Dalla mappatura delle condotte alla misurazione dei consumi, il docente e ricercatore Unical Attilio Fiorini Morosini indica le priorità per migliorare il servizio: «Dobbiamo capire quanta acqua abbiamo, come conservarla e come distribuirla»
Tutti gli articoli di Società
PHOTO
«I gestori oggi lavorano in una condizione di asimmetria conoscitiva: si trovano a governare reti ereditate dalle precedenti amministrazioni comunali, spesso senza conoscerle fino in fondo». È da questo paradosso che occorre muovere i primi passi per decifrare la crisi idrica che stringe alla gola la Calabria e, in particolar modo, la provincia di Cosenza. Il problema non è solo l'oro blu che evapora attraverso le crepe dei tubi, ma la cecità quasi totale con cui opera chi dovrebbe controllarlo.
A tracciare questa radiografia è Attilio Fiorini Morosini, ricercatore e professore incaricato di Acquedotti e fognature presso il dipartimento di Ingegneria civile dell’Università della Calabria. Lo scenario descritto è quello di un malato cronico, dove le emorragie d'acqua - che a livello regionale inghiottono quasi la metà della risorsa immessa e nel Cosentino sfiorano addirittura la soglia drammatica del 70% - si sommano a infrastrutture fantasma, riparazioni passate mai registrate e contatori che faticano a misurare i consumi reali.
La scatola nera del sottosuolo
Per decenni, la gestione dell'acqua in Calabria è rimasta prigioniera di una frammentazione cronica tra enti fornitori e singoli Comuni. Questa frattura ha impedito di costruire una mappa unica delle infrastrutture. «Il vero nodo strategico - sostiene il ricercatore e docente - è che oggi i nuovi gestori si trovano a operare su reti ereditate dalle vecchie amministrazioni municipali, scatole nere quasi totalmente prive di una documentazione storica e completa su ciò che è stato fatto nel tempo».
I Comuni hanno spesso lavorato rincorrendo l'urgenza dell'ora, rattoppando i tubi senza mai catalogare la natura o la frequenza dei guasti nello stesso punto. «Se avessimo a disposizione uno storico dei guasti - osserva l’esperto dell'Unical -, la frequenza stessa delle rotture ci indicherebbe con precisione la vulnerabilità delle condotte. Ma attenzione: non è detto che una condotta vecchia sia per forza la più fragile. Tutto dipende dalle reali condizioni in cui si trova a lavorare».
Questa nebbia informativa disinnesca anche i modelli matematici capaci di simulare il comportamento idraulico e suggerire le soluzioni migliori. I computer non fanno miracoli senza dati certi. «Il software può anche girare alla perfezione – avverte Fiorini Morosini -, ma se i dati inseriti all'inizio sono errati, i risultati saranno inevitabilmente inattendibili. Ecco perché non si può prescindere dalla conoscenza fisica della rete». In questa trincea si muove oggi il piano di Sorical, impegnata in una ricognizione partendo dalle città più grandi. L'obiettivo è sfruttare la tecnologia e persino le segnalazioni degli utenti tramite app per alimentare un database dinamico dello stato della rete.
L'illusione dei litri immessi e la contabilità fantasma
Le percentuali di dispersione, da sole, non spiegano perché d’estate interi quartieri rimangano a secco. La convivenza tra perdite record e penuria cronica nasce dal fatto che il sistema deve piegarsi a una domanda elastica gestendo una risorsa limitata. «La complessità del problema - avverte Fiorini Morosini - sta proprio in questo cortocircuito: anche dove le perdite sono elevatissime, l'acqua recuperata potrebbe non essere sufficiente a coprire il fabbisogno, soprattutto nei mesi estivi. Il gestore deve fare i conti con i consumi che schizzano verso l'alto nei mesi estivi, specialmente nelle località balneari e turistiche».
Sarebbe però un errore pensare che tutta l'acqua si disperda nel terreno per via dei tubi rotti. L'emorragia è legata anche alle carenze strutturali dei depositi, agli allacci abusivi e a una fetta di risorsa che sparisce dai radar contabili. «Quando si analizzano le perdite - spiega Fiorini Morosini - bisogna scindere l'acqua che esce da una rottura da quella che si spreca a causa del mancato funzionamento del sistema o dall’inadeguatezza dei manufatti. Un serbatoio troppo piccolo rischia di sforare di notte e andare in sofferenza di giorno. Inoltre, l'ammodernamento dei misuratori di portata e pressione è cruciale per intercettare i consumi anomali e stanare i prelievi irregolari».
