La lieve flessione dei prezzi dei carburanti non basta a rassicurare i consumatori. È questo il messaggio lanciato da Codici, che invita a non leggere i ribassi degli ultimi giorni come un vero segnale di stabilizzazione. Secondo l’associazione, il quadro economico resta fragile e pesantemente esposto agli effetti della guerra in Medio Oriente, con conseguenze che non si fermano alla pompa di benzina ma si estendono all’energia, alla logistica e ai beni alimentari.

Il timore è quello di una nuova fase inflattiva capace di incidere in modo strutturale sul costo della vita. Per le famiglie italiane, avverte Codici, il rischio è di trovarsi davanti a un aggravio consistente e duraturo, con ricadute che potrebbero farsi sentire ogni mese sulla spesa quotidiana.

Codici: il calo dei carburanti non basta

L’associazione sottolinea come la discesa registrata negli ultimi giorni non sia sufficiente a compensare gli aumenti precedenti. I dati aggiornati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy indicano per la benzina self un prezzo medio nazionale di 1,736 euro al litro e per il diesel self di 2,062 euro al litro.

Si tratta di valori inferiori rispetto ai picchi di inizio aprile, quando il diesel aveva toccato 2,185 euro al litro, ma ancora sensibilmente superiori ai livelli di inizio marzo, quando lo stesso carburante si attestava a 1,875 euro al litro. Per Codici, questo significa che il ribasso attuale resta troppo debole per essere considerato una vera inversione di tendenza.

L’associazione parla di una discesa fragile, anche perché il Brent resta sopra i 100 dollari al barile, il prezzo del gas torna a mostrare tensioni e le quotazioni dei raffinati, in particolare del diesel, hanno già ripreso a salire. Tutti segnali che rendono il calo alla pompa estremamente incerto.

Dalla crisi energetica ai prezzi del cibo

Per Codici il problema non riguarda solo i carburanti. La guerra sta già producendo effetti più ampi e più profondi, capaci di riflettersi su tutta la filiera economica. Il richiamo è al Rapporto trimestrale sul mercato del gas dell’Agenzia internazionale dell’energia, secondo cui il conflitto ha già determinato la perdita di circa 120 miliardi di metri cubi di GNL tra il 2026 e il 2030, pari a circa il 15% delle forniture globali previste.

Un dato che, secondo l’associazione, conferma come la crisi energetica abbia assunto una dimensione strutturale. Non si tratterebbe quindi di una fiammata temporanea, ma di una tensione destinata a incidere anche nel medio periodo su prezzi e consumi.

Le stime richiamate nel comunicato parlano di un’inflazione di breve periodo compresa tra 1,4% e 1,6%, con una proiezione annua tra 2,3% e 2,7%. Ma il quadro potrebbe peggiorare ulteriormente se le tensioni internazionali dovessero prolungarsi.

Stretto di Hormuz, logistica e rincari lungo tutta la filiera

A pesare è anche la situazione nello Stretto di Hormuz, che sta provocando congestione delle rotte alternative e un incremento dei costi di trasporto. Secondo Codici, i noli sarebbero aumentati fino a 2.500 dollari in più per container, mentre il trasporto su strada avrebbe registrato rincari fino al 10%.

Questi costi, avverte l’associazione, si trasferiscono rapidamente sui prezzi finali dei beni. Le stime parlano di un aumento dei prezzi alimentari compreso tra 0,8% e 1,8%, con un rischio di nuovi rialzi nei mesi estivi soprattutto per ortofrutta, prodotti freschi e filiere refrigerate.

È qui che il problema assume un impatto diretto sulla vita quotidiana: non solo benzina e diesel, ma anche il carrello della spesa rischia di diventare più pesante, in una fase in cui le famiglie stanno già facendo i conti con margini economici ridotti.

Gli scenari possibili da qui all’autunno

Codici richiama poi due scenari distinti. Anche nell’ipotesi, definita oggi poco probabile, di una cessazione immediata delle ostilità, gli effetti economici già prodotti non sparirebbero. In quel caso, il diesel resterebbe comunque tra 1,95 e 2,05 euro al litro, mentre la benzina si collocherebbe tra 1,70 e 1,75 euro al litro. L’inflazione continuerebbe a muoversi tra 1,3% e 1,5%, con una spesa delle famiglie superiore ai livelli pre-crisi di circa 30-45 euro al mese.

Lo scenario ritenuto più realistico da molti osservatori, però, è quello di una prosecuzione della crisi fino all’autunno 2026. In questa ipotesi il quadro diventerebbe decisamente più pesante: diesel stabilmente sopra 2,10-2,25 euro al litro, benzina tra 1,80 e 1,90 euro al litro e inflazione annua tra 2,5% e 3%.

Ma il punto più allarmante è un altro. Codici evidenzia che una parte crescente degli economisti non esclude neppure uno scenario più critico, con un possibile ritorno dell’inflazione verso il 4%-5% nei prossimi mesi.

Famiglie a rischio stangata da oltre 1.650 euro l’anno

È proprio su questo dato che si concentra l’allarme finale dell’associazione. Se l’inflazione dovesse toccare il 5%, una famiglia media italiana, considerando la spesa mensile Istat pari a 2.755 euro, rischierebbe un aggravio di circa 138 euro al mese, vale a dire oltre 1.650 euro l’anno.

Per Codici si tratterebbe di una nuova stangata sul potere d’acquisto, destinata a colpire soprattutto i nuclei già esposti ai rincari di carburanti, energia, logistica e beni alimentari. Un aumento che, partendo dalla guerra e dalle tensioni globali, finirebbe per incidere direttamente sulla vita quotidiana, sui consumi e sulla capacità delle famiglie di sostenere spese ormai sempre più alte.