Quattro appuntamenti in due giorni in Calabria per Loredana Macchietti, moglie di Gianni Minà impegnata in un tour itinerante in tutta Italia per promuovere l’ultimo libro dell’indimenticato giornalista scomparso il 27 marzo dello scorso anno. “Fidel, un dialogo lungo trent’anni” il titolo del volume, edito da Minimum Fax, presentato il 21 novembre all’Università della Calabria e poi, nel pomeriggio dello stesso giorno, nella sede della Federazione dei Giovani Comunisti di Cosenza. La regista e produttrice tv ha poi incontrato il 22 novembre gli alunni dell’Istituto Comprensivo Taverna-Scalo di Montalto Uffugo per poi spostarsi a Catanzaro per una iniziativa nella Biblioteca comunale di Villa Margherita. Tutte le iniziative si sono svolte in partnership con l’Associazione Nazionale di amicizia Italia-Cuba.

Ospite degli studi di Rende del nostro network, in una lunga intervista Loredana Macchietti ha tratteggiato la figura di Gianni Minà sotto il profilo professionale, ma anche personale, raccontando aneddoti anche estranei al rapporto stretto con il leader cubano  descritto nella pubblicazione. «Questo libro l’ha voluto Gianni – ha detto – È un po’ come se portassi avanti i progetti di Minà. Lui aveva deciso di uscire con questo libro nel 2024. È l’insieme delle quattro interviste che fece a Fidel Castro. Devo dire che qui in Calabria ho trovato un contesto molto piacevole e favorevole. Soprattutto nella scuola di Montalto i ragazzi avevano condotto uno studio approfondito su Gianni Minà per cui si sono incuriositi e mi hanno rivolto domande impegnative,  addirittura sulla teologia della liberazione, sul ruolo del giornalismo oggi, su come è cambiato il giornalismo».

Loredana Macchietti si è focalizzata pure sul lavoro svolto per la digitalizzazione del patrimonio filmico e cartaceo di Minà, attraverso la costituzione di una fondazione. «Sarà uno strumento di lavoro e di conoscenza gremita di notizie certificate, cioè con fonte certa – ha detto la vedova Minà – C’è anche un pezzo della storia d’Italia in questo materiale. Gianni Minà aveva fame di storie, ha intervistato i personaggi del mondo del cinema, dell’impegno civile. Tra queste spiccano quella con Antonino Caponnetto, Maradona, Muhammad Ali. Il suo segreto era lo studio. La persona che doveva intervistare lui la sezionava. Entrava anche in empatia con i personaggi . Con Fidel Castro fece il colpo del secolo. C’era una fila di 1500 giornalisti di tutto il mondo che ambivano a questo privilegio. Lui era talmente maniacale nella sua preparazione che aveva preparato 135 domande, ben una quarantina sui diritti umani. L’intervista durò 16 ore. Infatti è entrata nel Guinness dei primati».

Le interviste di Gianni Minà sono diventate un pezzo di storia «per cui – dice ancora Loredana Macchietti – vogliamo renderle fruibili. L’archivio digitale che stiamo realizzando è un patrimonio della collettività. Soprattutto in un periodo nel quale si fa molta narrazione e poca cronaca. Sappiamo che la conoscenza non porta solo a migliorare noi stessi ma anche ad ampliare le nostre visioni della vita, ad accettare il prossimo, a non avere steccati mentali. Lavorare sull’archivio storico di Minà è una profonda e continua riscoperta di tante cose che appartengono alla nostra storia. Noi abbiamo un problema di memoria perché la memoria serve, la conoscenza delle nostre radici serve per costruire il futuro. Oggi abbiamo un problema serio: il giornalista  non va più sul posto. Quindi diventa vittima della narrazione: non sa più capire da dove viene la notizia. Le fake news non sono altro che la trasformazione genetica di chi riceve la notizia ed opera con il copia e incolla. La modifica, la personalizza e la riposta, allontanando la verità e rendendo sempre più difficile risalire alla fonte».