«Voglio vivere e disegnare fino a diventare completamente bianco, proprio come Joe.» Tetsuya Chiba lo diceva nelle interviste che voleva consumarsi come il suo personaggio più celebre. Perché il sacrificio ti eleva verso un piano spirituale in cui il dolore si trasforma in appagamento e dà un senso a tutto.

È il 1968 quando in Giappone compare per la prima volta un ragazzo con il sacco in spalla, la città alle spalle e nessun futuro davanti. Si chiama Joe Yabuki ed è il protagonista di Ashita no Joe, Joe del domani, il manga che in Italia conosceremo come Rocky Joe. Ai testi Asao Takamori, alias Ikki Kajiwara, maestro dello spokon; alle matite Tetsuya Chiba, disegnatore in ascesa che con Joe finirà per condividere molto più di una storia.

Lo storico mangaka è scomparso il 22 ottobre scorso all’età di 87 anni, lasciando in eredità un capolavoro che travalica i confini del genere fumettistico ed entra nella grande narrativa classica. Il manga Ashita no Joe dipinse a crudo la società giapponese della fine degli anni Sessanta. La Seconda guerra mondiale aveva lasciato un Giappone ferito e zoppo. La ricostruzione e poi il boom economico imposero ritmi di lavoro durissimi e una rigorosissima disciplina che aveva come scopo aumentare la produzione interna. Il Paese voleva dimostrare di essere piegato, sì, ma non spezzato, pronto a tornare grande. La promessa era quella di un benessere futuro in cambio di lacrime e sangue versati nel presente. La crescita, però, non cancellò disuguaglianze e non migliorò le condizioni di chi viveva ammassato nelle periferie delle grandi città. Le zone ai bordi delle grandi luci rimasero terra di nessuno. Il Giappone era in realtà un Paese di orfani. Bambini senza genitori, famiglie spezzate dalla guerra, dalla povertà, dalle malattie e dalla mancanza di cure che faticava a rialzarsi.

Ecco perché in molti si riconobbero nel personaggio di Joe Yabuki, il pugile, il ragazzo con la stoffa del campione che aveva tentato il riscatto, inseguito la vittoria, anche se le sue origini erano modeste, anche se la vita sembrava non avergli dato la mano di carte giusta per battere il banco.

L’incontro tra Chiba e Kajiwara

La storia del manga, poi diventato un celebre anime, e quella dei suoi autori si intrecciano in modo quasi fatale. Per capire chi è Tetsuya Chiba bisogna fare un passo indietro.

L’11 gennaio 1939, a Tsukiji, Tokyo, nasce il mangaka destinato a diventare uno degli artisti più importanti del Giappone. Pochi mesi dopo la famiglia si trasferisce prima nella penisola coreana e poi, nel 1941, a Mukden, l’attuale Shenyang, nella Manciuria occupata dal Giappone.

Sono anni terribili. La sua sarà un’infanzia marchiata dalla guerra, dalla fame, dalla povertà estrema, dalla paura, specie dopo la resa del Giappone. Eppure, tra quella polvere, Chiba scorge anche dei sorrisi. Nel quartiere in cui cresce le persone si sforzano di aiutarsi a vicenda, sono gentili, amorevoli. La vita è terribilmente dura, ma qualcosa di buono continua a brillare nel fango.

La famiglia Chiba riesce a rientrare in Giappone nel 1946 in modo rocambolesco. Per distrarre i suoi fratelli Tetsuya comincia a disegnare, ed è una cosa che gli riesce così bene che nel 1950 entra a far parte di un piccolo circolo, il “Manga Club”, creato da un suo amico.

Chiba mostra un talento fuori dal comune e a 17 anni, nel 1956, debutta professionalmente nel circuito dei manga a noleggio. Poco dopo comincia a lavorare anche per le riviste shōjo, destinate principalmente a un pubblico femminile. In qualche modo, la sensibilità che si trovò ad affinare in quegli anni lo rese capace di descrivere i suoi personaggi con una profondità emotiva fuori dal comune.

Nel 1961 debutta su un settimanale per ragazzi con Chikai no Makyū (La sfera magica del giuramento), un manga dedicato al baseball che diventerà molto popolare e che farà da apripista a un’altra celebre opera sportiva, Kyojin no Hoshi, nota in Italia come Tommy, la stella dei Giants, firmata proprio da quell’Asao Takamori che in qualche modo cambierà il suo destino.

Chiba non è interessato soltanto al disegno dei personaggi, ma pone l’accento sullo sforzo, sulla pressione, sul combattimento, sul sacrificio legato alla disciplina sportiva che ha lo stesso trasporto con cui i samurai si accostano alla spada. Non è solo sport quello che traccia: è un’ossessione che si consuma in una fiammata, riducendo chi la vive fino in fondo in polvere bianca.

