Tra caro carburanti, presenze sotto le aspettative e un’offerta ancora frammentata, la regione deve trasformare bellezza e tradizioni in una strategia duratura. L’esempio di Caccuri dimostra che continuità, identità e programmazione possono fare la differenza
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Ci sono estati che si ricordano per ciò che hanno regalato. E altre che dovrebbero servire per capire ciò che non funziona.
Questa, per la Calabria, appartiene alla seconda categoria.
È stata un’estate difficile, segnata da una sequenza dolorosa di incidenti, morti, incendi e fatti di cronaca che hanno restituito, ancora una volta, l’immagine di una terra fragile. Ma accanto alla cronaca c’è un altro dato che sarebbe sbagliato sottovalutare: una stagione turistica che, per molti operatori, è rimasta al di sotto delle aspettative.
Il caro carburanti ha certamente pesato. Raggiungere la Calabria in automobile è diventato più costoso e per molte famiglie la vacanza si è trasformata in un esercizio di equilibrio: qualche giorno in meno, una cena in meno, una spesa più prudente. Alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari e attività commerciali hanno avvertito non soltanto una contrazione delle presenze, ma soprattutto una minore capacità di spesa.
Sarebbe però troppo facile fermarsi qui.
Dare tutta la colpa al prezzo della benzina significherebbe trovare un alibi prima ancora di cercare una soluzione.
Perché il problema del turismo calabrese viene da molto più lontano.
La Calabria possiede quasi tutto ciò che una destinazione turistica potrebbe desiderare. Ha centinaia di chilometri di costa e due mari. Ha l’Aspromonte, la Sila e il Pollino. Ha laghi, boschi, borghi, parchi, cammini, siti archeologici, luoghi della fede, tradizioni popolari, una cucina straordinaria e un patrimonio storico e culturale che attraversa millenni.
Eppure possedere tutto questo non basta.
Un territorio non diventa una destinazione turistica semplicemente perché è bello.
È forse questo l’equivoco che la Calabria continua a pagare.
La bellezza è una risorsa. Il turismo è un’industria.
E un’industria ha bisogno di organizzazione, infrastrutture, collegamenti, servizi, professionalità, programmazione, comunicazione. Soprattutto, ha bisogno di un’identità.
La domanda che dovremmo avere il coraggio di porci è semplice: che cosa promette oggi la Calabria a chi decide di trascorrervi una vacanza?
Qual è il suo racconto?
Qual è l’esperienza che la distingue dalla Sicilia, dalla Puglia, dalla Sardegna, dalla Campania o dalle altre grandi destinazioni del Mediterraneo?
Non basta mostrare un mare cristallino in uno spot. Non basta riempire i cartelloni estivi. Non basta organizzare centinaia di manifestazioni tra luglio e agosto.
Perché un calendario non è una strategia.
Ogni estate assistiamo allo stesso spettacolo: concerti, sagre, festival, rassegne, feste patronali, spettacoli, iniziative culturali. Comuni, associazioni e istituzioni investono energie e risorse. Molte manifestazioni sono valide, alcune eccellenti.
Ma troppo spesso ciascuno corre da solo.
Eventi che si sovrappongono. Territori vicini che non dialogano. Programmazioni comunicate poche settimane prima. Esperienze che nascono e muoiono nello spazio di una sera senza lasciare dietro di sé un itinerario, un’identità, una ragione per tornare.
È una Calabria piena di iniziative e ancora povera di sistema.
Ed è proprio qui che, paradossalmente, una lezione importante arriva da un piccolo paese dell’entroterra crotonese.
Caccuri.
Il Premio letterario, giunto alla quindicesima edizione, dimostra che la periferia geografica non è necessariamente una periferia culturale. Da un borgo calabrese è stato costruito, anno dopo anno, un appuntamento capace di conquistare autorevolezza, richiamare scrittori, intellettuali, personalità della cultura e pubblico, diventando riconoscibile ben oltre i confini regionali.
Non è accaduto in una stagione.
Ed è proprio questo il punto.
Caccuri non ha inventato un evento. Ha costruito una storia.
Ha avuto la pazienza della continuità, la forza di un’identità e l'ambizione di non considerare la propria collocazione geografica una condanna.
Quindici anni significano questo: non cercare ogni estate qualcosa da mettere in cartellone, ma costruire qualcosa che l’estate successiva abbia già un nome, una reputazione, un pubblico, una memoria.
La differenza è enorme.
Perché il turista contemporaneo non cerca soltanto un luogo nel quale dormire. Cerca qualcosa da vivere e, possibilmente, qualcosa da ricordare.
Caccuri ci consegna allora una lezione molto più grande del suo stesso Premio: la Calabria non ha bisogno di sentirsi periferia. Ha bisogno di smettere di comportarsi da periferia.
Non servono complessi di inferiorità.
Servono idee.
Servono progetti capaci di durare dieci, quindici, vent’anni. Servono grandi eventi culturali, musicali, sportivi ed enogastronomici distribuiti nei territori e riconoscibili nel tempo. Serve mettere insieme costa ed entroterra, mare e montagna, archeologia e contemporaneità, gastronomia e cultura, natura e spiritualità.
E soprattutto bisogna superare una convinzione che continua a fare danni: che il turismo calabrese coincida con luglio e agosto.
Una regione che possiede mare e montagna, parchi e borghi, neve e spiagge, terme, archeologia, cammini e una delle tradizioni gastronomiche più forti d’Italia non può rassegnarsi a concentrare il proprio destino turistico in poche settimane d’estate.
La vera sfida non è riempire le spiagge a Ferragosto.
È portare qualcuno in Sila a novembre.
È far dormire un visitatore in un borgo dell’Aspromonte ad aprile.
È costruire un itinerario culturale in ottobre.
È fare in modo che chi arriva per il mare scopra un paese dell’interno e che chi viene per un festival decida di fermarsi una notte in più.
Il turismo comincia davvero quando una presenza diventa permanenza. E la permanenza diventa economia.
È lì che si producono lavoro, reddito, impresa.
Ed è lì che si misura il successo di una politica turistica.
Per questo l’estate che stiamo vivendo non dovrebbe diventare l’ennesima occasione per dividersi tra chi annuncia trionfi e chi racconta catastrofi.
Dovrebbe diventare un punto di svolta.
Occorre mettere intorno allo stesso tavolo Regione, Comuni, operatori, albergatori, ristoratori, associazioni, università, imprese culturali. Stabilire una strategia pluriennale. Individuare pochi grandi obiettivi. Costruire un calendario regionale con largo anticipo. Collegare gli eventi ai territori e i territori tra loro. Misurare non soltanto quante persone arrivano, ma quanto rimangono, quanto spendono e quanta economia producono.
Perché il turismo non si governa contando le automobili sulle strade ad agosto.
E non si costruisce con un comunicato stampa a giugno.
Si programma a gennaio, a ottobre, anni prima.
La Calabria, in fondo, non ha bisogno di inventarsi ciò che non possiede.
Ha il mare.
Ha le montagne.
Ha i borghi.
Ha la storia.
Ha la cultura.
Ha il paesaggio.
Ha perfino esempi, come Caccuri, che dimostrano che costruire qualcosa di autorevole e duraturo è possibile.
Ciò che continua a mancare è la capacità di mettere tutto questo dentro un'unica visione.
Ed è forse questa la conclusione più amara di un’estate difficile: alla Calabria non manca quasi nulla per diventare una grande destinazione turistica.
Le manca ancora la decisione di diventarlo.
E il tempo degli alibi, ormai, è finito.





