La scossa è partita da Roma, ma rischia di produrre i suoi effetti più profondi in Calabria. Forza Italia entra in una fase nuova: Antonio Tajani, almeno per ora, resta alla guida del partito, ma il messaggio arrivato dall’area Berlusconi è chiarissimo. Marina Berlusconi sostiene il rinnovamento della classe dirigente, difende Tajani ma al tempo stesso chiede un’apertura più ampia, più moderna, più competitiva. In questo quadro, il cambio al Senato dopo l’uscita di Maurizio Gasparri dal ruolo di capogruppo non è un dettaglio organizzativo: è il segnale che il partito si sta muovendo davvero.

Il punto politico è che Forza Italia non sta vivendo una crisi terminale, ma una transizione di potere. Tajani resta il garante della continuità berlusconiana, però la pressione per «facce nuove, idee nuove e programma rinnovato» si sta traducendo in una selezione della futura classe dirigente. In altre parole: il vertice regge, ma il corpo del partito sta cambiando. Ed è proprio in questa faglia che i leader territoriali più forti possono conquistare spazio, influenza e futuro.

Tra questi, il nome che oggi pesa di più in Calabria è quello di Francesco Cannizzaro. La sua candidatura a sindaco di Reggio Calabria non è un episodio locale, ma una mossa strategica di primo livello. È stato indicato come candidato del centrodestra, di concerto con il tavolo nazionale, e lui stesso ha annunciato una pausa dai lavori parlamentari per dedicarsi anima e corpo alla corsa su Reggio, ciò lui stesso definisce «un atto d’amore per la sua città». Quando un dirigente nazionale lascia temporaneamente Montecitorio per tornare sul territorio e giocarsi la partita simbolicamente più importante della Calabria meridionale, sta dicendo due cose: che sente il vento dalla sua parte e che considera la città dello Stretto il trampolino di una nuova fase politica.

Cannizzaro oggi appare, politicamente, come l’astro nascente del centrodestra calabrese perché tiene insieme tre livelli che raramente coincidono nella stessa figura: il rapporto con Roma, il controllo del partito sul territorio e la capacità di trasformare una candidatura amministrativa in un’investitura politica generale. Se vince a Reggio Calabria, non conquista solo Palazzo San Giorgio: mette le mani sulla città simbolo del Sud calabrese e diventa il perno di un asse che può ridisegnare i rapporti di forza regionali dentro Forza Italia e dentro l’intera coalizione.

Ed è qui che si apre il capitolo più delicato: il logoramento della centralità di Roberto Occhiuto. Va detto con precisione: parlare oggi di “declino” in senso definitivo sarebbe eccessivo, perché Occhiuto resta presidente della Regione, vicepresidente nazionale di Forza Italia e figura con un peso ancora rilevantissimo nel partito. Però i fatti delle ultime settimane raccontano un leader meno espansivo, meno dominante, più esposto. Dopo il referendum sulla giustizia, che ha segnato una battuta d’arresto pesante per la maggioranza nazionale, si è aperta una fase di tensione anche nel campo azzurro; e in Calabria diversi osservatori stanno leggendo questo passaggio come l’inizio di una stagione meno trionfale rispetto a quella del primo Occhiuto.

Il vero problema, per Occhiuto, non è soltanto l’usura fisiologica del potere. È il fatto che il secondo mandato non ha ancora prodotto uno slancio politico riconoscibile. La giunta, per come oggi è formalmente composta, esiste ed è pienamente operativa, con Filippo Mancuso vicepresidente e Gianluca Gallo assessore, ma non ha ancora espresso una narrazione forte, una cifra politica nuova, un’accelerazione capace di far percepire l’inizio di una stagione diversa. In politica, soprattutto dopo una rielezione, il rischio peggiore non è l’attacco dell’avversario: è l’impressione di stanchezza.

Questo spiega perché l’allargamento della giunta regionale sia diventato molto più di un dossier tecnico. La modifica dello Statuto della Regione Calabria è stata promulgata definitivamente e consente di portare il numero degli assessori fino a nove, oltre a reintrodurre i sottosegretari. Già a gennaio il tema era stato indicato come il primo vero dossier politico del 2026, con due nuove caselle da assegnare nella maggioranza. È il classico passaggio in cui non si distribuiscono soltanto deleghe: si ridefiniscono i rapporti di forza.

