Da lingua povera a lingua culturalmente accettata, i dialetti calabresi si prendono una grande rivincita. La cosiddetta “lingua del popolo” permane fra le mura domestiche praticamente soltanto nella nostra regione. A spiegare perché il docente Unical, Luciano Romito: «Anche se il dialetto parlato di oggi è molto influenzato dall’italiano, in Calabria rispetto agli altri territori c’è una maggiore volontà di mantenerlo come risorsa identitaria».

Proprio per questo, con il suo gruppo di lavoro, il professore sta lavorando a una standardizzazione scritta del dialetto calabrese: «Rispetto ad altre regioni che hanno avuto una tradizione scritta di pregio, come la Campania con Edoardo De Filippo e il Veneto con Goldoni, alla Calabria è mancato questo passaggio. Ad oggi questa cosa in Calabria sta cambiando: i ragazzi si sono riavvicinati al dialetto, lo usano nei testi delle canzoni, soprattutto rap». Fra i cubi dell’Unical si lavora per avere un dialetto che sia uguale per tutti anche nello scritto: «Bisogna dare una norma alla scrittura, perché chi oggi scrive il dialetto calabrese semplicemente trascrive ciò che produce, facendo così soltanto un’interpretazione di ciò che dice». 

Se la rinascita del dialetto parte dai ragazzi

Il dialetto è diventato centrale anche nei dialoghi dei giovani, che adesso lo parlano in famiglia: «Se confrontiamo le percentuali date dall’Istat – aggiunge Romito – in famiglia il dialetto viene parlato nella nostra regione da ben più del 30% della popolazione: come detto, l’utilizzo maggiore anche nei testi musicali li ha avvicinati molto alla lingua dialettale». 

In una percentuale così alta potrebbero avere avuto un grande peso anche le minoranze linguistiche, molto presenti in Calabria: «Si tratta però di isole linguistiche – spiega il docente Unical – che sono in qualche modo congelate, come il dialetto parlato in Argentina dai nostri emigrati. Anche queste, però, sono deboli e subiscono l’influenza anche degli anglicismi e del nuovo linguaggio derivante dai social media».

E se una volta il dialetto era la lingua delle persone meno acculturate, la lingua delle campagne, oggi è trasversale: «Bisogna partire dal presupposto – aggiunge Romito – che il dialetto non è un italiano parlato male, è una lingua a sé stante che ha una propria storia, una propria grammatica e una propria struttura. Negli anni passati c’era molto pregiudizio: il dialetto era lingua parlata da chi non aveva studiato, soprattutto nelle regioni in cui non c’era una letteratura». La rivincita del dialetto, dunque, passa anche dalle aule universitarie. A dimostrazione che la lingua popolare si è presa finalmente il posto culturale che le spetta.