Rito alternativo per due imputati che saranno giudicati dal gup di Catanzaro. Richieste in aula da parte del pm antimafia Alessandro Riello
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Il pubblico ministero della Dda di Catanzaro Alessandro Riello ha chiesto due condanne nel processo con rito abbreviato nato dall’inchiesta sui lavori legati alla Statale 106 Jonica, filone investigativo emerso nel gennaio 2025. In requisitoria, il pm ha invocato 9 anni e 4 mesi di reclusione per Antonio Salvo e 7 anni e 4 mesi per Leonardo “Nino” Abbruzzese, indicato dall’accusa come presunto reggente dell’omonima cosca operante nella Sibaritide.
Gli altri quattro imputati coinvolti nell’indagine – Gino Cipolla, Domenico Basile, Giuseppe D’Alessandro e Luigi Falcone – non sono nel rito alternativo: la loro posizione è ora al vaglio del tribunale collegiale di Castrovillari, dove il procedimento prosegue a seguito di giudizio immediato.
L’inchiesta trae origine dalla denuncia presentata dal legale rappresentante di un’impresa di costruzioni, che avrebbe subito una richiesta estorsiva di 150mila euro, pari al 3% di un appalto del valore complessivo di 5 milioni di euro. Le condotte contestate si inseriscono nel contesto degli interventi di edilizia pubblica funzionali alla realizzazione del cosiddetto “Terzo Megalotto” della Statale 106, area definita dagli investigatori ad alta attenzione per la storica esposizione alle pressioni della criminalità organizzata.
Le attività investigative sono state condotte dalla Direzione Investigativa Antimafia di Catanzaro sotto il coordinamento della Procura di Catanzaro, coordinata dal procuratore capo Salvatore Curcio. L’impianto accusatorio è stato sostenuto da intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche, oltre che dall’analisi di una vasta documentazione fiscale, bancaria e amministrativa.
Secondo quanto ricostruito, il presunto sistema di pagamento dell’estorsione sarebbe stato alimentato attraverso sovrafatturazioni realizzate da ditte ritenute colluse, con l’utilizzo di documentazione falsa che avrebbe simulato consegne di materiali e prestazioni di servizi sovradimensionate. In questo modo – è la tesi degli inquirenti – la quota destinata al pagamento sarebbe stata “incorporata” nei costi dell’appalto e poi convogliata verso la cosca Abbruzzese di Cassano allo Ionio.
L’accusa individua nel procedimento anche la figura di Abbruzzese, detenuto al 41-bis, e fa riferimento a una rete di intermediari e soggetti economici coinvolti nella gestione dei rapporti con le imprese.

