Quando la politica perde la sua umanità, non è più politica, ma diventa aberrazione. La vicenda tragica dei lavoratori dati alle fiamme in un’auto presso un distributore di benzina ad Amendolara ha prodotto reazioni differenti nella gente e nelle forze politiche. I commenti più diffusi, anche da parte di organi di stampa, si riferiscono ad un regolamento di conti nell’ambito di soggetti estranei alla comunità nazionale, perché provenienti da processi migratori.

Cioè una catalogazione etnica che pulisce e solleva la coscienza e che fa passare in secondo piano l’orrore dell’accaduto. Non ci riguarda, è una cosa fra di loro. Un Generale arriva a dire “se importi terzo mondo, ti trasformi in terzo mondo: remigrazione” Nulla sul fatto che si trattava di uomini che avevano sperato di trovare in un Paese con più opportunità, rispetto a quello di provenienza, una possibilità di riscatto, una speranza di futuro, una ricerca di tranquillità economica.

Lo sfruttamento del lavoro dei migranti è ormai una costante e non può essere liquidato con formule stantie che relegano il problema soltanto al lavoro agricolo, come i fatti di Milano sulla costruzione del consolato americano dimostrano, ma va affrontato con azioni di controllo, repressione delle illegalità e attivazione di politiche di integrazione. Questi ragazzi sono morti perché chiedevano di essere pagati per il loro lavoro. Come è possibile pensare che i connazionali degli uccisi, arrestati per l’omicidio, possano aver agito nell’ambito del reclutamento di braccianti agricoli senza coperture e connivenze?

I datori di lavoro avevano rispettato le norme sull’assunzione stagionale e versato i relativi contributi? Come è possibile che gli operai morti chiedessero ai loro “caporali” di essere pagati e non al datore di lavoro? A queste domande, legittime, spero possano rispondere gli inquirenti, ma resta il dato politico: la Legge 197 sul contrasto al lavoro nero ha già dieci anni di vita, e una proposta integrativa di legge regionale, giace da oltre due anni in commissione agricoltura del Consiglio Regionale della Calabria. Oltre ai proclami di circostanza, anche della Presidente del Consiglio, servono risposte concrete.

Gli organici degli Ispettorati del Lavoro sono ridotti al lumicino e lo stesso vale per le forze dell’ordine. Ma sopra ogni cosa serve che si riacquisti un senso di umanità, di solidarietà e di accoglienza che combatta, senza quartiere, quanti utilizzano tali circostanze per alimentare paure verso il diverso e lo straniero. Il Partito Democratico della Calabria deve farsi parte attiva nel promuovere azioni di informazione e formazione negli ambiti in cui il lavoro nero si sviluppa e deve sollecitare, con forza, il ritorno ad una politica umana che metta al centro della sua azione la dignità della persona.
*Bruno Maiolo - Direzione Regionale Partito Democratico della Calabria