La testimonianza di alcuni residenti di Mendicino, tra razionamenti e infrastrutture fatiscenti: «Ormai corriamo dei rischi a fare ogni cosa. Dobbiamo stare attenti quando facciamo la doccia, quando mettiamo la lavastoviglie o laviamo la verdura. Così non si può vivere né lavorare»
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L’acqua che non arriva, o che arriva a singhiozzo, è il simbolo più evidente di un’emergenza infrastrutturale che nel Cosentino non è più possibile definire contingente. È una crisi strutturale, figlia di reti idriche vecchie, acquedotti fragili e tubature logorate dal tempo, che trasformano un bene primario in una fonte quotidiana di incertezza. Ruggine o sporcizia? Poco importa. Il minimo comun denominatore resta il disagio di migliaia di famiglie costrette a convivere con rubinetti a secco o con acqua inutilizzabile.
Nel territorio provinciale di Cosenza l’emergenza idrica si trascina ormai da anni, con rotture frequenti, interventi tampone e un sistema che fatica a reggere l’urto di una domanda costante a fronte di infrastrutture obsolete. Le criticità degli acquedotti Abatemarco e Bufalo, le continue riparazioni segnalate da Sorical e i razionamenti che colpiscono interi comuni raccontano una situazione che non risparmia quasi nessuno. Le spiegazioni tecniche – cali di portata, guasti improvvisi, problemi di approvvigionamento energetico – si scontrano però con una realtà semplice: l’acqua, quando arriva, a volte non è nemmeno pulita.
Mendicino è solo una delle tante località colpite da questa emergenza. Da contrada Rosario, confinante con Cosenza, arriva una testimonianza che fotografa con realismo la situazione: «Anche se non manca tutti i giorni, il flusso è ridotto e l’acqua a volte è sporca, marrone. È come se non ci fosse, dunque, in quanto non è possibile farci nulla con quell’acqua». Una condizione che obbliga a una vigilanza continua su gesti più banali: «Dobbiamo sempre stare molto attenti prima di farci una doccia, di mettere la lavastoviglie o lavare la verdura: è capitato più volte che dovessimo buttare roba da mangiare e questo è uno spreco, oltre che un danno economico».
Salendo verso il centro storico del borgo, la situazione sembra peggiorare, nonostante chi può si sia attrezzato autonomamente. «Noi a casa abbiamo autoclave e cisterna di 600 litri ma questo non risolve del tutto i problemi», racconta un altro residente. «Se l’acqua manca per diversi giorni o per diverse ore del giorno – qui di solito c’è perlopiù durante la notte, oggi ad esempio manca dalle 9 e sono le 19 – anche quella della cisterna prima o poi finisce».
La soluzione privata, che non tutti possono permettersi, non è una vera soluzione, ma solo un modo per rinviare il problema, spesso a caro prezzo: «Stiamo pensando di aumentarne la capacità, ma perché bisogna spendere tutti questi soldi per avere garantito quello che dovrebbe essere un bene primario?».
La quotidianità, in questo contesto, è scandita da strategie di sopravvivenza domestica: bottiglie e bacinelle sempre piene, lavaggi programmati in base agli orari – spesso notturni – in cui l’acqua arriva, rinunce forzate. Un disagio che pesa soprattutto su famiglie, anziani e attività commerciali, e che evidenzia una frattura sempre più profonda tra cittadini e istituzioni.
Nel Cosentino, come nel resto della Calabria, l’emergenza idrica non può più essere affrontata solo con interventi d’urgenza o comunicati di replica. Serve un piano strutturale di ammodernamento delle reti, un investimento serio sulle infrastrutture e una visione di lungo periodo. Perché l’acqua marrone che esce dai rubinetti è il segno visibile di un sistema che perde pezzi, proprio come le sue tubature.




