Professore associato e chirurgo a Cosenza, il medico racconta il valore dell’integrazione tra università e ospedale. Tra robot chirurgici e ricerca internazionale, la sua visione punta a cure migliori e più vicine alle persone
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Francesco Pata, classe 1980, è professore associato di Chirurgia Generale all’Università della Calabria e dirigente medico all’Azienda ospedaliera di Cosenza. Formatosi con il massimo dei voti all’Università Magna Graecia di Catanzaro, ha maturato una solida esperienza internazionale tra Regno Unito, Spagna e Nord Italia, specializzandosi nella chirurgia mini-invasiva, nelle nuove tecnologie e nella robotica. Dottore di ricerca alla Sapienza di Roma e master in Biostatistica all’Università di Padova, è membro dell’American College of Surgeons e unisce da oltre quindici anni un’intensa attività clinica a una produzione scientifica di rilievo internazionale. Coordinatore di importanti progetti di ricerca, tra cui lo studio globale sulla mortalità chirurgica nei pazienti Covid-19 pubblicato su The Lancet, è autore di oltre 300 pubblicazioni ed è stato inserito nel 2025 tra il 2% degli scienziati più influenti al mondo secondo l’Università di Stanford.
Professore, cosa significa oggi integrare Università e ospedale per la qualità delle cure?
Ogni cinque anni le conoscenze mediche raddoppiano, portando con sé nuove tecnologie e nuovi trattamenti. L’integrazione dell’Università all’interno dell’Ospedale consente di governare questa crescita esponenziale delle informazioni, traducendola in percorsi di cura appropriati e valutandone criticamente il reale impatto sulla pratica clinica. In questo modo, l’ospedale da soggetto passivo diventa un attore consapevole, capace di comprendere, selezionare e adottare le innovazioni realmente necessarie, tenendo conto anche dei costi diretti e indiretti.
Un ospedale universitario può ottenere molto di più.
Un ospedale universitario è in grado di attrarre investimenti per la ricerca, formare nuovi specialisti e diffondere conoscenze aggiornate anche negli ospedali periferici, generando un effetto positivo sull’intero territorio e riducendo le disuguaglianze assistenziali.
Numerosi studi presenti in letteratura dimostrano infine che gli ospedali universitari, non solo per le patologie più comuni, ma soprattutto nella gestione dei pazienti fragili e anziani, ottengono risultati migliori in termini di qualità delle cure e degli esiti clinici.
L’arrivo dei robot chirurgici a Cosenza è una svolta storica: cosa cambia davvero per i pazienti?
Il robot chirurgico, che è sempre controllato dal chirurgo e non rappresenta un sistema completamente automatizzato (come talvolta si crede erroneamente)consente di eseguire interventi all’interno del corpo del paziente attraverso microincisioni. Grazie alla visione tridimensionale ad alta definizione, all’ingrandimento dell’immagine e alla possibilità di articolare gli strumenti su tutti i piani dello spazio, l’atto chirurgico avviene con elevatissima precisione e riproducibilità. Grazie al minore impatto sull’organismo e a delle cicatrici più piccole, il paziente ha meno dolore e si riprende più rapidamente, riducendo i tempi di ricovero e tornando più rapidamente alla sua quotidianità.
È tuttavia fondamentale sottolineare che ogni paziente è diverso e che la chirurgia robotica non è indicata per tutti gli interventi. Le tecniche tradizionali e la laparoscopia restano opzioni valide e spesso complementari, da scegliere in base alle caratteristiche cliniche del singolo caso.
L’Azienda Ospedaliera di Cosenza è dotata di un sistema robotico di ultima generazione dal 2023. Dal 15 dicembre 2025 è inoltre disponibile un secondo robot, che consente l’esecuzione di specifici interventi attraverso un’unica incisione, grazie all’introduzione dei quattro bracci robotici da un solo accesso. Questo importante potenziamento tecnologico è stato possibile grazie al supporto economico e logistico dell’Università della Calabria.
La chirurgia robotica e l’intelligenza artificiale sono il futuro. Ma sono già il presente?
Assolutamente sì. L’impiego dei sistemi robotici è oggi una realtà consolidata nella pratica chirurgica, con una storia di oltre vent’anni. Parallelamente, numerosi strumenti già in uso negli ospedali e sul territorio — dalle apparecchiature radiologiche ai sistemi di telemedicina — integrano soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Queste tecnologie supportano il medico, consentendo di individuare con maggiore rapidità e precisione reperti che potrebbero altrimenti sfuggire all’osservazione.
In ambito di ricerca, l’intelligenza artificiale permette inoltre di analizzare in tempi estremamente ridotti enormi quantità di dati, i cosiddetti Big Data, generando nuove ipotesi e fornendo indicazioni utili allo sviluppo di farmaci e terapie innovative, con una significativa riduzione di tempi e costi rispetto al passato.
Quanto è stata importante l’esperienza all’estero nella sua formazione?
