il sistema viene descritto come una rete di “uffici veri”, lontana dalla criminalità improvvisata di strada. Il denaro contante veniva contato, verificato, convertito in criptovaluta e trasferito all’estero attraverso wallet digitali e piattaforme exchange considerate dagli indagati vere e proprie “banche occulte”.
Le somme in gioco erano enormi. Lo stesso “capo” sosteneva di poter movimentare non soltanto 200 o 300mila euro, ma anche uno o due milioni di euro per singola operazione. Una struttura finanziaria internazionale con basi operative a Milano, Madrid e Valencia e contatti stabili nei Paesi Bassi.
La rete internazionale dei broker
Tra i nomi citati negli atti compare anche una donna indicata come figura di supporto nella gestione dei flussi economici in entrata e in uscita dall’estero. Sarebbe stata titolare di un conto nei Paesi Bassi utilizzato proprio per le movimentazioni finanziarie del gruppo. Accanto a lei, un altro personaggio, definito il “presidente”, avrebbe condiviso con i vertici dell'organizzazione le decisioni strategiche sui trasferimenti e sugli investimenti in valuta virtuale.
Il pagamento delle partite di cocaina, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avveniva soltanto dopo il via libera dei corrieri e la conferma dell’avvenuta consegna. Un sistema costruito per ridurre al minimo i rischi e ostacolare la tracciabilità dei flussi finanziari.
Una struttura criminale moderna e transnazionale
Nelle carte della Procura di Roma emerge il profilo di una struttura criminale moderna e specializzata. Un’organizzazione capace di saldare il narcotraffico internazionale ai territori della Locride, trasformando un’abitazione sperduta dell’Aspromonte in una raffineria della cocaina e facendo viaggiare milioni di euro invisibili attraverso la blockchain.


