Artemis II Garro Unical nella nuova era lunare

Dieci giorni a immaginare cosa si prova a guardare la Terra da 400mila chilometri di distanza. Dieci giorni a fantasticare con gli occhi al cielo. I quattro astronauti partiti per la missione Artemis II hanno provato a regalare al mondo un frammento della loro emozione inviando delle foto straordinarie, compresa quella di una fenomenale eclissi (e anche il divertente fluttuare di un barattolo di Nutella nell’abitacolo).

L’uomo è dunque tornato a desiderare la luna, a più di 50 anni dal famoso piccolo passo per l’uomo e dal grande passo per l’umanità, grazie a una missione internazionale che ci ha riportato su quel satellite d’argento che ha ispirato per secoli poeti, artisti, scrittori.

Se la prima spedizione prendeva il nome di Apollo, questa volta tocca ad Artemide, la dea della luna, sorella del dio del Sole, che forse tra qualche anno porterà di nuovo uomini e anche donne, a mettere piede sul suolo polveroso e desolato del nostro satellite.

Il professore Alfredo Garro, professore associato di Ingegneria Informatica dell’Università della Calabria, ospite negli studi di Cosenza Channel per l’Intervista, è stato il primo europeo a svolgere un periodo di ricerca al Johnson Space Center ed è oggi vicepresidente del comitato internazionale incaricato di sviluppare lo SpaceFOM, un progetto di simulazione di missioni spaziali.

«Rispetto agli anni Sessanta e Settanta è cambiato tutto – racconta il docente -: allora eravamo in piena Guerra Fredda, l’obiettivo era dimostrare la supremazia tecnologica sugli avversari. Oggi lo spazio è diventato una palestra di cooperazione internazionale, per fortuna, non un terreno di conquista».

Dalla corsa contro l’Unione Sovietica al lavoro condiviso tra agenzie e Paesi sono trascorsi cinque decenni. «Gli accordi Artemis coinvolgono numerosi Stati, tra cui l’Italia. Non è più una sfida tra blocchi, ma un progetto globale che punta a costruire qualcosa di stabile sulla Luna».

Non una missione simbolica, dunque, ma un programma strutturato. «L’obiettivo non è solo tornare sulla Luna, ma costruire un insediamento permanente, un campo base che permetta di sviluppare tecnologie e accumulare esperienza in vista di missioni ancora più ambiziose, come quelle verso Marte».

Ma chi immagina villaggi turistici sulla Luna rimarrà deluso. «Parliamo di un ambiente estremamente ostile, dove ogni passo richiede tecnologie avanzatissime. Il polo sud lunare è strategico: lì c’è ghiaccio, quindi acqua, e quindi ossigeno e idrogeno. Risorse fondamentali».

La Luna, spiega Garro, è anche una memoria del sistema solare. «È stata definita la “stele di Rosetta” del nostro sistema. Conserva tracce della nostra origine, è una chiave per capire come si è evoluto tutto, quindi studiarla da vicino sarà affascinante».

Dentro questo scenario si inserisce anche il contributo dell’Università della Calabria. Un ruolo tutt’altro che marginale. «Lavoriamo da anni allo SpaceFOM, una tecnologia che consente di simulare missioni spaziali complesse».

Garro prova a spiegare in termini semplici di cosa si tratta: «È come creare un “gemello digitale” della missione. Permette a tutti i partner - agenzie, aziende, centri di ricerca - di parlare la stessa lingua, di testare ogni fase prima che avvenga realmente». Una prevenzione estrema. «Serve anche a ridurre al minimo il rischio di arrivare a dire “Houston, abbiamo un problema”».

Alfredo Garro e Samantha Cristoforetti

Ed è proprio il tema del rischio a spiegare una delle domande più immediate: perché Artemis II non èatterrata sulla Luna? «Perché bisogna testare tutto. Artemis I è stata senza equipaggio. Artemis II ha portato gli astronauti in orbita lunare, ma serve ancora tempo per verificare sistemi, comunicazioni, manovre. Solo dopo si passerà all’allunaggio».

Una progressione definita necessaria per ridurre al minimo rischi per l’equipaggio. «Non si può pensare di riprendere la tecnologia Apollo. È come rimettere su strada un’auto di cinquant’anni fa. Si è ripartiti da zero, con obiettivi più ambiziosi e standard di sicurezza molto più elevati». La differenza è anche culturale. «All’epoca si accettavano rischi enormi. Oggi no. La sicurezza dell’equipaggio è prioritaria. Il fallimento non è un’opzione, ma soprattutto non lo è la perdita di vite umane».

E poi c’è il tema delle risorse. «Parliamo di un programma da 93 miliardi di dollari. Un singolo lancio costa diversi miliardi. Ma le ricadute sono enormi: tecnologie che poi entrano nella vita quotidiana».

Infine, la domanda che più riguarda da vicino l’Italia. «Sì, in futuro ci sarà anche un pezzo di Italia sulla Luna», conferma Garro. «Le nostre aziende, come Thales Alenia Space e Leonardo, lavoreranno ai moduli abitativi del futuro insediamento».

E non solo infrastrutture. Anche presenza umana. «Uno tra Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti potrebbe essere tra i protagonisti delle prossime missioni di allunaggio. Non sappiamo ancora chi, ma per il nostro Paese sarebbe un momento storico».