Un uomo è il risultato delle proprie esperienze. Vivere e lavorare all’estero, nel Regno Unito e in Spagna, oltre al valore umano e culturale dell’apprendimento di due lingue, mi ha permesso di acquisire tecniche e pratiche differenti, che ho poi potuto applicare una volta rientrato in Italia.
Ho avuto inoltre l’opportunità di eseguire interventi che, in molti ospedali del nostro Paese, erano ancora considerati — per un retaggio del passato — prerogativa esclusiva dei chirurghi più anziani, mentre all’estero rappresentavano parte integrante della formazione dei giovani già durante la specializzazione.
Questo approccio. improntato all’apertura e alla condivisione del sapere, cerco di adottarlo quotidianamente nei confronti dei giovani, anche grazie al sostegno del Direttore della Scuola di Specializzazione dell’UNICAL, Bruno Nardo, che da sempre condivide e promuove la crescita professionale dei membri più giovani del suo team.
Perché ha scelto di tornare in Calabria?
Ho sempre sentito profondo il legame con la mia terra e, quando alla fine del 2018 si è presentata l’opportunità, ho ritenuto naturale mettere le mie competenze al servizio del miglioramento dell’assistenza sanitaria. Il percorso non è stato privo di difficoltà, ma la stima e l’affetto dei pazienti mi hanno permesso di superare i momenti più complessi, conducendomi infine alla grande opportunità rappresentata dall’Università della Calabria.
Lei rientra nel 2% degli scienziati più influenti al mondo: cosa ha fatto la differenza nella sua ricerca?
Prima di tutto la passione e la perseveranza. La ricerca nasce dalla curiosità e dalla convinzione che produrre nuove conoscenze possa migliorare concretamente la vita dei pazienti.
Dal 2012 ho partecipato come coordinatore nazionale a oltre trenta grandi studi internazionali, che hanno coinvolto decine di migliaia di pazienti in tutto il mondo. Alcuni di questi studi hanno fornito dati completamente nuovi, come quelli sui pazienti chirurgici positivi al COVID-19 nelle prime fasi della pandemia o quelli sulla cosiddetta Global Surgery (Chirurgia Globale).
Allo stesso tempo ho contribuito alla scrittura di protocolli di ricerca, articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali molto autorevoli e linee guida utilizzate dai medici di tutto il mondo, come quelle sull’appendicite acuta.
L’impatto di questi lavori, testimoniato dalle numerose citazioni da parte di altri ricercatori, mi ha permesso di rientrare nella classifica del 2% degli scienziati più influenti a livello globale ed è per me motivo di orgoglio, oggi all’interno di un sentimento di orgoglio più grande che è quello di far parte del corpo docente dell’Università della Calabria.
La Global Surgery parla di miliardi di persone senza accesso alle cure: un tema che riguarda tutti
Nel mondo, circa cinque miliardi di persone non hanno accesso a servizi chirurgici, anestesiologici e ostetrici essenziali. Ogni anno, il numero di decessi legati a queste carenze supera quello causato complessivamente da AIDS, tubercolosi e malaria.
Parallelamente, nei Paesi occidentali si assiste a una crescente crisi di personale medico, che alimenta il reclutamento di professionisti provenienti proprio da quelle aree del mondo già gravemente colpite da tali criticità, aggravandone ulteriormente le disuguaglianze.
Dal 2013, come membro del gruppo GlobalSurg, grazie a un alacre lavoro di ricerca con migliaia di altri chirurghi, abbiamo contribuito a raccogliere dati sempre più capillari su oltre 100.000 pazienti a livello globale,che si stanno mostrando fondamentali per l’elaborazione di soluzioni concrete e sostenibili.
Cosa ci ha insegnato lo studio sul Covid pubblicato su The Lancet?
Nel 2020 ci siamo trovati ad affrontare una pandemia causata da un virus di cui si sapeva ancora molto poco, in particolare riguardo ai rischi per i pazienti sottoposti a interventi chirurgici.
Con uno studio pubblicato nel 2020 su The Lancet, condotto dal gruppo di ricerca internazionale COVIDSurg, che ho rappresentato in Italia come uno dei coordinatori nazionali, sono stati analizzati i dati di 1.128 pazienti positivi al COVID-19 operati tra il 1° gennaio e il 31 marzo in 235 ospedali di 24 Paesi.
I risultati hanno mostrato che quasi un paziente su cinque (23,8%) è deceduto entro un mese dall’intervento e che oltre la metà (51,2%) ha sviluppato gravi complicanze polmonari. Per la prima volta sono stati forniti dati globali sui rischi della chirurgia nei pazienti affetti da COVID-19.
Queste evidenze hanno contribuito a orientare le politiche sanitarie internazionali, sostenendo la riduzione degli interventi non urgenti durante i picchi pandemici e la loro programmazione, quando possibile, solo dopo la guarigione dall’infezione. Dati che hanno avuto un impatto concreto e hanno contribuito a salvare migliaia di vite.
Perché la storia della chirurgia è ancora così importante?
