Il presule ricorda il grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento e la scomunica pronunciata da Papa Francesco a Sibari nel 2014: «Mai più potere malavitoso, mai più ‘ndrangheta»
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Dopo gli ultimi fatti di sangue a Cassano all’Ionio prende posizione anche la diocesi e lo fa in occasione dell’assemblea popolare che lui stesso, insieme al sindaco della città, Gianpaolo Iacobini, ha fortemente voluto dopo l’atto crudele e violento che ha causato la morte di Silvana Sibarelli, 60 anni e ferito il compagno, Damiano Pepe, 64 anni.
Il vescovo, monsignor Francesco Savino, non accetta però l’idea di una Chiesa che si limiti ad affiancare le istituzioni, perché la comunità ecclesiale è fatta della stessa gente che vive questi luoghi: «Io non direi accanto, perché la Chiesa è il popolo di Dio e in quanto popolo non può non lasciarsi interrogare, non essere preoccupata. Direi di più, amareggiata e triste per tutto quello che si sta riprendendo nel nostro territorio della Sibaritide».
Il vescovo cita poi gli episodi delle ultime settimane, a partire da quello avvenuto nella frazione di Lauropoli: «Qualche settimana fa a Lauropoli, qualche giorno fa a Lattughelle, e speriamo che si fermi lì questa barbarie, questo ritorno alla barbarie degli anni Ottanta e Novanta nel nostro territorio».
Il riferimento a quegli anni porta Savino a chiedere a tutti di schierarsi. Per il vescovo chi resta in silenzio finisce per favorire chi sfrutta il territorio: «Questa è l’ora di reagire, questa è l’ora del coraggio. Oserei dire ancora di più che questa è l’ora della responsabilità e della corresponsabilità, l’ora in cui dobbiamo dire da che parte stiamo, perché in questo momento ogni atteggiamento neutrale dice complicità e dice contiguità a chi si serve di questo territorio più che mettersi al servizio di questo territorio».
A sostegno di questa posizione Savino richiama due momenti del magistero. Il primo è il 9 maggio 1993, quando Giovanni Paolo II, dopo aver incontrato i genitori di Rosario Livatino, si rivolse ai mafiosi dalla Valle dei Templi di Agrigento: «Il Papa viene molto colpito dalla testimonianza dei genitori del giudice ragazzino e dopo la messa urla dalla Valle dei Templi. Quell’urlo che ancora oggi, a mio avviso, dovremmo tutti ricordare, dovrebbe graffiare la nostra coscienza. Convertitevi, disse».
Il secondo riguarda direttamente la diocesi di Cassano. Il 21 giugno 2014 Papa Francesco celebrò la messa sulla spianata di Sibari e nell’omelia pronunciò la scomunica dei mafiosi: «Per la prima volta dice che c’è incompatibilità tra il Vangelo, tra l’esperienza cristiana e le mafie, perché loro adorano un Dio che non è quello di Gesù.
E poi lancia anche lui la scomunica nei confronti dei mafiosi. «Una scomunica, direi, collettiva ai poteri malavitosi. È chiaro che una scomunica poi va declinata anche rispetto alle singole persone». Dalla scomunica il vescovo passa al modo in cui Cassano viene raccontata fuori dai suoi confini: «Questo è il momento in cui non possiamo non reagire, è il momento della resilienza, perché, vedete, mi dà veramente fastidio, e accresce un po’ la mia amarezza come vescovo, quando vedo l’identificazione, molto spesso anche facile a livello comunicativo, tra Cassano all’Ionio e la ‘ndrangheta».
Contro questa identificazione Savino richiama la parte della città che lavora e vive onestamente, e chiude con un invito a mettere da parte divisioni e protagonismi: «Cassano all’Ionio è anche altro. C’è tanta gente per bene, c’è tanta gente onesta, c’è tanta gente che vive in maniera laboriosa la propria esistenza. Per cui dobbiamo metterci insieme, al bando ogni autoreferenzialità, al bando ogni neutralità, e insieme possiamo farcela. Mai più potere malavitoso, mai più ‘ndrangheta».