L’idea della boxe

Mentre era al lavoro sulle tavole di Harris no Kaze, Chiba aveva disegnato alcune sequenze di boxe e si era persuaso che quello sport avesse un potenziale narrativo enorme. Cominciò così ad abbozzare ambienti e a tirare giù personaggi, per vedere cosa ne potesse uscire di buono.

La casa editrice Kōdansha era da tempo alla ricerca di una nuova storia da lanciare sul mercato e propose a Chiba di collaborare con Asao Takamori, alias Ikki Kajiwara, celebre e sulfureo autore di manga. Chiba disse no. Conosceva la fama di testa calda di Takamori e sapeva che difficilmente gli avrebbe concesso grandi margini di manovra sulla storia che voleva raccontare.

«Perché – si domandò – dovrei prendere il soggetto di un altro se ho già impostato il mio?».

Teruo Miyahara, cocciuto editor di Weekly Shōnen Magazine della Kōdansha, non si arrese e organizzò un incontro fra i due. Era convinto che, alla fine, avrebbero raggiunto un’intesa.

L’appuntamento avvenne a Ikebukuro, in un bar sotterraneo. Chiba non si aspettava altro che una chiacchierata informale e senza impegno, ma Kajiwara, invece, credeva di essere lì per formalizzare un accordo già chiuso.

Kajiwara vide Chiba, gli andò incontro con il suo sguardo affilato e lo salutò dicendo:

traduzione «Yoroshiku!».

Conto su di te.

Come fosse cosa fatta.

Chiba non riuscì neanche a replicare. Era confuso. Lavorare? Non era solo un incontro amichevole quello? Cosa stava succedendo? Nonostante si sentisse stralunato, non si oppose alla corrente che lo stava trascinando verso una direzione ignota. E così lo assecondò. I due si sedettero e lì, a quel tavolo, nacque Joe del domani.

Un rapporto turbolento

Il rapporto artistico tra i due fu quasi sempre un mare in tempesta. Chiba, in qualche intervista, per descrivere i loro contrasti definì lui e Takamori “acqua e olio”. Kajiwara era un autore straripante, viscerale, geloso delle proprie idee, restio a cedere il passo; Chiba era più riflessivo, pacato, attento al lato più umano dei personaggi.

Fu proprio da questa miscela di anime all’apparenza immiscibili, ma straordinariamente complementari, che nacque un personaggio capace di entrare talmente a fondo nell’immaginario di un Paese da essere evocato perfino dai membri dell’Armata Rossa giapponese durante il dirottamento di un aereo.

La prima disobbedienza

La grande frizione tra i due autori riguardò proprio la prima scena del manga. La versione scritta da Kajiwara prevedeva un’apertura molto diretta. Doveva vedersi subito il ring, su questo l’autore era stato perentorio. L’azione sarebbe entrata a gamba tesa per avvinghiare il lettore e trascinarlo con violenza nella storia.

Ma Chiba non era convinto. Lui pensava che per capire Joe occorreva mostrare da dove veniva quel ragazzo con il sacco in spalla e il soprabito consunto. Quel “domani” racchiuso nel titolo era il futuro che Joe doveva ancora imparare a raggiungere partendo dalla polvere.

Così Chiba disegnò il primo episodio trasgredendo completamente le indicazioni della sceneggiatura di Kajiwara. Il manga si aprì su una veduta dei bassifondi, quegli stessi bassifondi che Chiba aveva conosciuto durante la propria infanzia. 

Per essere preciso nel disegno si documentò frequentando l’area di San’ya, a Tokyo, uno dei quartieri più poveri della città. Cercò perfino di entrare in un dormitorio, ma le sue mani, troppo curate, lo tradirono.

Quando Kajiwara aprì il primo numero del manga andò su tutte le furie. Chiba aveva osato disobbedire alle sue indicazioni senza neanche avvertirlo. C’era quasi da aspettarsi che sarebbe finita a botte.

E invece l’autore si calmò davanti alle placide motivazioni di Chiba: tu sei l’autore della storia – gli disse - e mi fornisci ingredienti eccellenti, ma chi realizza il manga deve “cucinarli”, dosarli, cambiare eventualmente l’ordine e renderli leggibili e vivi sulla pagina.

Aveva pienamente senso.

In qualche modo Kajiwara, l’inavvicinabile, colui che faceva paura a colleghi ed editori, riconobbe che il lavoro di Chiba non poteva essere quello di un semplice esecutore.

Tuttavia quei contrasti continuarono fino alla fine del manga e resero la storia incredibilmente potente e umana.

