L’iniziativa, portata avanti dai collettivi “La Base” e “Fem.In”, è partita dall’autostazione, identificato come luogo simbolo: «Basta speculare sull’immigrazione quando il welfare e i fondi per la sicurezza delle donne non vengono stanziati»
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Riappropriarsi del propri spazi in un momento in cui l’insicurezza regna sovrana. Soprattutto di notte, «quando dobbiamo aspettare un autobus che non arriva e non c’è nessuno con noi». Dall’autostazione di Cosenza è partita la manifestazione femminista organizzata dai collettivi “La Base” e “Fem.In”. A spiegare ancora più approfonditamente la scelta la rappresentante delle due realtà bruzie, Vittoria Morrone: «Abbiamo deciso di partire da qui perché questo è il simbolo della propoganda che questo governo e questa amministrazione stanno facendo sulla nostra pelle».
Luoghi in cui si propone di aumentare la sorveglianza, «ma la soluzione non è questa», ribadisce Morrone. Un concetto replicato nel corso della manifestazione da Jessica Cosenza, altra attivista dei collettivi che hanno proposto la manifestazione di questo 8 marzo: «Si sta facendo propaganda politica sulla nostra pelle, riconducendo il degrado ai migranti, ai poveri, ai tossicodipendenti, quando senza un progetto – ha detto al microfono Cosenza – e senza un dialogo il problema rimane lì e non si muove».
Lo stop in Piazza Kennedy e le testimonianze
La manifestazione, partita dall’autostazione, è arrivata a una prima sosta in Piazza Kennedy. Circa trecento le persone, di tutte le età, che si sono fermate ad ascoltare diverse testimonianze fra le quali quella di una ragazza afrodiscendente che ha voluto porre l’accento sulle condizioni di somiglianza fra la guerra e il patriarcato. Concetto ribadito anche da Morrone: «Anche la guerra si dimostra essere un cimitero prevalentemente femminile – spiega l’attivista – perché i conflitti fanno dei nostri corpi e dei territori la stessa cosa che fa il patriarcato: conquistano, distruggono, uccidono, saccheggiano».
Presente anche l’ex vicepresidente del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino”, l’avvocata Chiara Gravina: «Qualcuno ancora ci dà gli auguri ma non c’è niente da festeggiare – dice la legale – perché ancora una volta sui corpi delle donne arriva la guerra. Momenti come questo dovrebbero servire a sensibilizzare e accelerare un processo di parità e di giustizia per una società più giusta».
Lo striscione con i nomi delle vittime
La manifestazione, che ha percorso prima Corso Mazzini e poi le vie della città, si è conclusa davanti al Comune di Cosenza. Qui è stato srotolato uno striscione contenente i nomi di oltre 70 donne vittime di femminicidio. Morrone snocciola dei dati che, come sempre, fanno spavento: «Ogni due giorni una donna viene uccisa da un uomo e, nell’80% dei casi, si tratta di ex partner, familiari o persone che stanno dentro alle mura di casa».
E da qui si torna al motivo di far partire la manifestazione dall’autostazione: «Quando si parla di problema culturale, si tratta anche di questo: è chiaro – conclude Morrone – che in un contesto del genere le telecamere o l’aumento dei controlli non sono strumenti sufficienti e lo vediamo anche nelle nostre città».



