Dal 16 ottobre "Una confidenza tra amici", il singolo che anticipa il nuovo album del cantautore cosentino. Una storia raccontata a un amico, due persone che non si trovano mai, nessun colpevole. Tutti abbiamo raccontato a un amico una storia che non è mai cominciata. Non è una bugia ma una storia sospesa, fatta di «quando torni ci vediamo», di partenze immaginate, di appuntamenti rinviati.

La raccontiamo cercando nell'altro una diagnosi, o un'assoluzione. "Una confidenza tra amici", il nuovo singolo di RUVIO, nasce da questo gesto, e lo fa capire dal primo secondo: niente intro, nessuna strofa di riscaldamento. La voce entra a conversazione già iniziata, con una domanda incredula, come quando ci si siede al tavolo di due amici che parlano da un'ora.

Nella canzone c'è una figura che non canta mai e che pure la regge tutta: l'amico. È a lui che la storia viene raccontata, è lui che fa le domande, che cerca di capire chi ha lasciato chi e perché nessuno dei due si sia voltato. Chi ascolta finisce per occupare quella sedia. È una scelta meno ovvia di quanto sembri. La canzone d'amore italiana parla quasi sempre in prima persona, a un "tu" presente o perduto.

Qui la storia arriva di seconda mano, già filtrata, già interpretata. Ed è questa distanza a renderla credibile: le storie che non cominciano esistono soprattutto nei racconti che ne facciamo dopo. Il titolo lavora su due piani. Una confidenza è un segreto affidato a qualcuno, ma è anche ciò che ci si prende con una persona quando la si lascia avvicinare.

La canzone sta in mezzo: c'è molta confidenza nel primo senso e troppo poca nel secondo. I due protagonisti parlano di sé, ma non si concedono mai l'uno all'altra. A metà il racconto si ribalta, con una simmetria quasi sartoriale. Nella prima parte è lui a promettere l'eternità con la testa altrove, mentre lei sogna Parigi, Mosca e New York con il chignon in ordine. Nella seconda le parti si scambiano: le promesse distratte diventano di lei, i sogni di viaggio passano a lui, e al chignon risponde un papillon.

Due persone vestite per uscire che non escono mai. Le capitali sognate e mai raggiunte hanno, viste da sud, un sapore familiare: RUVIO appartiene a una generazione di cantautori calabresi che ha fatto della partenza un tema centrale, e qui quella partenza diventa sentimentale, un viaggio progettato e mai prenotato. Ne viene una canzone senza imputati. Le promesse non sono false, sono distratte: fatte con la testa altrove, come si firma qualcosa senza leggerlo. Non manca l'amore, manca il coraggio di lasciarsi andare.

Forse è la colpa più diffusa di un'epoca sentimentale piena di possibilità e povera di decisioni, in cui si può restare in contatto con qualcuno per anni senza mai incontrarlo davvero. Il momento che resta addosso è il ponte. Lui ha le scarpe fin troppo allenate a scappare, e una frase sola, quella in cui la sfiora e se ne va, torna quattro volte di fila, sempre uguale.

Non è un ritornello, è un loop: la canzone smette di raccontare e mette in scena il problema, un gesto che si ripete senza mai diventare scelta. Chi ha vissuto una storia così riconosce il meccanismo: ogni volta sembra l'ultima, ogni volta è identica alla precedente. Il contrasto più riuscito è tra ciò che si dice e come suona. Il brano corre a circa 130 battiti al minuto, in una tonalità maggiore piena di luce, con un arrangiamento che spinge invece di indugiare. Ci si aspetterebbe una ballata da notte fonda e arriva un pezzo che invita a muoversi mentre racconta qualcuno che resta fermo.

È la malinconia luminosa dei Baustelle e di Cremonini, con il passo narrativo di Amalfitano: i riferimenti dichiarati del progetto. Ruvio suona quasi tutto da solo, chitarre, synth, piano e basso. La batteria di Yandro Estrada dà il passo, mentre la produzione di Giancarlo Pagano, che firma con l'autore anche musica e arrangiamento, tiene insieme l'anima intima e quella pop senza che una schiacci l'altra. Anche il finale è coerente: niente accordo conclusivo, la canzone sfuma e si spegne da sola, come le storie che racconta. Dietro questa scrittura c'è un percorso lungo e laterale.

Alessandro Ruvio nasce a Cosenza nel 1985 e comincia dalle colonne sonore. Nel 2008 firma le musiche per Colibrì e i libri nitidi di Francesco Giannino, progetto legato a Officine Buone Onlus, con l'attore Loris Fabiani, e pubblica un album strumentale dedicato alla musica per immagini. L'anno dopo è in tour come chitarrista nello spettacolo E mi ritorni in mente 2 con Franco Oppini. Quella formazione si sente ancora: il gusto per il dettaglio visivo, la canzone come piccolo film fatto di chignon, papillon e scarpe da corsa, l'idea teatrale di affidare la storia a un narratore esterno.

La svolta cantautorale arriva nel 2019 con l'album omonimo RUVIO, pubblicato da Non è mica dischi, che contiene "Concedetemi un giorno" e "sConosciuti a Milano". Già quel titolo diceva molto: persone vicine che restano estranee, la città come luogo dove ci si sfiora senza toccarsi. Il nuovo singolo sembra riprendere quel filo e portarlo dentro una sola storia. Seguono quindici date tra club e teatri, in acustico e con la band, con tappe al Retape Summer alla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica di Roma, a "Webnotte di giorno" di Ernesto Assante e al "Magical Mystery San Fili", dove divide il palco anche con Dario Brunori. Accanto alla musica c'è la carriera universitaria, e forse viene da lì l'abitudine di osservare prima di giudicare.

In questa canzone lo sguardo è puntato sul momento più fragile di ogni relazione: l'attimo prima che cominci. L'album arriverà a dicembre e questa canzone ne è la soglia. Corre e si ferma, promette e rimanda. Come i suoi protagonisti, lascia a chi ascolta la scelta più difficile: fare il passo, o raccontarlo a un amico.