Per celebrare la data di costituzione della sezione bruzia, i soci si sono ritrovati presso la Base logistica dell’Esercito di Fago del Soldato a Camigliatello Silano. Il presidente Piero Preite: «Disciplina e altruismo sono i valori che caratterizzano la nostra missione»
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Sono trascorsi trent’anni da quando, il 19 gennaio 1996, la presidenza nazionale dell’associazione Paracadutisti d’Italia - “In attesa di conoscere la composizione del Consiglio direttivo” - autorizzava la costituzione della sezione A.N.P.d’I. di Cosenza.
Piero Preite, come nacque l’idea di fondare a Cosenza una sezione dei Paracadutisti?
Dopo aver concluso il servizio militare, insieme a un gruppo ristretto di altri congedati Folgore, fui convocato da un anziano colonnello che viveva a Praia a Mare. Si chiamava Giorgio Ganzini, e ci invitò a iscriverci alla locale sezione dei Paracadutisti.
Dopo qualche anno di addestramento e formazione, il colonnello Ganzini vi comunicò che eravate ormai pronti per costituire a Cosenza una sezione autonoma dei Paracadutisti…
La sezione divenne realtà grazie all’impegno di quindici soci fondatori. Il secondo anno, gli iscritti erano diventati già ventotto e attualmente siamo in ottanta.
Ripercorrendo i trent’anni di attività della sezione cosentina dell’A.N.P.d’I. quali sono le tappe più significative che le vengono in mente?
La commemorazione dei Caduti di guerra riveste un ruolo fondamentale nella vita della nostra sezione. Ricordiamo la battaglia di El Alamein, durante la quale i paracadutisti della Folgore - nonostante l’inferiorità numerica e lo scarso equipaggiamento - si opposero strenuamente agli attacchi dell’Ottava Armata britannica, subendo perdite enormi, ma infliggendo seri danni agli Alleati. La loro resistenza fu così eroica che Churchill esclamò “Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore”. A settembre ogni anno ci rechiamo in Aspromonte, per rievocare la battaglia dello Zillastro, combattuta tra quattrocento paracadutisti del 185esimo battaglione della Nembo e cinquemila soldati canadesi: l’armistizio era appena stato firmato, ma la notizia non era ancora arrivata fin lassù.
L’onore ai caduti si affianca al paracadutismo che praticate regolarmente…
Partecipiamo ad attività di paracadutismo che si svolgono anche fuori dall’Italia. Siamo stati in diversi paesi: Olanda, Guatemala, Honduras, soltanto per fare alcuni esempi. Conseguire un brevetto di lancio all’estero significa fare un’esperienza completa: viviamo per quasi un mese nelle loro caserme, condividendo addestramenti e abitudini differenti.
Ci svela cosa significa essere un paracadutista?
È uno stile di vita. Vuol dire disciplina, ordine ma soprattutto altruismo. Alle nostre adunate partecipano anche le famiglie di giovani paracadutisti e militari che purtroppo hanno perso la vita, per malattia o incidenti. Penso ai genitori di Eugenio Nigro - il caporal maggiore dei paracadutisti di Pisa, medaglia d’oro al Valor civile - morto all’età di ventuno anni a Lappano il 6 agosto 2007, nel tentativo di spegnere un incendio che minacciava la sua casa. E ancora Gianluca Spina - sergente maggiore aiutante, paracadutista della Folgore, originario di Belsito, deceduto il 13 aprile 2023, durante un lancio di addestramento a Orentano. Noi della sezione paracadutisti di Cosenza non abbiamo mai conosciuto Gianluca ma, da quando si è verificata la tragedia, non abbiamo più abbandonato i suoi genitori. Quando si verificano eventi del genere, la Brigata ci raccomanda di stare vicino alle famiglie, e non soltanto nel giorno dei funerali.
Mi descrive cosa si prova prima e durante un lancio?
Agli occhi della gente potremmo sembrare esaltati, quasi pazzi. Però, non è così. Nell’affrontare un lancio, bisogna essere molto meticolosi e attenti. Quando arriva l’ordine che manca un minuto al lancio, l’adrenalina è al massimo, anche se hai alle spalle centinaia di lanci.
Da cinque anni, un cavillo burocratico impedisce di effettuare in Italia lanci militari da aerei civili…
In attesa che questa problematica venga risolta, siamo costretti ad andare in Albania.
Lei ha effettuato finora circa quattrocento lanci. Ha mai vissuto una situazione di pericolo?
Un vero e proprio pericolo no, ma ho avuto due malfunzionamenti. In entrambe le occasioni, il paracadute principale non si è aperto, forse perché non lo avevo ripiegato correttamente. Durante la caduta libera, ho avuto il tempo di valutare cosa fare: ho sganciato quel paracadute e aperto quello di emergenza. La sera, tornando a casa in auto, le gambe hanno iniziato a tremarmi, segno che stavo scaricando la tensione. Ma il giorno dopo, ero di nuovo in aereo in attesa di un nuovo lancio.