La chiave è la distrettualizzazione: dividere la rete in compartimenti, in aree cosiddette omogenee altimetricamente e dal punto di vista del cielo piezometrico, per applicare il principio del bilancio idrico. Se i conti tra l'acqua in ingresso e in uscita non tornano, c'è un'anomalia. «Il bilancio idrico ci permette di stringere il cerchio attorno al problema - evidenzia Fiorini Morosini -, ma senza una reale distrettualizzazione della rete diventa come cercare un ago in un pagliaio». Un'ultima zona d'ombra è rappresentata dai Comuni con fatturazione a forfait, basata su stime e non sui consumi reali. «Sono sacche di inefficienza che vanno sanate al più presto - conclude il docente e ricercatore -. Lo stesso gestore ha interesse, e sta lavorando molto in tal senso, affinché ogni singolo litro immesso corrisponda a un volume misurato e fatturato».
L’enigma Abatemarco e l'anarchia delle autoclavi
Nelle cronache dell'emergenza cosentina ritorna spesso il nome dell'acquedotto Abatemarco. Le interruzioni nascono anche dall'incapacità dei serbatoi cittadini di garantire una riserva strategica. «La funzione del serbatoio - premette Fiorini Morosini, invitando alla cautela sui dettagli specifici dei singoli guasti - è quella di accumulare riserve quando la città dorme per poi ridistribuirle nei picchi di richiesta. Se la capacità è insufficiente, il sistema va in tilt».
A complicare il quadro si aggiunge la giungla dei serbatoi privati e delle autoclavi condominiali. Nati come protezione contro i disservizi storici, questi dispositivi alterano profondamente il comportamento idraulico della rete urbana. «Nelle ore notturne, quando i consumi dovrebbero crollare, una quota massiccia di acqua viene assorbita dal riempimento dei serbatoi domestici - rivela il ricercatore -. Il risultato è che le portate restano altissime e pressoché costanti nelle ventiquattro ore. Il piccolo serbatoio di casa ha vicariato la funzione del grande serbatoio della città».
I cittadini accumulano acqua per autodifesa, ma così mascherano l’andamento reale dei consumi. Come se non bastasse, la mappa sotterranea è intasata da valvole di intercettazione dimenticate nella posizione di chiusura. «Ce ne siamo accorti sul campo alcuni anni fa lavorando con i tecnici di Cosenza - racconta Fiorini Morosini -. Il nostro modello matematico restituiva dati illogici. Abbiamo intuito che l'acqua incontrava un muro invisibile e, verificando sul posto, abbiamo scoperto che alcune valvole erano state chiuse e mai riaperte. È stato l'algoritmo a darci indicazioni di massima su come circoscrivere una ricerca e dirci dove scavare».
Gli eventi climatici estremi e la sfida degli invasi
Alla rete malata si sommano gli effetti della crisi climatica, con siccità prolungate interrotte da piogge violente. «I grandi invasi nascono per fare da scudo e regolare la risorsa - spiega Fiorini Morosini -. Se però le precipitazioni si concentrano in pochissimi eventi intensi, dobbiamo ripensare daccapo alla nostra capacità di accumulo». Diversi bacini regionali non hanno superato i collaudi definitivi o viaggiano a regime ridotto. A questo si aggiunge l'uso promiscuo dell'acqua, divisa tra bisogni idropotabili e produzione idroelettrica, che spesso cannibalizza la risorsa civile.
La pianificazione deve abbracciare l'intero ciclo, connettendo la contabilità della risorsa grezza (pioggia, dighe e sorgenti) alla rete di distribuzione. «La riserva idrica di una regione non è fatta solo dai bacini in superficie, ma anche dalle falde sotterranee - evidenzia il docente dell'Unical -. Dobbiamo quantificare questi volumi per evitare che l'acqua finisca in mare senza essere utilizzata». Il volume totale della pioggia non è diminuito drasticamente rispetto al passato, ma si concentra in brevi flash flood.
«La sfida dei prossimi decenni si vincerà sui tavoli dell'ingegneria idraulica, e soprattutto sull’interesse dei giovani per questa affascinante branca dei nostri corsi di studio - conclude Fiorini Morosini -. Dobbiamo capire quanta acqua abbiamo, come conservarla e come distribuirla. Trovare una sorgente o riempire una diga non basta più: la vera rivoluzione è far compiere a quell'acqua l'ultimo miglio, fino al rubinetto dell'utente».