Storia di un’ossessione

La serie cominciò alla fine del 1967 e proseguì fino al 1973. Il manga era diventato una tale ossessione per i suoi lettori, che quando morì lo storico avversario di Joe, Rikiishi, il poeta e regista teatrale Shūji Terayama organizzò un vero funerale. Quel giorno Chiba pensò di non andare. Gli sembrava un appuntamento quasi goliardico, preferiva riposare. Ma Kajiwara si presentò a casa sua vestito di nero per trascinarlo alla cerimonia. Arrivati alla Kōdansha trovarono lì centinaia di persone in lacrime. C’era un ring, un monaco recitò preghiere, i lettori portarono incenso e fiori. Chiba raccontò che in quel momento capì che i lettori non consideravano quei personaggi semplici figure tracciate sulla carta. C’era dell’amore. 

Da allora, disse, sentì di non potersi più permettere di disegnare “alla leggera”.

La malattia di Chiba e il finale di Joe 

Mentre la storia cavalcava a grandi passi verso il finale, il rapporto tra Chiba e il suo personaggio era diventato talmente morboso e carnale che il mangaka finì per ammalarsi a causa della fatica. Un’ulcera duodenale lo costrinse a un lungo periodo di ricovero.

Questo lo portò a riflettere su sé stesso e sul proprio lavoro. Si chiese se valesse davvero la pena stare così male per un manga. Ed è una riflessione che entrò nella storia, nel celebre dialogo tra Noriko e Joe. la giovane, mentre è a passeggio con Joe gli chiede perché vuole sacrificare tutto per la boxe, perché non desideri invece vivere come gli altri ragazzi, divertirsi, innamorarsi, condurre una vita più semplice e spensierata.

In realtà era Chiba che interrogava sé stesso. 

Joe risponde a Noriko che preferisce bruciare intensamente, consumare tutto ciò che ha dentro, piuttosto che vivere in modo tiepido. Quando la fiamma ha bruciato tutto, non resta che cenere.

Cenere bianca. 

E proprio quando arrivò il momento di trovare l’immagine conclusiva, quella vecchia conversazione tra Joe e Noriko tornò improvvisamente a galla.

Fu il giovane editor Masahiro Yoshida, rileggendo l’intera opera alla ricerca del cuore della storia, a richiamare l’attenzione di Chiba proprio su quel dialogo. Gli indicò quelle parole pronunciate da Joe molto tempo prima: la fiamma che brucia completamente, fino a lasciare soltanto cenere bianca.

Chiba capì che il finale era già stato scritto anni prima, senza che nessuno se ne fosse accorto.

Sul gran finale lui e Kajiwara tornarono ancora una volta a confrontarsi. Chiba non era convinto della conclusione inizialmente immaginata dallo sceneggiatore e decise di seguire una strada diversa.

E regalò al manga un epilogo straziante e poetico in cui Joe brilla come una supernova per l’ultima volta. Potenza pura.

Alla fine della serie Chiba stesso disse di sentirsi bruciato, svuotato. Aveva vissuto per anni con Joe e adesso sembrava tutto buio. Finito. Consumato.

Dopo Joe, però, Chiba continuò a lavorare su altri manga sportivi. Il ring di Joe, il dohyō di Matsutaro, il campo da golf: erano tutti modi diversi di osservare un essere umano pronto a dare tutto per una passione.

Negli anni successivi divenne anche una figura istituzionale centrale del manga giapponese. Insegnò alla Bunsei University of Art, ne fu anche rettore e lavorò nella Japan Cartoonists Association, ricoprendo ruoli di primo piano e occupandosi della tutela degli autori e della trasmissione del mestiere alle nuove generazioni. Negli ultimi anni tornò anche all’autobiografia con Hinemosu Notari Nikki, una sorta di diario illustrato nel quale raccontò la propria infanzia, la Manciuria, la guerra, il dopoguerra, il mestiere di mangaka e gli amici scomparsi.

Nel 2002 ricevette la Medaglia con Nastro Viola, nel 2012 l’Ordine del Sol Levante, nel 2014 venne nominato Persona di Merito Culturale, nel 2022 entrò nella Japan Art Academy. Nel 2024 ricevette il Kikuchi Kan Prize e soprattutto l’Ordine della Cultura, uno dei massimi riconoscimenti dello Stato giapponese.

Il rapporto con Joe, però, non finì mai veramente.

Anche decenni dopo Chiba continuava a parlarne come di una persona che aveva conosciuto, non come di un personaggio che aveva inventato. In un’intervista disse che avrebbe voluto vivere come Joe: consumare completamente il tempo che gli era stato dato, «fino a diventare bianco». E quando qualcuno gli chiedeva se Joe fosse morto su quel ring, lui alzava le spalle.

Non importava se fosse morto, importava che avesse bruciato tutto. E che, finalmente, fosse in pace.