Il giovane di Longobucco racconta una regione e un Paese fatto di uomini e donne che hanno deciso di allontanarsi dai ritmi e dalle logiche del mondo contemporaneo
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C’è un’Italia che non fa rumore, che non cerca visibilità e che spesso resta fuori dai radar del racconto mediatico. È un’Italia fatta di uomini e donne che, per scelta o per necessità, hanno deciso di allontanarsi dai ritmi e dalle logiche del mondo contemporaneo, dallo stress, rifugiandosi in luoghi isolati, recuperando mestieri antichi o reinventando il proprio modo di vivere.
A raccontarla è un giovane esploratore di storie, Natalino Stasi di Longobucco, che attraversa montagne, campagne e territori marginali, in Calabria e non solo, alla ricerca di esistenze fuori dagli schemi. Non si tratta solo di reportage, ma di un viaggio umano e narrativo che mette in discussione certezze, modelli di vita e persino il ruolo stesso del giornalista. In questa intervista, il suo sguardo si muove tra curiosità, rispetto e profondità, restituendo voce a chi ha scelto di vivere diversamente.
Lo abbiamo intervistato.
La tua ricerca è più una fuga personale, una curiosità giornalistica o il bisogno di raccontare un’Italia che non si vede?
«Nasce da tutte e tre le cose, ma nessuna da sola basta. All’inizio era la volontà di raccontare, con occhi diversi, il mondo contadino e chi sceglie di vivere ai margini. Poi è diventata una necessità narrativa: raccontare una Calabria (e poi un’Italia) invisibile, fatta di luoghi e scelte radicali che raramente emergono. Se c’è stata una fuga, è stata da un “modo giornalistico” superficiale di raccontare. Questo progetto, per me, è un modo per restituire complessità e far riflettere».
Negli ultimi anni hai incontrato persone che hanno scelto di lasciare tutto: cosa accomuna davvero queste vite così radicali, oltre alla distanza dalle città?
«Quasi sempre c’è un punto di rottura. Non è una scelta romantica. Ciò che accomuna queste vite è una ricerca di coerenza: smettere di accettare compromessi tra ciò che si sente e il modo in cui si vive. E poi il tempo: queste persone, in modi diversi, provano a riappropriarsene. Non vivono più secondo ritmi imposti, ma secondo necessità reali».
Tra le tante storie raccolte, ce n’è una che ti ha messo davvero in discussione, che ti ha costretto a rivedere le tue certezze?
«In realtà tutte le storie mi lasciano qualcosa. Cerco però di mantenere un certo distacco emotivo, per non farmi trascinare troppo nelle scelte e nei ritmi di vita degli altri. Detto questo, di recente mi ha colpito molto l’incontro con Donato. Ha 94 anni, è stato un regista Rai e da quasi quarant’anni vive in un casolare isolato che si è costruito da solo, dopo aver lasciato carriera e ambizioni per tornare a fare il contadino e prendere le distanze da un sistema che non sentiva più suo.
È una persona di una lucidità e di una saggezza rare. In lui mi sono un po’ rivisto, non tanto nella scelta radicale, ma nel desiderio di raccontare il mondo contadino. Alla sua età scrive libri sull’andazzo del mondo e, in qualche modo, abbiamo condiviso quello sguardo».
Entrare in contatto con chi rifiuta il mondo contemporaneo non è semplice: qual è stato l’incontro più difficile, quello in cui hai percepito diffidenza o chiusura?
«In genere le storie che racconto nascono sempre da un contatto e da un appuntamento preso prima: non arrivo mai “a sorpresa”. C’è però una storia che non ho mai raccontato, proprio perché il protagonista non ha voluto. Era un biologo belga, ritiratosi nelle campagne crotonesi, completamente isolato. Ci ero arrivato tramite una conoscenza. Mi ha accolto con un sorriso, ma fin da subito ho percepito una diffidenza profonda e, soprattutto, la sua mancanza di volontà di raccontarsi.
È stato uno di quei momenti in cui capisci che non tutto deve diventare una storia. A volte il rispetto viene prima del racconto. “L’inglese”, è così che lo chiamano da quelle parti, mi ha costretto a chiedermi perché fossi lì. A volte l’incontro più onesto è quello che si ferma prima di diventare una storia».
In alcuni casi, dietro queste scelte estreme si può intravedere una fuga da fallimenti o ferite personali: è una lettura che hai riscontrato o pensi sia una semplificazione?
«È una lettura che a volte ha un fondo di verità, ma diventa pericolosa quando la usiamo per ridurre tutto a questo. Dire che è “solo fuga” rischia di essere una scorciatoia per non prendere sul serio la loro scelta. È più rassicurante pensare che stiano scappando, piuttosto che ammettere che forse stanno cercando qualcosa che noi non abbiamo il coraggio di cercare».
Nei tuoi racconti c’è spesso un equilibrio tra fascino e durezza: quanto c’è di idealizzato in queste vite e quanto invece di fatica, solitudine e rinuncia?
«All’inizio tendevo anche io a idealizzare, è inevitabile. La natura, il silenzio, la libertà: sono immagini molto potenti. Poi, stando lì, le cose si ridimensionano. C’è tanta fatica fisica, solitudine e una serie continua di rinunce pratiche.
Quello che cerco di fare è tenere insieme entrambe le cose: non smontare il fascino, ma essere concreto. È proprio in quella tensione, tra bellezza e durezza, che queste storie diventano vere».
Dopo aver ascoltato così tante storie ai margini, ti sei mai chiesto se quella vita potrebbe appartenerti, oppure se il tuo posto resta proprio nel raccontarla?
«Sì, spesso. Ma so anche che il mio posto è nel raccontarla. Il racconto è il mio modo di avvicinarmi senza appropriarmi. Forse non vivrò mai fino in fondo quella radicalità, ma raccontarla mi costringe comunque a mettermi in discussione. E, in un certo senso, è già una forma di cambiamento».




