È morto ieri a 52 anni, Federico Frusciante. È con enorme dolore e immenso dispiacere che comunichiamo la scomparsa prematura di Federico, occorsa nella giornata odierna”, si legge sui suoi profili social ufficiali. Una comunicazione asciutta, che ha immediatamente attivato una reazione corale: centinaia di messaggi, ricordi, ringraziamenti. Per molti, guardare e discutere di cinema non sarà più la stessa cosa.

Nato il 28 agosto 1973 a Pontedera, in provincia di Pisa, Frusciante era cresciuto e si era formato a Livorno, città alla quale è rimasto professionalmente e culturalmente legato. A soli 25 anni aveva aperto una videoteca destinata a diventare un presidio culturale: inizialmente affiliata a un franchising, poi ribattezzata “Videodrome”, omaggio diretto al film di David Cronenberg. Non un semplice negozio, ma un luogo di incontro, discussione, formazione informale per generazioni di cinefili.

“Videodrome” ha attraversato tutte le trasformazioni del mercato audiovisivo: l’epoca d’oro del noleggio, l’arrivo delle grandi catene, il crollo dovuto allo streaming illegale, la rivoluzione delle piattaforme digitali. Ha resistito per 23 anni, fino alla chiusura nel 2022. In quel percorso c’è già la traiettoria di Frusciante: non inseguire la moda, ma difendere un’idea di cinema come esperienza condivisa, fisica, argomentata.

Con la progressiva crisi delle videoteche, Frusciante non ha abbandonato il campo. Ha semplicemente cambiato spazio. È approdato su YouTube, dove il canale “Federico Frusciante” ha raccolto quasi 120 mila iscritti. Le sue recensioni – spesso dirette, prive di diplomazie, lontane dal linguaggio neutro della critica accademica – hanno intercettato un pubblico trasversale. Alcuni video hanno superato le 300 mila visualizzazioni. Su Instagram contava oltre 55 mila follower.

Il suo tratto distintivo era la capacità di accendere interesse su opere considerate marginali. Cinema indipendente, produzioni di nicchia, film dimenticati o sottovalutati. Il web ha amplificato questa funzione di filtro e di rilancio: Frusciante riusciva a spostare l’attenzione, a creare curiosità attorno a titoli che altrimenti sarebbero rimasti confinati in circuiti ristretti. Non si limitava a recensire: costruiva contesto, genealogie, rimandi.

Non era soltanto un critico. Musicista post-punk, attore e compositore, aveva collaborato con riviste specializzate come FilmTv e Nocturno, intervistando registi come George A. Romero e Dario Argento. Era stato invitato a tenere lezioni universitarie fuori dagli schemi e aveva partecipato come giurato a festival internazionali. Nel dibattito cinematografico italiano rappresentava una voce libera, talvolta divisiva, spesso controcorrente.

Nell’ultimo anno faceva parte dei “Criticoni”, progetto condiviso con Davide Marra, Francesco Alò e Mattia Ferrari. Un format portato nei teatri e nei cinema di tutta Italia, con incontri sulle nuove uscite affrontati senza filtri e senza linguaggi promozionali. Era un’estensione naturale del suo lavoro online: riportare il confronto critico in uno spazio fisico, davanti a un pubblico.

Tra i progetti rimasti incompiuti, quello di una Casa del Cinema a Livorno. Un’idea evocata più volte come spazio stabile di diffusione culturale, laboratorio permanente di visione e discussione. Un ritorno, in forma evoluta, alla funzione originaria di “Videodrome”.

Il messaggio pubblicato sui social indica anche le modalità per l’ultimo saluto: la salma sarà alla camera mortuaria del Cimitero dei Lupi di Livorno dalle ore 15 di lunedì 16 febbraio fino a martedì 17 febbraio alle ore 12. Un dettaglio pratico che ha dato concretezza a una notizia ancora difficile da metabolizzare per la sua comunità.

Tra i ricordi più condivisi, quello di Davide Marra: “Amavi solo la tua Eleonora più del cinema. Guardare film non sarà più lo stesso senza di te”. È una frase che sintetizza due elementi centrali della figura di Frusciante: la passione assoluta per la settima arte e la dimensione personale, privata, che non ha mai trasformato in spettacolo.

Federico Frusciante lascia un vuoto in un ecosistema mediatico spesso appiattito su logiche promozionali o algoritmiche. Aveva trasformato l’esperienza del videotecaro in una piattaforma culturale diffusa, capace di attraversare analogico e digitale senza perdere coerenza. La sua morte chiude una traiettoria che ha accompagnato la transizione del cinema dalla sala fisica allo schermo domestico, dalla videocassetta allo streaming.

Resta una comunità di spettatori che ha imparato a discutere, dissentire, approfondire. E resta un archivio di analisi, recensioni e interventi che continueranno a circolare. In un tempo in cui la critica è spesso compressa in slogan o punteggi, Frusciante aveva scelto la strada più complessa: esporsi, argomentare, prendere posizione.