Sui nomi che circolano adesso bisogna però essere rigorosi. È confermato che l’allargamento della giunta è reso possibile dalla nuova cornice statutaria. Non risulta invece confermato, allo stato, da fonti ufficiali, che Filippo Mancuso stia per essere sostituito da Gianluca Gallo come vicepresidente o che Roberto Occhiuto sia già destinato a un nuovo incarico decisivo a Roma. Oggi, sul sito ufficiale della Regione, Mancuso risulta ancora vicepresidente della giunta. Dunque questi scenari possono essere letti come ipotesi politiche o indiscrezioni, non come fatti acquisiti.

Ma proprio come ipotesi, quei movimenti raccontano molto. Se davvero la giunta dovesse essere ritoccata in profondità, con un nuovo ingresso della Lega e con un riequilibrio interno tra i partiti della maggioranza, significherebbe che Occhiuto sta cercando di rafforzare la tenuta del centrodestra attraverso una redistribuzione di potere. È la classica operazione che si fa quando si vuole blindare la coalizione prima di una fase più incerta, o quando si prepara una possibile transizione verso assetti diversi.

E qui emerge il nodo politico più interessante: il futuro del centrodestra in Calabria potrebbe dipendere meno dall’unità formale della coalizione e molto di più da chi ne guiderà davvero il baricentro. Fino a ieri il perno era Occhiuto. Oggi il quadro sembra più mobile. Fratelli d’Italia osserva, la Lega punta a rafforzare la propria rappresentanza, Noi Moderati cerca spazi, ma è Forza Italia che resta la cabina di regia decisiva. Solo che dentro Forza Italia il baricentro non è più immobile: Tajani tutela l’assetto nazionale, Marina Berlusconi chiede ricambio, Occhiuto difende il suo peso, Cannizzaro avanza sul terreno.

Per questo la formula più corretta, oggi, non è “crollo degli Occhiuto”, ma inizio di una redistribuzione della leadership. Roberto Occhiuto non è finito; però non è più l’unico sole del sistema. Se il primo mandato era stato quello dell’ascesa, della presa del potere e della verticalizzazione delle scelte, questo secondo mandato rischia di essere quello della dispersione del consenso, delle mediazioni più faticose e della riduzione dell’aura. È qui che l’immagine di un Occhiuto «spento» trova una sua base politica: non tanto nella sconfitta, quanto nella perdita di centralità assoluta.

Che cosa può accadere allora? Lo scenario più probabile è questo: nel breve periodo Occhiuto proverà a consolidare la maggioranza con l’allargamento della giunta e con un nuovo assetto interno, cercando di tornare regista pieno del centrodestra calabrese. Ma se Cannizzaro dovesse imporsi a Reggio Calabria, la Calabria azzurra conoscerebbe una diarchia di fatto: Occhiuto forte in Cittadella e nei rapporti nazionali, Cannizzaro fortissimo sul territorio reggino e nella filiera politico-istituzionale dello Stretto, ed è qui che si gioca la partita della realizzazione del Ponte. E quando in politica si crea una diarchia, prima o poi si apre la partita vera per il primato.

Esiste poi uno scenario ancora più dirompente, che però va rubricato come possibilità politica e non come fatto già in corso: se Occhiuto dovesse davvero ricevere o cercare un ruolo più pesante a Roma, allora l’intero sistema calabrese entrerebbe in una fase di successione anticipata. In quel caso, ogni nomina regionale, ogni delega, ogni equilibrio in Consiglio e perfino la partita di Reggio Calabria assumerebbero il valore di una pre-selezione del dopo-Occhiuto. E Cannizzaro, con il Comune di Reggio in mano, partirebbe da una posizione di forza formidabile.

In definitiva, il futuro di Forza Italia e del centrodestra calabrese si gioca su una domanda sola: chi interpreterà il rinnovamento senza rompere il sistema di potere costruito fin qui? Tajani, per ora, tutela l’unità nazionale. Marina Berlusconi accende il tema del ricambio. Occhiuto resta il capo più strutturato, ma meno incontrastato. Cannizzaro è l’uomo in ascesa, quello che può trasformare un’elezione comunale in una investitura senza confini. La Calabria azzurra, insomma, non è alla fine di un ciclo: è all’inizio di una lotta per decidere chi guiderà il prossimo.