Historia magistra vitae: la storia è maestra di vita. Conoscere gli eventi, le cause e i protagonisti del passato significa disporre di uno strumento potente per leggere il presente e comprendere le logiche che si celano dietro gli avvenimenti.
Lo studio della storia della chirurgia fornisce le basi per analizzare in modo critico l’attualità, affrontare le sfide future e valutare con maggiore consapevolezza l’impatto delle nuove tecnologie e delle innovazioni scientifiche. Il passato ci ha mostrato sia l’ascesa quanto la rapida decadenza di interventi chirurgici non adeguatamente supportati da evidenze scientifiche, ma anche l’isolamento e le difficoltà vissute dai pionieri che hanno introdotto tecniche oggi largamente diffuse, inizialmente osteggiate dai loro contemporanei.
La conoscenza storica rappresenta quindi una chiave di lettura fondamentale del presente e uno strumento prezioso per ridurre il rischio di ripetere gli errori del passato.
Chi era Bruno da Longobucco e perché è una figura da riscoprire oggi?
Bruno da Longobucco, vissuto nel XIII secolo, fu il primo chirurgo accademico del Medioevo e una delle figure fondative dell’Università di Padova. In un’epoca in cui la chirurgia era spesso relegata ai margini della medicina ufficiale e affidata a ciarlatani, empirici o barbieri, Bruno fu tra i primi a rivendicarne con forza la dignità scientifica, riconoscendola come parte integrante della medicina.
I suoi trattati esercitarono un’influenza profonda e duratura nei secoli successivi, venendo studiati nelle principali università europee. La Calabria, fin dai tempi della Magna Grecia, ha dato i natali a medici e scienziati che hanno avuto un ruolo cruciale nella storia della medicina.
Conoscere e valorizzare una figura come quella di Bruno da Longobucco significa riscoprire la grandezza del nostro passato, farne un motivo di orgoglio irrinunciabile e uno strumento di promozione del territorio. Significa anche riconoscere che la nascita di un corso di Medicina a Cosenza si inserisce in una continuità ideale e storica di straordinario valore.
Curiosamente, il primo chirurgo accademico dell’Unical è stato un altro “Bruno”: il mio direttore, Bruno Nardo, entrato in servizio come Professore di Chirurgia Generale nel 2022. Un anno che cade esattamente ottocento anni dopo la fondazione dell’Università di Padova ad opera di Bruno, in un singolare e suggestivo gioco di rimandi della storia.
Guardando avanti: quale sfida attende la chirurgia nei prossimi anni?
La chirurgia si sta orientando sempre più verso un’integrazione profonda con le nuove tecnologie, che rendono gli interventi via via più precisi, sicuri e riproducibili, con un evidente beneficio per i pazienti.
Parallelamente, la vocazione verso la professione di chirurgo — così come verso altre figure dell’emergenza — sta attraversando una fase di crisi. Un numero crescente di giovani rinuncia a intraprendere questo percorso a causa dell’elevato impegno fisico e mentale richiesto, di una remunerazione spesso non adeguata e del rischio di contenziosi legali, accentuato da un quadro normativo che favorisce la cosiddetta “denuncia facile”.
La vera sfida del futuro sarà quindi investire per rendere la chirurgia una disciplina attrattiva e sostenibile, garantendo condizioni di lavoro adeguate e, grazie al ruolo centrale dell’Università, una formazione continua. Il chirurgo di domani sarà sempre meno un “meccanico” e sempre più un “ingegnere”: un professionista chiamato a integrare competenze cliniche, tecnologiche e decisionali in un percorso di miglioramento costante.
Che ruolo può avere la Calabria in questo scenario?
La Calabria può rappresentare un laboratorio straordinario per osservare e comprendere le trasformazioni in atto nel nostro sistema sanitario, poiché concentra in modo emblematico molte delle criticità e delle sfide.
Proprio queste difficoltà hanno tuttavia favorito la nascita di soluzioni innovative, frutto di una stretta sinergia tra politica, università e sistema ospedaliero, che oggi sono guardate con crescente interesse anche da altre regioni.
Facciamo qualche esempio.
Si pensi, ad esempio, all’inserimento di medici cubani negli organici ospedalieri per garantire la continuità di reparti e servizi essenziali, oppure alla creazione ex novo di un Polo di Medicina e delle nuove tecnologie a Cosenza, avviato e strutturato in tempi estremamente rapidi. In soli tre anni sono stati avviati 3 corsi di laurea (Medicina, Infermieristica e Fisioterapia), inseriti oltre 30 docenti nelle corsie dell’Annunziata e aperte 11 scuole di specializzazione medica: un risultato straordinario a qualsiasi latitudine.
Se queste iniziative verranno perseguite con coerenza e portate fino in fondo, la tabula rasa prodotta da una gestione fallimentare del passato potrà trasformarsi in un’opportunità di rinascita complessiva del sistema sanitario regionale, offrendo ai pazienti calabresi servizi simili a quelli delle altre regioni italiane.
La vera sfida sarà mantenere la rotta, dare continuità alle riforme e completare con determinazione questo percorso di cambiamento.

