La Camera penale di Cosenza alza il livello dello scontro sul decreto sicurezza e proclama lo stato di agitazione, annunciando possibili iniziative ancora più incisive da condividere con l’intera avvocatura del Foro, con il Coa, il Cpo e la Consulta. Nel documento diffuso dal consiglio direttivo, i penalisti cosentini attaccano frontalmente alcune delle disposizioni contenute nel provvedimento, giudicate lesive delle libertà individuali, della dignità delle persone detenute, del principio di eguaglianza davanti alla legge e dell’autonomia stessa dell’avvocatura.

Il testo, dai toni duri e apertamente polemici, definisce il decreto come l’ennesimo intervento capace di colpire insieme più piani: i diritti dei cittadini, le condizioni carcerarie e il ruolo del difensore. La presa di posizione si concentra in particolare su tre profili ritenuti emblematici.

Il fermo di prevenzione di polizia nel mirino dei penalisti

Il primo punto contestato riguarda l’introduzione del “fermo di prevenzione di polizia”, nuova misura che, secondo la Camera penale di Cosenza, consentirebbe alla polizia giudiziaria di incidere sulla libertà personale senza il preventivo intervento dell’autorità giudiziaria.

Nel documento si sostiene che, in occasione di manifestazioni pubbliche, ogni agente di polizia giudiziaria potrebbe autonomamente privare una persona della libertà per dodici ore, sulla base non di fatti o indizi, ma di indicatori di rischio ritenuti astratti, come le stesse segnalazioni di polizia. Su questo passaggio i penalisti parlano apertamente di «seri dubbi di costituzionalità», evidenziando anche un ulteriore profilo critico: l’assenza, secondo quanto denunciato, di un obbligo pieno di verbalizzazione e motivazione da parte dell’agente rispetto alle finalità del trattenimento, con la sola comunicazione al pubblico ministero per l’accertamento della legittimità.

È questo uno dei nuclei centrali della contestazione, perché nella lettura della Camera penale la norma inciderebbe direttamente sulla libertà personale, spostando troppo in avanti il controllo dell’autorità giudiziaria.

Carceri e operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria

Un secondo fronte di critica riguarda l’introduzione delle operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria all’interno delle carceri. Anche su questo punto il giudizio è netto. La Camera penale di Cosenza contrappone questa scelta a quella, ritenuta necessaria, di rafforzare il personale socioassistenziale negli istituti di pena, così da affrontare condizioni detentive definite disumane.

Nel documento si sostiene che il legislatore abbia preferito creare, all’interno della polizia penitenziaria, la figura dell’«agente provocatore», invece di intervenire sulle fragilità strutturali del sistema carcerario. La critica si salda così a una lettura più generale del decreto, interpretato come espressione di una volontà repressiva crescente nei confronti delle persone detenute.

La questione del carcere, nel testo dei penalisti, non è soltanto organizzativa o gestionale. Diventa il simbolo di un’impostazione che, a loro avviso, continuerebbe a privilegiare il controllo e la repressione rispetto alla tutela della dignità umana.

Patrocinio gratuito e cittadini stranieri, la denuncia della Camera penale di Cosenza

Il terzo capitolo, forse il più politico sul piano della denuncia, investe il tema dell’avvocatura e del patrocinio gratuito. La Camera penale di Cosenza afferma che il preannunciato «avvocato in Costituzione» sarebbe stato ridotto a un «rappresentante legale a provvigione», attraverso una disposizione ritenuta discriminatoria e contraria al principio di uguaglianza.

Nel mirino finisce la previsione che, per il cittadino straniero e nell’ambito della procedura di rimpatrio volontario, condizionerebbe l’effettività del patrocinio dei non abbienti all’esito della effettiva partenza. Un meccanismo che, secondo il documento, introdurrebbe una differenza di trattamento rispetto agli altri cittadini e finirebbe per subordinare la tutela difensiva a un risultato indicato dallo Stato.

La formula usata dai penalisti è particolarmente dura. Si parla infatti del tentativo di trasformare l’avvocatura da soggetto chiamato alla difesa incondizionata dei diritti dell’individuo in un soggetto privo di autonomia, «un avvocato di sistema», retribuito in funzione dell’utile perseguito dalla politica governativa in materia di remigrazione.

Lo stato di agitazione e l’appello all’avvocatura del Foro

Su queste basi, la Camera penale di Cosenza ha dunque proclamato lo stato di agitazione, definendolo prodromico a iniziative ulteriori che auspica di condividere con tutto il mondo forense cittadino. Il documento è firmato dal consiglio direttivo composto da Alessandra Adamo, Valentina Spizzirri, Francesco Chiaia, Giuseppe Manna, Fabrizio Loizzo, Angelo Nicotera e Guido Siciliano, oltre al segretario Francesco Santelli e al presidente Roberto Le Pera.