Il futuro nazionale di Forza Italia: partito pivot o componente ancillare del centrodestra?

A livello nazionale, il futuro di Forza Italia si gioca su una domanda che la scienza politica considera decisiva per la sopravvivenza dei partiti post-carismatici: dopo la scomparsa del fondatore, un partito riesce a trasformarsi in organizzazione autonoma o scivola in una funzione subordinata dentro una coalizione più forte? Nel caso azzurro, la risposta non è ancora definitiva. Antonio Tajani resta formalmente saldo: è stato eletto segretario nazionale al congresso del febbraio 2024 e continua a guidare un partito che conserva peso di governo e collocazione europea, anche attraverso il radicamento nel PPE.

Il punto, però, non è più la tenuta della leadership, ma la funzione sistemica del partito. In questa fase Forza Italia non appare come il baricentro del centrodestra, bensì come la sua componente moderata, istituzionale, rassicurante per gli interlocutori europei e per i ceti produttivi. È un ruolo importante, ma non sufficiente a fare di un partito il motore della coalizione. In termini di teoria delle coalizioni, Forza Italia rischia di diventare un partito pivot senza egemonia: utile a tenere insieme il sistema, ma non abbastanza forte da imporre agenda, linguaggio e classe dirigente. Questa lettura è resa più concreta sia dalla spinta interna al rinnovamento evocata da Marina e Pier Silvio Berlusconi, sia dalle fibrillazioni emerse dopo il referendum sulla giustizia.

Ed è proprio qui che si apre il vero bivio. La famiglia Berlusconi, pur senza mettere in discussione nell’immediato Tajani, ha fatto capire che il solo presidio dell’esistente non basta più: servono «facce nuove», una classe dirigente più aperta e un’identità aggiornata. È il segnale che Forza Italia, se vuole restare nazionale e non solo governativa, deve uscire dalla conservazione notarile del berlusconismo e diventare finalmente un partito liberal-conservatore strutturato, capace di vivere anche senza il suo mito fondativo. Altrimenti il rischio non è il crollo improvviso, ma un lento assorbimento funzionale dentro un centrodestra a trazione meloniana.

La sconfitta del referendum sulla giustizia ha accelerato questo processo. Quel voto non è stato solo una battuta d’arresto per il governo Meloni; per Forza Italia è stato anche il fallimento di un terreno storicamente identitario, perché la giustizia è stata per decenni uno dei grandi codici simbolici del berlusconismo. Il No ha vinto con circa il 54% e l’affluenza è salita vicino al 59%, trasformando la consultazione in uno scontro apertamente politico. Dentro Forza Italia, secondo il Corriere, il risultato ha aperto una riflessione severa sulla linea, sulla campagna e sul rapporto con i territori. Quando un partito perde presa persino sul proprio lessico storico, significa che il problema non è tattico: è strategico.

I primi dati demoscopici successivi al referendum aggravano il quadro: la Supermedia YouTrend/Agi del 26 marzo registra un arretramento del centrodestra nel suo complesso e colloca Forza Italia dentro una coalizione che non appare più intoccabile. Questo non significa che il partito sia vicino all’irrilevanza, ma conferma che la rendita di posizione non basta. Se Forza Italia non approfitta delle difficoltà della maggioranza per allargare il proprio spazio, allora finisce per certificare la propria natura di forza complementare, non competitiva.

Perciò, in chiave nazionale, il futuro di Forza Italia si può riassumere così: o riesce a trasformarsi nel grande partito moderato europeo del centrodestra italiano, con una nuova filiera dirigente e una distinta cultura politica, oppure resterà un partito di garanzia, destinato a contare nei governi ma sempre meno nel conflitto per la leadership. Tajani oggi garantisce la continuità; il problema è capire chi costruirà la contendibilità. Perché i partiti non scompaiono quando perdono un leader: scompaiono quando non riescono più a spiegare perché servono. E oggi Forza Italia, a livello nazionale, è esattamente davanti a questa prova.